I rapporti transatlantici oggi

Amb. Gabriele Checchia
Presidente del Comitato Strategico

Trump_StoltenbergLe considerazioni che seguono - espressione del mio punto di vista su una tematica  in costante divenire e che si presta, ne sono ben consapevole, a una molteplicità di “letture” tutte egualmente legittime - non possono naturalmente anticipare gli sviluppi (che nessuno può allo stato prevedere) di due questioni suscettibili di incidere in maniera rilevante anche sul versante al centro della nostra odierna conversazione: mi riferisco, da un lato, agli sviluppi  più o meno dirompenti che potrebbe conoscere l’inchiesta in corso negli Stati Uniti con riferimento al cosiddetto “Russiagate”; dall’altro a quelli, altrettanto poco prevedibili, del duro confronto in atto tra Washington e il regime nord-coreano.

Posti tali “caveat”, vorrei esordire con una constatazione che a taluni potrà apparire banale ma che a me sembra, invece, costituire un utile punto d’avvio per qualsiasi riflessione in materia di stato delle relazioni tra la sponda europea e quella americana dell’Alleanza (non mi soffermerò sul fattore Canada, trattandosi di Paese le cui posizioni e sensibilità mi sembrano coincidere largamente con quelle degli alleati europei) .

La constatazione è la seguente: il terreno sul quale le relazioni transatlantiche insistono appare, da qualche tempo, per molti versi meno stabile di quello che aveva caratterizzato la vita dell’Alleanza sino a epoca relativamente recente. Ne deriva che le stesse, pur sempre solide, risultano oggi meno ancorate di prima ad antiche, e per così dire scontate, prassi e certezze.

 Vari, a mio avviso,  i fattori all’origine di tale sviluppo sul quale più o meno tutti gli analisti convergono: alcuni di natura sistemica, altri no (che potrebbero però diventarlo).

Tra i primi mi sentirei di includere: il peso crescente che nella proiezione di forza e diplomatica statunitense ha assunto, da qualche anno a questa parte, lo scacchiere del Pacifico occidentale (come non ricordare l’obamiano “pivot to Asia” a scapito di quello europeo, e il suo stesso dichiararsi “I am the first Pacific President”? ).  E’ dato che da solo aiuta a comprendere il mutamento di clima e priorità rispetto al periodo della “ guerra fredda” e a quello immediatamente successivo alla sua conclusione.

O, ancora, la diversità di vedute e approcci che anche  tra i membri europei della NATO continuano a registrarsi quanto alla gravità della minaccia russa ai confini orientali dell’Alleanza, nonostante il “minimo comun denominatore” rappresentato dalle misure di riassicurazione a beneficio degli alleati potenzialmente più esposti adottate al Vertice di Celtic Manor del settembre 2014 e confermate e affinate a quello di Varsavia del luglio 2016. Diversità di vedute speculare , oserei dire  “mutatis mutandis”, a quella che sullo stesso tema si registra - al di là dell’oceano- in seno alla dirigenza e alla società americana (con un Trump interessato quanto meno a esplorare la possibilità di una “ricucitura” dei rapporti e i Democratici, ma anche larghi settori dell’”establishment” repubblicano, decisamente contrari come dimostrato dal rinnovo sostanzialmente “bi-partisan”, lo scorso luglio, delle sanzioni nei confronti di Mosca).

Tra i secondi (quelli cioè di natura a oggi congiunturale),collocherei in primo luogo il  “fattore Trump”, espressione peraltro di un malessere profondo di vasti strati della società americana che potrebbe pesare ancora a lungo (voglio dire anche al di là del primo mandato dell’attuale inquilino della Casa Bianca) sulle scelte del corpo elettorale in sede di elezione del Capo dello Stato. Le prossime elezioni di mezzo termine ci potranno, ritengo, fornire utili indicazioni al riguardo.

Sullo specifico versante del rapporto transatlantico rilevano in particolare,  a mio avviso, due elementi legati alla personalità inabituale del successore di Barack Obama rispetto all’ insieme dei suoi predecessori dal primo dopo guerra a oggi.

