Il ritorno della Russia

di Simone ZUCCARELLI, Coordinatore Nazionale e Presidente YATA. 

Minister of Foreign Affairs of Russia visits NATO«Oggi stiamo sollevando la questione dell’appartenenza della Russia alla NATO, seppure lo consideriamo un obiettivo politico a lungo termine». Era il 20 dicembre 1991 quando Boris Eltsin, primo Presidente della neonata Federazione Russa, inviava una lettera all’Alleanza Atlantica nella quale poneva l’ingresso di Mosca nella stessa come un obiettivo politico. A trent’anni dal crollo del Muro di Berlino, il futuro che sembrava intravedersi allora non si è materializzato. La storia, tuttavia, avrebbe potuto svolgersi in modo diverso e il ritorno della Russia avrebbe potuto inquadrarsi in un framework cooperativo invece che competitivo. Infatti, la Russia ha sempre avuto diverse alternative e, almeno in principio, sembrava fosse orientata verso un’integrazione nel mondo Euro-Atlantico.

Ciò che i mesi concitati seguenti la dissoluzione dell’Unione Sovietica restituiscono, infatti, è una neonata Federazione Russa desiderosa di rompere con il proprio passato per abbracciare valori e organizzazione economica occidentale. L’URSS non si era ancora dissolta che già era stato fondato il North Atlantic Cooperation Council. Pochi mesi dopo, nella primavera del 1992, il Presidente americano George H.W. Bush, di fronte all’American Society of Newspaper Editors, considerava la «rivoluzione democratica» in corso in Russia, «[…] la miglior speranza per una vera pace nel corso della mia vita».

Nella conferenza congiunta tra il Presidente americano e Boris Eltsin tenutasi qualche mese più tardi, Bush rimarcava come gli Stati Uniti supportavano fortemente la Russia nel suo percorso di riforme e si compiaceva della firma della Carta di Washington, un documento con il quale le due parti si impegnavano a raggiungere un futuro di pace come partner democratici. Anche la National Security Strategy statunitense del 1991 indicava apertamente la volontà di instaurare una nuova relazione cooperativa con la Russia.

Allo stesso tempo, importanti esponenti russi facevano valutazioni simili. Interessante, ad esempio, è l’articolo che l’ambasciatore russo a Washington, Vladimir Lukin, scrive per Foreign Policy nell’autunno del 1992, poco dopo la conferenza Bush-Eltsin. In tutto l’articolo il tema centrale risulta quello della necessità per la Russia di muoversi rapidamente, nonostante gli ostacoli, verso un regime liberal-democratico.

L’elezione di Bill Clinton non cambia inizialmente la direzione delle relazioni tra Russia e Stati Uniti. Al contrario, la volontà di continuare sulla strada dell’approfondimento della partnership in vista di un futuro di amicizia tra i due ex rivali emerge con forza nel primo meeting tra Clinton ed Eltsin. Nell’agosto dello stesso anno, poi, il Presidente russo, durante una visita a Varsavia, esprime comprensione per il desiderio della Polonia di unirsi alla NATO affermando, inoltre, che ciò non avrebbe minato gli interessi russi. Contestualmente, a Washington si ipotizzava (Strategy for NATO’s Expansion and Transformation – 7 September 1993) perfino di riuscire a far diventare la Russia un membro NATO entro il 2005, insieme a Ucraina e Bielorussia.

La crisi istituzionale russa dell’autunno 1993, tuttavia, dà una svolta alle relazioni tra comunità transatlantica e Russia. Da quel momento in avanti, infatti, Eltsin sarà obbligato a tenere in maggiore considerazione le forze di sicurezza e militari che non avevano mai smesso di considerare una minaccia la NATO, conducendo via via a un approccio sempre più duro nei confronti dell’Occidente.

Niente meglio delle parole del Ministro degli Esteri russo Andrej Kozyrev può mostrare in modo chiaro ed esaustivo il cambio di rotta della Federazione Russa. Colui che soltanto un anno prima dichiarava che la scelta per la Russia era quella di «progredire secondo le regole generalmente accettate. E se queste sono state inventate in Occidente, allora significa che in questo io sono un occidentalista» (M. Massari, Russia. Democrazia europea o potenza globale?, 2009, p. 61), pochi mesi dopo indicava tutto il peso di un cambiamento in due articoli da lui scritti in rapida sequenza. Nel primo, uscito sul The Washington Post, enunciava la necessità del suo Paese di preservare i suoi interessi speciali nello spazio eurasiatico; nel secondo, apparso su Foreign Affairs, veniva fatto notare come la maggioranza delle forze politiche e degli elettori desiderasse una Russia indipendente, prospera e potenza globale. Tutto questo, però, non è sufficiente a risvegliare un Occidente convinto del fatto che «[t]he age of geopolitics had supposedly given way to the age of geoeconomics».

