UN ANNO DI GUERRA ALL’UCRAINA

L’analisi dell’Amb. Gabriele CHECCHIA, Presidente del Comitato Strategico, pubblicata su ChartaMinuta.

A un anno dall’inizio dell’”operazione militare speciale” che, nelle intenzioni di Vladimir Putin, avrebbe dovuto fare in pochi giorni dell’Ucraina nel migliore dei casi uno Stato vassallo (non dissimile dalla Bielorussia dell’autocrate Lukashenko) gli obiettivi del Cremlino appaiono lungi dall’essere raggiunti. E questo grazie, in primis, alla straordinaria capacità di resistenza di cui hanno dato e stanno dando prova le forze armate e l’intero popolo ucraino così come la sua dirigenza.

Risultato ammirevole – pur se da consolidare e nulla è al momento, purtroppo, scontato anche alla luce della profonda riorganizzazione delle proprie linee nelle quali Mosca è impegnata – reso possibile anche dal compatto e doveroso sostegno dell’Occidente “globale” alle ragioni di Kiev, sia a livello politico che in termini di assistenza militare logistica e, “last but not least”…, di “intelligence”.

Resta difficile, se non impossibile, formulare previsioni sull’esito del conflitto in una situazione che, sul terreno, resta di sostanziale stallo e, a livello diplomatico, tale da non giustificare ottimismo circa le possibilità di avvio più o meno a breve di trattative tra Mosca e Kiev per una soluzione negoziata. Troppo distanti – o, meglio ancora, incompatibili – continuando ad apparire le posizioni delle due parti.

Con un Putin ben consapevole del fatto che la mancanza di risultati tali da poter essere presentati  alla sua cerchia come una chiara vittoria (o qualcosa di molto simile ad essa) segnerebbe, con ogni probabilità, la fine del suo più che ventennale regime; e con una dirigenza ucraina comprensibilmente non disposta a desistere, almeno allo stato, dall’opera avviata di faticosa riconquista di parte dei territori perduti e a far accettare alla propria opinione pubblica il fatto che il “diritto della forza” (quella utilizzata dal 2014 a oggi da Mosca nei confronti dell’Ucraina) può, in certi casi, far premio sulla “forza del diritto”.

La maggioranza degli analisti concorda nel ritenere che la presente fase di guerra di attrito sia destinata a durare almeno sino all’inizio della primavera: allorquando cioè, si sostiene, Mosca deciderà con ogni probabilità di lanciare una pesante controffensiva (che, secondo altri, potrebbe però aver luogo anche prima).

Controffensiva che potrebbe assumere ad esempi i caratteri di una nuova massiccia operazione di sfondamento in direzione di Kiev (con linee d’attacco che potrebbero partire da più direttrici per esempio a nord, dalla Bielorussia di Lukashenko, o a sud dalla Transnistria da tempo sotto il controllo di Mosca) a poco più di un anno da quella, fortunatamente fallita, messa in atto all’inizio del conflitto.

Altri ritengono invece più verosimile – ma è opinione minoritaria – che saranno invece le forze ucraine – rinfrancate dalle prossime forniture di carri armati di ultima generazione da parte occidentale – a lanciare prima ancora una nuova offensiva per impedire al Cremlino di riorganizzare compiutamente le proprie forze.

Tutto questo, viene fatto notare, in un’ottica di tentata riconquista da parte di Kiev delle aree del Donbass occupate da Mosca se non, addirittura, della stessa Crimea vera e propria “linea rossa” per Putin.

Con tutti gli interrogativi da porsi circa la risposta russa a un’eventuale offensiva ucraina in direzione della Crimea; e col rischio, evocato nelle scorse settimane da vari analisti e dallo stesso Stoltenberg, che si possa arrivare prima o poi a un devastante confronto diretto tra la NATO e la Russia . E tuttavia, ferma restando la difficoltà di anticipare gli eventi tante essendo le variabili in gioco, è forse già possibile trarre dall’anno da poco conclusosi alcune lezioni di carattere geopolitico lasciando agli esperti di soffermarsi, in altro contesto, su quelle di carattere militare (meritevoli, credo, di trattazione ad hoc).

Riflessioni e lezioni

La prima conclusione che mi sento di trarre è che, grazie a Dio, anche gli autocrati sbagliano.