Il primo risiede nel suo richiamo ricorrente ed esplicito a quel principio di "America first" - certo non nuovo nel panorama politico statunitense anche ai livelli più alti -  ma da lui declinato in maniera particolarmente assertiva anche nei toni. Tanto da spingere taluni (come Dina Pardijs e Jeremy Shapiro in un loro recente  articolo per the “European Council for Foreign Relations”) ad asserire: “ la sua promessa di porre l’America davanti a tutto rappresenta una sfida esistenziale alla visione consolidata del legame transatlantico e della sicurezza europea”. E ad aggiungere: “la sua antipatia nei riguardi della integrazione europea e la sua intenzione di riscrivere le regole del commercio internazionale rappresentano una sfida per la prosperità europea”. Parole forti , forse troppo, che mi sento di condividere solo in parte ma che ben esprimono però una percezione  prevalente in Europa e largamente diffusa negli stessi Stati Uniti, quanto meno in seno alle locali  “élites”. E, come tutti sappiamo, nella geo-politica le percezioni contano e   come.. , tanto da divenire uno dei fattori dell’equazione.

Il secondo dei fattori di discontinuità emersi con l’avvento della presidenza Trump consiste nel fatto che - come rileva tra gli altri Reinhard Wolf in suo recente stimolante scritto “ Donald Trump’s Status- Driven Foreign Policy  - il nuovo Presidente sembra non sapere bene dove vuole andare (“he lacks any clear sense of direction”)  per quanto riguarda gli obiettivi di fondo della politica estera americana. Trump,  egli osserva, è privo di  una  “Weltanschauung”, non ha mai fatto propria una ideologia coerente e raramente si è riconosciuto in una visione partitica. Cio’ premesso, non ha però credo torto lo stesso Wolf nell’osservare che “Trump non è un cinico amorale, un Machiavelli new-yorkese”. Al centro della sua politica estera, aggiunge (ed è a mio avviso dato da  non sottovalutare) “si trova un convincimento sincero. Trump è – ed è sempre stato – mosso da una sorta di risentimento morale, dalla radicata sensazione che dei “parvenus” (sulla scena internazionale) hanno ormai per troppo tempo trattato il suo Paese in maniera riduttiva e ingiusta”. Egli è genuinamente  convinto (come, rilevo per inciso, i tanti milioni di americani che lo hanno votato) che la sua sia una grande Nazione che, come tale, deve essere trattata.

Se quanto sopra è vero va però anche detto che - al netto delle sue “peculiarità” in termini di personalità e modo di muoversi sulla scena interna e internazionale - l’attuale Presidente degli Stati Uniti (nonché, non dimentichiamolo, “Commander in Chief”) è con ogni probabilità più il sintomo aggiornato che la causa delle fase difficile e delicata che il rapporto transatlantico sta attraversando. Non vi è dubbio infatti che segnali di un’America incline al ripiegamento e sempre più concentrata sulla tutela dei propri interessi siano emersi - seppur con modalità meno esplicite e contundenti - già in epoca obamiana. Basti pensare alla dichiarata volontà di quest’ultimo - in  prese di posizione anche all’inizio del primo mandato – di ridurre l’impegno statunitense in Iraq e in Afghanistan (impegno quest’ultimo che il suo successore sta invece rilanciando, sull’onda degli sviluppi sul terreno, seppur con comprensibile scarso entusiasmo); al famoso “leading from behind” nell’operazione sfociata nell’estromissione di Gheddafi; al mancato intervento americano in Siria (nonostante le proclamate, e ampiamente mediatizzate, “linee rosse” a fronte di un Trump - va detto per amor di verità - che ha invece avuto il coraggio di inviare segnali forti, seppur opportunamente mirati, a quel regime a e alla sua “longa manus” militare); ai ripetuti, severi richiami agli alleati europei anche da parte di Ministri della Difesa di epoca obamiana - da Panetta a Robert Gates - all’esigenza e urgenza di un loro ben più sostanziale contributo agli oneri derivanti dalla “membership” atlantica.