Contemporaneamente, la NATO si muoveva nell’ottica di integrare i Paesi ex rivali nello spazio Euro-Atlantico. Anche la Russia veniva inclusa in tale sforzo con l’ammissione alla Partnership for Peace NATO nel 1994 poco dopo la sua creazione. Il programma di cooperazione bilaterale andava incontro anche all’esigenza russa di avere un sistema di collaborazione e integrazione pan-europeo. Negli Stati Uniti, frattanto, ci si assicurava che la Russia sapesse che la porta aperta per una completa integrazione nella famiglia degli Stati Occidentali restava aperta, cercando di conciliare il tutto con la politica della Porta Aperta della NATO e le richieste pressanti di adesione provenienti dai Paesi una volta parte dello spazio sovietico.

Infatti, nello stesso anno, l’amministrazione Clinton inizia a spostarsi su una posizione più aperta verso le richieste di alcuni Paesi di essere ammessi alla NATO. Gli avvertimenti di Eltsin sul rischio del passaggio da una guerra fredda a una pace fredda nel caso in cui la NATO fosse stata allargata vennero rigettati da Clinton che indicò come gli Stati Uniti, seppure desiderosi di trovare una via per soddisfare tutte le parti in causa, non avrebbero accettato il veto della Russia su una tematica simile. Tuttavia, proprio per venire incontro alla Russia, nel maggio 1995 Clinton assicura alla controparte che qualsiasi espansione della NATO non sarebbe avvenuta prima delle elezioni presidenziali russe del 1996; promette, inoltre, l’apertura del G7 alla Russia e una special relationship con la NATO [1], qualora Mosca avesse voluto cogliere la possibilità offerta.

La fine della competizione bipolare, però, aveva trasportato la NATO in una nuova epoca. Il New Strategic Concept del 1991, tra le altre, cose, prevedeva che la NATO potesse andare «[…] beyond collective defence and to conduct new security missions, including peacekeeping, conflict-prevention and crisis-management activities». Ed è proprio la prima operazione oltre i limiti stabiliti dall’articolo 5 del Trattato di Washington, l’operazione Deliberate Force in Bosnia, a rafforzare gli attriti tra NATO e Russia. L’ampio coinvolgimento dei russi nella stesura degli Accordi di Dayton e nelle operazioni di peacekeeping seguenti l’azione della NATO non porteranno a un ammorbidimento della posizione russa. Anzi, pochi mesi dopo, con le dimissioni di Kozyrev (dicembre 1995) e la nomina di Primakov – che già dal 1993 conduceva duri attacchi verso la NATO – la Russia ostentava l’intenzione di continuare sulla strada del recupero di una politica estera poco intenzionata a un accomodamento con l’Occidente.

Il secondo mandato di Bill Clinton porta all’allargamento della NATO a est: Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria vengono invitate, nel luglio del 1997 [2], a entrare a fare parte dell’Alleanza Atlantica. I Paesi occidentali, tuttavia, continuano a mostrare la volontà di integrare anche la Russia nelle istituzioni euro-atlantiche: aprono il G7 a Mosca e riescono a ottenere un importante successo con il NATO-Russia Founding Act con cui si ha il mutuo riconoscimento delle parti come partner e non come avversari e l’istituzione di una serie di strumenti di consultazione e coordinamento per aumentare la stabilità dell’area Euro-Atlantica.

Gli Stati Uniti, allo stesso tempo, mostrano di non ritenere una minaccia l’evoluzione in corso in Russia. Ne è una conferma la National Security Strategy uscita nel maggio del 1997. Nella stessa, infatti, viene enunciata con chiarezza l’intenzione di costruire un’Europa integrata con una Russia democratica pienamente partecipe. Il ritorno di posizioni proto-imperiali, come la considerazione dell’Ucraina come «fenomeno temporaneo» (Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard. American Primacy and Its Geostrategic Imperatives, p. 104), la dichiarazione di invalidità della dissoluzione dell’URSS da parte della Duma e la ricomparsa di posizioni imperialiste di stampo eurasiatico non appaiono all’amministrazione americana come segni di un revival di visioni incompatibili con il progetto di creare uno spazio liberal-democratico con una Russia inclusa e partecipe.