Grave è stato infatti l’iniziale errore di Putin – obnubilato, forse, anche dalle certezze di inevitabile affermazione della “Russia eterna” su un Occidente corrotto e in declino veicolate da ideologi quali Alexander Dugin e dallo stesso Patriarca Kirill – di considerare l’Ucraina una “non-nazione e un “non – popolo” desiderosi soltanto di rientrare al più presto nel grembo della “Grande Madre – Russia”.

È errore di valutazione a oggi pagato da Mosca a caro prezzo in termini tra l’altro di giovani vite sacrificate, anche se la tradizionale passività e consuetudine di obbedienza al potente di turno del popolo russo ha sinora (ma non è detto che le cose non possano, prima o poi, cambiare) tenuto il Cremlino al riparo da rivolte – od operazioni di palazzo – in grado di mettere a repentaglio la stessa tenuta del regime.

La seconda conclusione mi sembra essere quella della progressiva affermazione, in quest’anno di cruento scontro col potente vicino, di una identità ucraina in termini molto più netti di quanto mai prima avvenuto e di un ancoraggio di Kiev all’occidente euro-atlantico certo non previsto dal Cremlino né a esso gradito. Il contrario, dunque, di quanto Putin sin era prefisso lanciando nel febbraio dello scorso anno la sua sciagurata aggressione.

La terza conclusione è rappresentata dalla non scontata compattezza sin qui mostrata dall’Occidente nel suo complesso (comprensivo, dunque, anche dei partner ad esempio dell’area dell’Indo-Pacifico, Giappone in primis) a fronte del cinico ricorso alla forza da parte della Russia putiniana, in violazione di tutti i principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite e dall’OSCE.

È elemento importante ancor più in una fase in cui il confronto tra le società liberal-democratiche e le potenze autocratiche (Russia e Repubblica Popolare cinese in primis ma anche Iran e Corea del Nord per non citarne che alcune) è più vivo che mai, e appare destinato a durare. Quando parlo di coesione dell’asse euro-atlantico mi riferisco naturalmente anche alla seconda giovinezza che l’aggressione di Mosca all’Ucraina e, più in generale, il riaffacciarsi della minaccia russa in Europa ha conferito a una NATO data nel 2019 praticamente per morta dal Presidente Macron.

Un’Alleanza Atlantica che si conferma invece più vitale che mai (e ancor più lo sarà dopo l’ingresso auspicabilmente a breve di Svezia e Finlandia, Erdogan permettendo) e vero pilastro della nostra sicurezza; ferma restando, naturalmente, la necessità del miglior raccordo possibile con una difesa europea ancora in fase embrionale chiamata comunque, nella visione italiana e non solo, a operare in spirito di complementarietà e certo non di concorrenza con la NATO.

Se vi è un rischio in tale ritrovata vitalità dell’Alleanza è che le tensioni legate al conflitto in Ucraina la rendano sempre più un organismo per così dire a “trazione nordica” (Regno Unito, Danimarca, Polonia, Paesi baltici in primis) con una progressiva attenuazione dell’attenzione da riservare alle sfide provenienti dal fronte sud.

È eventualità evidentemente per il nostro Paese da scongiurare. Sotto tale profilo un ruolo decisivo potrà essere svolto dal nostro governo con un Presidente del Consiglio e un Ministro degli Esteri e della Difesa rispettati e dalle impeccabili credenziali atlantiche ma, al tempo stesso, ben consapevoli del rilievo che lo scacchiere balcanico, mediterraneo e africano riveste (e rivestirà ancora a lungo) per gli equilibri mondiali e per la sicurezza stessa del nostro Continente.

La quarta lezione che mi sembra scaturire da questo primo anno di guerra ai nostri confini orientali (così come dall’emergere dell’asse Mosca-Pechino nonostante la perdurante indisponibilità della dirigenza della Repubblica Popolare a fare propri tutti gli argomenti e le richieste di Putin) è che per l’Europa, e per il nostro Paese, il conflitto in atto – al di là della sua dimensione puramente militare – ha posto in luce i rischi insiti in una eccessiva dipendenza da soggetti esterni a noi avversi, sia per le forniture di carattere energetico (Russia) e/o tecnologico (Cina) che per lo sviluppo delle nostre economie.