Le domande da porsi, in una dimensione prospettica, mi sembrano pertanto le seguenti:

a)     in che misura il dato oggettivamente nuovo rappresentato dalle specificità anche caratteriali del “fenomeno Trump” incideranno,  nel senso di un’accelerazione delle dinamiche in atto?;

b)     esiste davvero il rischio, come più d’uno teme, che ne possa, seppur a termine, derivare una incrinatura non più sanabile (quanto meno nel breve periodo) della solidità del legame transatlantico, con conseguenze gravi soprattutto per la componente “europea” dell’Alleanza

Tutti ricordiamo del resto i dubbi da più d’uno nutriti (almeno sino al Vertice NATO di Varsavia dello scorso luglio) quanto al  grado di attaccamento di Trump a quello che è, da sempre, l’asse portante dell’Alleanza: vale a dire la garanzia offerta dall’articolo 5 del Trattato di Washington.

Non ho naturalmente - né credo qualcuno possa almeno a oggi averla, troppe essendo le variabili in gioco - risposta ai due quesiti. E, tuttavia, il fatto di sentirsi per così dire nell’obbligo di porsi interrogativi di tale natura è, di per sé stesso, elemento rivelatore della delicatezza e, per molti versi, “unicità” del momento che stiamo vivendo.

Mi sembra, anche alla lettura della stampa internazionale, che due principali scuole di pensiero si stiano confrontando al riguardo:

  1. la prima (al momento, ritengo, minoritaria) è quella che vede nelle prese di posizioni sovente spiazzanti di Trump null’altro che il tassello di una strategia ben precisa (mirante a un riequilibrio di forze a favore degli Stati Uniti, sia nei riguardi dei propri alleati che dei principali “competitors”) che include, tra gli strumenti attuativi, anche quello di un uso sapiente e calibrato della “imprevedibilità” (in altri termini quella che taluni storici amano definire la “madman theory”, di nixoniana memoria). In tal modo viene letto ad esempio, dai sostenitori di tale chiave interpretativa, il ricorso al termine di “obsolete” impiegato da Trump a inizio mandato per definire l’odierno stato dell’Alleanza atlantica. Termine, si fa  notare, la cui portata è stata successivamente sfumata dallo stesso Trump con la precisazione trattarsi di qualificativo utilizzato solo per attirare, nella maniera più incisiva possibile, l’attenzione degli alleati sulla indifferibilità di conferire all’Alleanza obiettivi e modalità  operative maggiormente in linea con le priorità del momento ( “in primis”, nella sua percezione peraltro da molti condivisa , quella del contrasto al terrorismo internazionale). E vanno nel senso di una attenuazione di tali timori anche l’allocuzione di Trump al Congresso dello scorso 28 febbraio, così come il suo intervento al cd “mini-Vertice” alleato dello scorso maggio.
  2. La seconda griglia interpretativa - decisamente meno lusinghiera nei confronti dell’interessato ma sicuramente a oggi maggioritaria - è quella che, nel considerare dato “strutturale” e per così dire non graduabile dell’equazione la imprevedibilità  delle esternazioni (“twitter” e altro) e prese di posizione presidenziali,  ripone le proprie speranze nel così detto “Regency  effect” (con richiamo analogico a quanto avvenuto nel Regno Unito, alla fine del XVIII secolo, nella fase conclusiva del tormentato regno di Giorgio III): vale a dire nella “capacità di tenuta” della rete di protezione, verso le possibili ricadute di estemporanee prese di posizione presidenziali, di cui sta  dando - e , si spera,  saprà continuare a dar prova -  l’ attuale squadra di  diretta collaborazione del Presidente. Rivelatrici al  riguardo, seppur non particolarmente rassicuranti, le parole di un autorevole  esponente repubblicano del Senato, il Presidente della Commissione Esteri Bob Corker, secondo il quale solo il Segretario alla Difesa  Mattis, il Segretario di  Stato Tillerson e il Capo di Gabinetto di Trump, Gen. Kelly, separerebbero ormai gli Stati Uniti dal caos.