Le relazioni, tuttavia, peggiorano ulteriormente con l’intervento NATO in Serbia. L’azione intrapresa con poco riguardo alla posizione di assoluta contrarietà di Mosca mostra a quest’ultima, infatti, come fosse ben lontana dall’aspirazione di essere considerata una grande potenza paritaria.

L’ingresso nel nuovo millennio sembrava poter invertire l’inerzia della relazione in deterioramento. Vladimir Putin appariva concentrato sulla politica interna e con posizioni concilianti in politica estera, rimarcando fin da subito la volontà di formare esternamente «a stable, just and democratic world order» e, internamente, di «successfully carrying out democratic transformations». Poi, nel marzo 2000, dichiarava, in un’intervista rilasciata alla BCC, che «Russia is part of the European culture. And I cannot imagine my own country in isolation from Europe. So it is hard for me to visualise NATO as an enemy». Incalzato sulla possibilità per la Russia di unirsi alla NATO risponde: «I don’t see why not». Oltre Oceano, contemporaneamente, fin dai primi mesi di amministrazione Bush si discuteva di un New Strategic Framework con la Russia, al fine di proseguire nella traiettoria dell’inclusione e della cooperazione.

Anche il primo summit Bush-Putin sembrava potesse delineare una traiettoria futura di cooperazione tra Russia e Stati Uniti. Era radicata, in sostanza, la convinzione per cui, alla fine della storia, a Mosca non era rimasta che una sola alternativa: cooperare con l’Occidente ed essere, infine, inclusa nel suo ordine. La reazione moderata di Mosca a questioni spinose come il ritiro statunitense dall’ABM Treaty non fece che confermare le suddette considerazioni. L’attentato dell’11 settembre, poi, rafforzò decisamente la convinzione nei Paesi occidentali che il pericolo maggiore per la loro sicurezza non veniva da altre grandi potenze ma da Stati canaglia, Stati falliti e gruppi terroristici. In quest’ottica la Russia era vista come un partner nella guerra al terrore e non più un avversario ed è questo lo spirito che conduce agli accordi di Pratica di Mare e alla formazione del NATO-Russia Council, il 28 marzo 2002.

Ancora a fine 2003 Putin, pur condannando l’invasione dell’Iraq, ricordava che «we are US partners in the fight against terrorism». Anche la reazione di Mosca al grande allargamento NATO del 2004 non fu tale da causare frizioni sensibili tra le parti. Il Presidente russo, infatti, pur ricordando la posizione di contrarietà della Russia, mostrò un volto molto più aperto rispetto agli anni di Primakov, sostenendo, ad esempio, che la Russia non aveva «concerns about the expansion of Nato» e che le relazioni con la stessa si stavano sviluppando positivamente. Inoltre, mostrava la volontà di allinearsi a un punto fermo della visione occidentale: «[E]ach country has the right to choose the form of security it considers most effective».

Sono principalmente le cosiddette rivoluzioni colorate che spingono la Russia a mutare il proprio orientamento nei confronti dell’Occidente. Il Cremlino, infatti, inzia temere seriamente la possibilità che l’esportazione di democrazia non fosse destinata al solo Medio Oriente ma potesse confliggere anche con le sue aspirazioni nell’near abroad e diffondersi entro i confini della Federazione. Già nel 2007 diveniva palese, con le dichiarazioni antagonizzanti di Putin alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, che la Russia non aveva alcuna intenzione di seguire la linea suggerita dalla comunità transatlantica a guida americana.

Lo scoppio della Guerra in Georgia, il 7 agosto del 2008, fu una doccia fredda per l’Occidente, una dimostrazione che la politica di potenza non solo era ancora presente ma era utilizzata in zone oramai considerate parte di uno scenario post-storico caratterizzato dalla rinuncia allo strumento bellico come risoluzione delle contese. In risposta all’attacco russo la NATO sospende, per la prima volta, i meeting del NATO-Russia Council e la cooperazione in alcune aree, anche se l’Occidente ritrova presto la volontà di provare a collaborare con la Russia grazie ai nuovi volti emersi vittoriosi nel corso dell’anno: Dmitry Medvedev e Barack Obama.