In sostanzase è vero che l’Unione europea – in sintonia con l’alleato americano e grazie a una capacità di risposta, per esempio sul versante sanzioni, per molti versi sorprendente date le diverse sensibilità nazionali sul tema dei rapporti con Mosca – è stata tempestiva e unita nel condannare l’invasione russa e nel sostenere l’Ucraina aggredita, è altrettanto vero che la crisi ucraina la ha anche costretta a fare i conti con alcune debolezze strutturali.

Debolezza certo note, almeno in parte, ancor prima dell’inizio dell’aggressione ma emerse in tutta la loro evidenza grazie alle lezioni della guerra. E che hanno stimolato un dibattito in seno alla UE ancora in corso potenzialmente capace di portare frutti auspicabilmente anche a breve. In conclusone, le dinamiche innescate dalla brutale aggressione russa all’Ucraina hanno reso evidente: l’urgenza di rivedere la strategia energetica della UE con l’obiettivo – cui il Presidente Meloni e il nostro governo stanno egregiamente lavorando – di ridurre la dipendenza dalle fonti fossili importare dalla Russia sino alla loro eliminazione; di rafforzare la resilienza e l’autonomia di alcuni settori essenziali dell’economia europea realizzando capacità produttive autonome per taluni materiali e tecnologie critiche riducendo la dipendenza dall’estero; di accelerare il processo di rafforzamento delle capacità UE nel campo della sicurezza e della difesa nonostante le persistenti differenze di vedute in materia tra una Germania a guida Scholz che sempre più pare intenzionata a far riferimento agli Stati Uniti per le forniture sensibili (vedasi il caso del recente acquisto degli F35 a scapito della scelta europea) e una Francia a guida Macron che dell’autonomia strategica europea intende continuare a farsi prioritaria interprete ed espressione.

Su tale ultimo versante, quello cioè legato alle tematiche della difesa, è poi un fatto che l’aggressione russa all’Ucraina ha riportato il ricorso alla forza bruta quale strumento di promozione degli interessi nazionali al centro dei rapporti tra Stati in un’Europa che credeva di avere definitivamente lasciato dietro di sé tali orrori.

Il ruolo dell’Italia

Nell’eventualità di nuovi conflitti di potenza sul nostro continente o in aree di suo diretto interesse, è dunque essenziale per l’Europa e per il nostro Paese tornare, con tutte le necessarie capacità, a un modello di difesa in grado di tenere testa anche a possibili minacce convenzionali e di esercitare al meglio il tradizionale ruolo di deterrenza (mancato purtroppo prima dell’avvio dell’aggressione russa all’Ucraina, con le conseguenze che conosciamo).

Un brusco risveglio che deve indurci a ripensare i concetti di difesa e di industria della difesa così come consolidatisi, nella percezione della nostra Europa, dalla fine della Guerra Fredda a oggi.

Anche in questo caso il nostro Presidente del Consiglio e i competenti Ministri, data la loro credibilità sia sul versante atlantico che su quello europeo e l’equilibrio che da sempre caratterizza la posizione Italiana sul versante del rapporto NATO – UE , hanno tutte le carte in regola per svolgere un ruolo di riavvicinamento tra le sensibilità di Parigi e Berlino .

La quinta riflessione è che la guerra mossa dal Cremlino all’Ucraina sta ogni giorno di più rendendo palese come non sia ormai più sostenibile per le liberal-democrazie un processo di globalizzazione che non implichi anche, per gli attori coinvolti, una convergenza intorno a valori comuni.

Dal punto di vista operativo ne deriva, come corollario, l’opportunità/necessità di mantenere o riportare all’interno di un perimetri di Paesi amici o alleati (il cosiddetto “ friend-sharing”) la capacità di sviluppare tecnologie particolarmente complesse a cominciare da quelle indispensabili per la “resilienza” delle nostre infrastrutture critiche.