In attesa di disporre di sufficienti elementi di risposta a questi interrogativi (che, non mi sento di escluderlo, potrebbero accompagnarci per tutto il mandato) ritengo si possano trarre sin d’ora alcune conclusioni di ordine operativo:

  1. la prima, che con la presidenza Trump si sta andando verso una progressiva “bilateralizzazione” dei rapporti di  partenariato e forse anche di alleanza (pur se ovviamente, per quanto attiene al rapporto transatlantico, nel rispetto della cornice più ampia rappresentata dal Trattato fondatore).  E’ qualcosa, osservo per inciso, che sembra avere ben colto il Presidente Macron. Figura che sta rivelandosi davvero abile nel giocare sui due tavoli a tutto beneficio degli interessi e dell’immagine della Francia nel mondo. Vale a dire: da un lato, quello “multilaterale”, e della Comunità Internazionale in senso lato, come testimoniato da ultimo dal suo appassionato discorso in sede di ultima Assemblea Generale - per molti versi un vero e proprio e orgoglioso “controcanto”, di omaggio al multilateralismo, a quello tenuto da Trump  nella stessa occasione; dall’altro, quello bilaterale, attraverso le sue ripetute (e ampiamente mediatizzate) manifestazioni di attenzione e personale riguardo nei confronti dell’omologo statunitense e della consorte: nel corso ad esempio della presenza del Presidente Trump a Parigi quale ospite d’onore nel quadro delle più recenti celebrazioni del 14 luglio.
  2. La seconda, circa l’Alleanza e il suo prossimo futuro, è che il percorso rischia di restare “accidentato”.

Per ridurre i rischi in tale senso sarà a mio avviso indispensabile che gli alleati europei facciano tutto quanto in loro potere in particolare su due versanti.

  1. Il primo, considerato prioritario da Washington, e direi vera e propria cartina tornasole della credibilità del “commitment” alla NATO degli alleati europei,  da ben prima dell’avvento Presidenza Trump, è quello del noto riequilibrio del “burden- sharing”, attraverso il raggiungimento  del noto traguardo del 2 per cento di spese destinate alla difesa da parte di tutti gli alleati europei. E’ considerazione  che ritengo legittima, ancor più alla luce dell’approccio dichiaratamente “transazionale” che Trump ha ripetutamente lasciato intender di voler conferire alla politica estera della propria Amministrazione. A oggi solo 5 Paesi europei rispettano l’ impegno a spendere almeno il 2% del PIL per la Difesa. Il nostro Paese è all’1,13%; la Germania è all’1,22 anche se ha promesso di raggiungere il 2 entro il 2024;
  2. Il secondo, quello di contribuire al meglio a rendere l’Alleanza sempre più reattiva alle nuove sfide cui la Comunità euro-atlantica si trova ormai da tempo confrontata: a cominciare da quelle discendenti dalla minaccia “cyber” e dal terrorismo di matrice islamista.

Credo , in altri termini, che il grado di priorità assegnato  dall’Amministrazione Trump (e, dato ancor più rilevante, dallo stesso Trump) all’obiettivo della salvaguardia di un saldo rapporto trans-atlantico finirà col dipendere, in larga misura, dal grado di “adattabilità” ai nuovi compiti del quale l’Alleanza (e in particolare i suoi membri europei) saprà dar prova sui due versanti in parola. “In  primis”, per quanto riguarda l’aspetto “adaptabiliy”, quello di un efficace comprensione, monitoraggio e  gestione - laddove possibile in coordinamento con le altre OO.II, Unione Europea  in primis - delle sfide strategiche provenienti dalla sponda sud, con la  minaccia terroristica in prima linea. Sull’insieme di tali versanti  un ruolo importante sarà chiamato a svolgere  il cosiddetto “Hub per il Sud”  a  Napoli di recente costituzione, fortemente voluto e ottenuto dal nostro Governo.

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Se queste sono le “incognite” dell’equazione, va detto che i “banchi di prova” della capacità di tenuta del rapporto transatlantico - almeno per quanta riguarda gli aspetti di sicurezza, poiché una riflessione sugli altri, commerciali “in primis”, ci porterebbe temo troppo lontano - non mancheranno nei mesi e, con ogni probabilità,  negli anni a venire. Ne evocherò solo alcuni, avendo come principale parametro di riferimento - trattandosi di quello che, piaccia o no,  resta comunque a oggi ineludibile per valutare lo stato di salute dell’Alleanza e dei rapporti Europa-Stati Uniti - quello del posizionamento “alleato” rispetto alla crescente assertività mostrata da Mosca su un pluralità di teatri.