Proprio le relazioni tra Russia e Stati Uniti sono state una delle prime questioni di politica estera affrontate dalla nuova amministrazione americana. È così che nel marzo del 2009 Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, consegna un bottone simbolico che avrebbe dovuto rappresentare l’inizio di una nuova relazione. Il fatto che stampato sul bottone, per errore, ci fosse scritto peregruzka (sovraccarico) invece che perezagruzka (reset) avrebbe dovuto apparire come un presagio; nei due anni successivi al reset, però, il ritorno alla cooperazione sembrava possibile. Russia e Stati Uniti, infatti, firmano alcuni accordi importanti [3] e cooperano in alcune questioni dirimenti a livello globale [4]. L’amministrazione Obama, inoltre, rinuncia al dispiegamento del sistema antimissile voluto da Bush in Polonia e Repubblica Ceca. Il nuovo clima spinge il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov a parlare di una «new atmosphere of mutual trust» [5] e la NATO a invitare Medvedev al Summit tenutosi a Lisbona nel novembre dello stesso anno, dove le parti si accordano per lanciare una nuova fase nella cooperazione al fine di raggiungere una vera partnership strategica.

Anche la risposta della Russia all’aggravarsi della situazione libica apparve, inizialmente, incoraggiante. Il 17 marzo venne approvata, con l’astensione fondamentale della Russia, la Risoluzione 1973 ONU volta a prevenire un massacro ritenuto incombente [6]. Le élite russe, però, sommarono la “lezione libica” a quelle apprese negli anni precedenti, alimentando l’atavico senso di insicurezza verso l’Occidente e le sue intenzioni. Agli occhi della leadership russa, i sospetti verso l’Occidente si confermarono l’anno successivo, quando il supporto del Segretario di Stato Clinton ai manifestanti scesi in piazza per contestare i brogli nelle elezioni parlamentari del 2011 [7] non venne gradito in Russia. Putin, in risposta, attacca i Paesi occidentali, additandoli come agitatori e finanziatori delle proteste volte a impedire il ritorno della Russia al suo ruolo da grande potenza.

L’invasione dell’Ucraina, pochi mesi dopo, è la naturale conclusione di un percorso intrapreso a Mosca, seppure in modo altalenante, fin dall’autunno del 1993. Venuti meno gli strumenti politici ed economici per mantenere l’Ucraina ancorata a Mosca, Putin si affida alla forza. L’atteggiamento di apertura che l’Occidente aveva tenuto nei due decenni precedenti diviene una ragione a supporto dell’invasione della Crimea e della guerra ibrida nell’est dell’Ucraina. Il leader russo si convince, infatti, che i costi della manovra non sarebbero stati alti. Inoltre, il percorso dell’Ucraina verso Occidente, iniziato già nel 1993, non era mai stato accettato completamente a Mosca. La perdita dell’Ucraina, infatti, ha rappresentato un duro colpo a tre secoli di tradizione imperiale russa, nonché un arretramento geopolitico di proporzioni significative. Già nei primi anni dell’indipendenza ucraina, ad esempio, nonostante le rassicurazioni – come la firma del Memorandum di Budapest nel 1994 – numerosi uomini politici e pensatori russi non consideravano che temporanea la condizione dell’Ucraina.

Nonostante Putin ha indicato il problema dell’espansione della NATO come ragione primaria per l’intervento russo, essa non sembra la ragione preponderante sottostante tale decisione. Nei mesi precedenti, infatti, tale preoccupazione non era stata sollevata da Putin nei meeting con i leader occidentali, anche perché l’Occidente non sembrava pronto ad accogliere l’Ucraina nelle sue istituzioni.

Il fatto che la comunità atlantica abbia deciso solo dopo un evento come quello della primavera del 2014 di antagonizzare la propria relazione con Mosca mostra, ancora una volta, non solo quanto i Paesi occidentali credessero nella possibilità di una partnership ma anche quanto erano disposti a sacrificare pur di ottenerla. Se già le sanzioni introdotte a partire dal marzo 2014 dai Paesi occidentali e l’annullamento del summit del G8 in Russia segnano il cambiamento di passo, è il Summit in Galles NATO, a settembre, a certificare il mutamento di approccio occidentale. Nel primo paragrafo del comunicato finale, infatti, si sostiene che: «Russia’s aggressive actions against Ukraine have fundamentally challenged our vision of a Europe whole, free, and at peace».

In risposta alle azioni russe – ma anche alle minacce provenienti dal fianco sud – la NATO adotta un Readiness Action Plan con misure di rassicurazione e adattamento. Tra esse spiccano il rafforzamento della NATO Response Force – passata da 13.000 a 40.000 unità –, la creazione della Very High Readiness Joint Task Force e l’istituzione di nuovi comandi NATO multinazionali (NFIUs) nei Paesi dei membri posizionati sul fianco est dell’Alleanza. Infine, dopo anni di pressioni americane in tal senso, con la Dichiarazione del Galles i Paesi membri NATO si sono impegnati a portare al 2% le spese militari su PIL entro il 2024.