La sesta lezione è che la guerra in Ucraina ha comunque fatto emergere un “Sud globale” non disponibile a fare necessariamente proprie le posizioni occidentali e i modelli di democrazia praticati dall’Occidente. Nel segno, va rilevato, di una nuova solidarietà tra Paesi che si contrappongono alle democrazie occidentali cui essi rimproverano errori pregressi e incapacità di comprendere i reali problemi di quella parte del mondo: prova ne sia ad esempio l’elevato numero di astensioni registratosi lo scorso 12 ottobre in sede di voto alle Nazioni Unite sulla Risoluzione di condanna delle “annessioni illegali”  da parte russa delle quattro regioni ucraine di Donetsk, Luhansk, Kerson e Zaporizhzia.

Né è irrilevante che tra gli astenuti in quell’occasione si contassero ben 19 Paesi africani (così come è interessante notare la presenza sempre tra gli astenuti di Cina e India e della “strana coppia” formata , per l’occasione, da India e Pakistan). Il “Sud globale” rifiuta in sostanza, ormai, di schierarsi automaticamente a fianco dell’Occidente anche se ciò non cancella il fatto che, nel caso dell’Ucraina, si è davvero in presenza di una sfida sfacciata alla Carta delle Nazioni Unite e di portata mondiale.

Nel corso del 2023 bisognerà pertanto essere più convincenti nei confronti di tali Paesi attraverso tutti gli strumenti a nostra disposizione. Bene ha fatto dunque il Presidente Meloni a lanciare nei mesi scorsi a Bruxelles, e a riprenderla in occasione della sua recente e fruttuosa missione ad Algeri, l’idea di una nuovo piano di sviluppo per l’Africa con fondi europei (il cosiddetto “Piano Mattei”) in un’ottica appunto di “cooperazione non predatoria”. Progetto ad ampio raggio con l’Italia in prima linea le cui positive ricadute possono andare, per i motivi di cui sopra, ben al di là di quelle pur importanti legate a un’azione comune di contrasto all’immigrazione illegale.

Se queste sono dunque le principali “lezioni” che mi sembrano scaturire dal conflitto in atto resterà indispensabile per l’asse euro-atlantico riservare ogni attenzione, come grazie a Dio sinora avvenuto, a evitare che lo scontro tra Mosca e Kiev possa poco a poco degenerare come sopra accennato in un conflitto tra la Russia e la NATO e a cogliere ogni possibile (al momento purtroppo inesistente) opportunità negoziale.

Il tutto naturalmente senza venir meno, da un lato, al nostro dovere morale di aiutare l’Ucraina a difendersi con ogni mezzo possibile (nell’esercizio di quel diritto all’auto-difesa sancito dall’Art.51 della Carta delle Nazioni Unite), pur nella consapevolezza delle difficoltà implicite nelle ulteriori scelte che i nostri Paesi saranno chiamati a compiere a fronte delle richieste ucraine di sistemi d’arma sempre più avanzati; dall’altro, a quel raccordo intenso e costante in ambito atlantico che ha consentito, ad esempio, di progressivamente superare le iniziali resistenze di Berlino alla fornitura di carri Leopard all’Ucraina aggredita.

La visita a Kiev del Presidente Meloni – oltre a confermare il fatto che il nostro Paese si colloca ormai saldamente nel gruppo di testa dell’alleanza occidentale a sostegno dell’Ucraina (ruolo che non potrà che uscire rafforzato dalla nostra promessa fornitura, di concerto con la Francia, del sistema di difesa anti-aerea SAMP-T) consente al nostro Presidente del Consiglio di conseguire almeno due ulteriori traguardi.

Il primo: quello di ribadire, al più alto livello, il nostro concreto appoggio all’eroica resistenza del popolo ucraino; il secondo: quello di acquisire direttamente dal Presidente Zelensky aggiornate percezioni sui possibili sviluppi diplomatici e sul terreno nelle settimane a venire.

Elementi entrambi importanti – ancor più in una fase, come l’attuale, così fluida e per molti versi critica del conflitto – che potranno essere dalla stessa Giorgia Meloni valorizzati e condivisisi con i propri interlocutori sia sul versante europeo che su quello atlantico (a cominciare naturalmente dal Presidente Biden).

Tutto questo, mi piace rilevare, nel segno di un’Italia nuovamente consapevole del proprio ruolo e delle proprie potenzialità nonché ritrovata, e ascoltata, protagonista delle scelte che l’Occidente è chiamato a compiere.