Vi è a mio avviso (e tengo a precisare che non intendo giudicare in questa sede  da un’angolazione  etica o “valoriale”  il comportamento russo, limitandomi a  una serie di constatazioni) molto di vero nella tesi di quanti sostengono - tra questi Maurizio Molinari in un suo bell’articolo su “La Stampa” del 17 settembre u.s. - che il Cremlino stia guadagnando terreno, praticamente ovunque, ai danni dell’Occidente con un’ abile combinazione di diplomazia e aggressività militare e con una pluralità di obiettivi. Obiettivi che vanno, nella sostanza,  dal perseguimento del recupero di aree di influenza da Mosca ritenute storicamente e culturalmente russe - o in ogni caso spettanti alla Russia -  e, come tali, non negoziabili (è questo, ad esempio, il caso delle regioni dell’Ucraina orientale, a cominciare dal Donbass) a quello per certi versi ancor più ambizioso, non dichiarato e forse non dichiarabile, di (per riprendere l’efficace formula di Molinari) “portare scompiglio nel campo occidentale e allontanare l’America dai suoi Alleati”.

E’ prevalentemente su quest’ultimo versante - quello cioè della tenuta dell’Alleanza a fronte del “cuneo/cunei “che Mosca si sta sforzando di introdurre-  che si giocherà, credo, la tenuta del rapporto transatlantico (non parlo ovviamente… della dimensione Alleati Europei-Canada) nei mesi e anni a venire.

Alcuni esempi: si sono svolte nelle scorse settimane le manovre Zapad (“Occidente”) 2017, le più imponenti dalla fine della Guerra Fredda. Manovre che, come sapete, hanno visto Mosca schierare un’armata convenzionale con l’appoggio di reparti bielorussi, lungo i confini di tre membri dell’Alleanza (e quali membri… mi permetto di aggiungere: Lettonia, Lituania, Estonia) coniugato al posizionamento di missili a medio raggio nell’”enclave” di Kaliningrad.

Se a questo aggiungiamo le pressioni esercitate da Mosca, da qualche tempo a questa parte, su Finlandia e Svezia per dissuaderle dall’aderire alla NATO è chiaro, osserva Molinari, che il Cremlino ha scelto questo altamente sensibile angolo d’Europa per conseguire almeno quattro obiettivi: 1) mostrare i muscoli all’Alleanza; 2) lanciare messaggi suscettibili di innescare in Occidente dibattiti sulle reali capacità di tenuta di quell’art.5 che è la vera chiave di volta dell’Alleanza; 3) far indirettamente pervenire alle minoranze russofone nell’area (a cominciare dalla Lettonia) il messaggio che Mosca è pronta, all’occorrenza a “proteggerle”, in continuità con quanto già fatto nel marzo 2014 con l’annessione della Crimea; 4) scongiurare, da ultimo, ulteriori adesioni alla NATO in un’area che Mosca (credo anche nella prospettiva del crescente rilievo che sta assumendo la rotta artica) considera cruciale per la promozione e tutela degli interessi della Federazione.

Ma anche in Estremo Oriente, come gli accadimenti di queste settimane dimostrano, la Federazione Russa sta dispiegando la propria assertività e ritorno da protagonista sulla scena internazionale. Basti ricordare, per quanto riguarda il Giappone (altro alleato- chiave degli Stati Uniti) il tentativo di seduzione avviato da Putin nei confronti di Abe, prospettando la possibilità di una restituzione delle Kurili: è ipotesi che egli ha fatto balenare di recente almeno tre volte, senza mai dargli seguito riuscendo però ad aprire un canale di comunicazione privilegiato con Tokio.

O, ancora, vorrei ricordare la spregiudicatezza  con la quale da parte russa ci si sta muovendo nella “partita a scacchi” nord-coreana: facendo quadrato con Pechino nell’opporsi al cambio di regime a Pyonyang e proponendo, al contempo, il cd “double freeze”(simultanea sospensione dei “test” atomici di Kim Jong-un e delle manovre militari USA-Sud Corea) con il verosimile disegno di rovesciare per così dire sulla Casa Bianca la responsabilità di un’ eventuale “escalation”. Ma anche forse, osservano taluni, per fare breccia a Seoul come a Tokio fra quei “leader” politici locali che, inquieti per lo squilibrio di forze a loro svantaggio, continuano a ritenere inevitabile l’avvio di una politica di “appeasement” nei confronti della Nord-Corea e del suo regime.

Infine, in questa rapida carrellata, il “dossier” Siria dove Mosca è forse ormai definitivamente riuscita a far sopravvivere il regime di Bashar al-Assad grazie all’intervento militare del settembre 2015 a fianco dell’Iran e sta ormai (in virtù  del peso decisivo acquisito nelle scelte del regime siriano) anche cercando di accreditarsi come garanzia di sicurezza per la stessa Israele: vale a dire lo “storico” e  principale alleato di Washington nella regione (ne son testimonianza gli almeno 5 incontri di Netanyahu con Putin negli ultimi 18 mesi).

Fin qui il “fattore Russia” e il da molti percepito tentativo del Cremlino di allargare il divario tra Washington e i suoi tradizionali alleati/“partner” sui vari scacchieri (membri europei della NATO, Giappone, Corea del Sud per non citarne che alcuni) .

Va da sé che - al di là degli  sforzi  posti in essere da parte russa  per allargare la “forbice” tra le due sponde dell’Atlantico - l’altro importante crinale di affiorante  divergenza è rappresentato dal “dossier” del nucleare iraniano. Non ci è ovviamente a oggi dato sapere quali ricadute  finirà col produrre sulla tenuta dell’accordo “5 più 1”, e dello stesso rapporto trans-atlantico, la decisione adottata lo scorso 13 ottobre da Trump di non procedere all’ulteriore rinnovo della nota, periodica “certificazione” richiesta dal Congresso al Presidente in esercizio. Possiamo certo immaginare scenari di varia natura di crescente gravità ivi compreso il più preoccupante: quello cioè che, proprio da un crescente disallineamento sul versante “nucleare iraniano”, scaturisca a termine  una frattura drammatica tra gli Stati Uniti a guida Trump e gli alleati europei.

Su tale sfondo vi è chi dando in sostanza ormai per irreversibile, almeno per il prossimo futuro.., una crescente divaricazione tra le due sponde dell’Atlantico, già si spinge a parlare di una “post-American Europe”. E’ scenario che non  mi sento di condividere per almeno due ordini di  motivi:

A) il  primo è che continuo, forse a torto, a ritenere che i fattori  (ma direi anche i valori) che sull’uno e sull’altro lato dell’Atlantico - e che vanno ben al di là dell’influenza pur rilevante esercitata dall’inquilino pro-tempore della Casa Bianca, chiunque egli sia - militano a favore della permanenza di un saldo legame transatlantico restino a oggi più forti di quelli che spingono nella direzione opposta;

B) il secondo, è che non penso sussistano allo stato né le condizioni minime per conferire credibilità a scenari di un’Europa provvista di una reale “autonomia strategica “ rispetto agli Stati Uniti né si possa dare per scontata, in seno all’Unione Europea, una condivisa volontà di esercitarla specie a fronte di eventuali sfide sul Continente europeo di natura dirimente. E qui torno, solo per fare un esempio, alla visibile diversità di atteggiamenti che si registra tra gli “alleati” europei (ben 22 su 29 membri dell’Alleanza) sull’approccio da adottare a tutti i livelli per contrastare la rinnovata assertività russa.

Non voglio con questo certo sminuire il rilievo dei progressi che si registrano da qualche tempo a questa parte sul terreno della difesa europea, ma solo porre l’accento su un elemento: quello, innegabile, che nella percezione di  buona parte degli “alleati” europei nessuna difesa europea potrà sostituire, anche termine, con pari credibilità gli automatismi previsti dall’art.5 del Trattato di Washington.

Vi è da sperare - e concludo - che, in luogo di una Europa post-americana- conosceremo piuttosto una collaborazione crescente tra la NATO e la UE, in continuità con  lo “spirito” e la sostanza dell’ultima Dichiarazione Congiunta adottata a margine del Vertice NATO di Varsavia del luglio 2016. Documento  che offre molti argomenti per continuare a credere nelle potenzialità della collaborazione transatlantica e, da un’angolazione più spiccatamente operativa nel segno di largamente condivisi valori e traguardi, di quella tra la NATO e l’Unione Europea.

- Intervento svolto presso l’ASSDIPLAR l’ 8.11.2017