I Paesi membri dell’Alleanza Atlantica danno un’ulteriore forte risposta nel 2016, durante il Summit di Varsavia, dove viene decisa la costituzione di una enhanced forward presence NATO con un chiaro risvolto politico: quattro battaglioni multinazionali dispiegati in ciascuno dei Paesi Baltici e in Polonia. Anche la questione legata alle minacce cyber viene affrontata nel Summit, con la decisione di inserire il dominio cyber tra quelli operativi. Nonostante il rafforzamento dello strumento di deterrenza della NATO, tuttavia, l’Alleanza Atlantica non ha mai abbandonato la via del dialogo. Riprendendo le considerazioni già presenti nel Rapporto Harmel del 1967, la NATO ha deciso di perseguire un approccio duale nei confronti della Russia: forte enfasi su deterrenza e difesa accompagnata, però, dal dialogo. In questa ottica, a dispetto dell’interruzione della cooperazione tra le parti, i canali di comunicazione sono rimasti aperti. Il NATO-Russia Council, ad esempio, si è riunito nove volte dal 2016 a oggi e la linea di comunicazione diretta militare è rimasta operativa.

Mentre l’Alleanza Atlantica lavorava per ricalibrare il suo approccio alle questioni internazionali, oltre Oceano andava in scena una delle campagne presidenziali americane tra le più combattute e al vetriolo di sempre. L’ambiguità di Donald Trump su Russia, NATO e relazioni con gli alleati ha portato un numero notevole di analisti, commentatori e politici a dare quasi per scontata una prossima amicizia russo-americana. L’evoluzione delle relazioni, in realtà, è stata differente e, anzi, la presidenza Trump ha coinciso, fino ad ora, con il punto più basso in assoluto toccato nelle relazioni tra Russia e Stati Uniti dalla fine della Guerra Fredda. La nuova amministrazione non solo non si è mostrata accondiscendente ma, al contrario, ha posto in essere numerose misure volte a contenere la baldanza russa. Innanzitutto, anche grazie all’azione del Congresso, ha inasprito sia le sanzioni economiche sia quelle politiche alla Russia. Secondariamente, ha rafforzato la European Reassurance Initiative, portata dai circa 3.4 miliardi di dollari previsti per il 2017 ai 5.9 richiesti per il 2020. Infine, ha lanciato – con la National Security Strategy 2017 – una dottrina volta a promuovere la dominanza energetica degli Stati Uniti; un problema non di poco conto per Paesi, come la Russia, con un bilancio statale così sensibile alle variazioni nel prezzo degli idrocarburi. In questo quadro, non solo l’amministrazione Trump ha iniziato a fornire GNL in Europa, ma ha anche duramente criticato la Germania per la volontà di raddoppiare North Stream, progetto che la renderebbe – insieme all’Europa tutta – più dipendente dalla Russia.

L’approccio duro tenuto verso la Russia si concilia, tra l’altro, con le critiche rivolte agli alleati e alla NATO. Le due posizioni, infatti, non sono contrastanti, come talvolta viene sostenuto. La principale critica rivolta ai membri NATO concerne l’iniqua divisione degli oneri del mantenimento della sicurezza collettiva. Gli alleati, spendendo poco in difesa, non caricano solamente gli Stati Uniti di un peso maggiore; riducono anche la possibilità per l’Alleanza nel complesso di disporre di uno strumento militare adeguato alle crescenti minacce. Ecco la ragione per cui lo stesso Segretario Generale NATO Jens Stoltenberg ha più volte ringraziato il Presidente americano per la pressione da lui esercitata sui restanti Stati membri per incrementare le loro spese nella difesa. In un mondo dove la potenza è sempre più diluita e in spostamento relativo dall’Occidente al resto del mondo, gli Stati Uniti non possono più permettersi di interpretare la parte del Titano Atlante. Ciò vale anche nel caso del burden sharing all’interno dell’Alleanza Atlantica e dell’impegno volto a deterrere la Russia. Spingendo gli alleati a contribuire in modo equo Trump non ha solo favorito il rafforzamento della NATO: ha anche tolto argomenti a coloro che, negli Stati Uniti, propendono per posizioni isolazioniste, soprattutto tra gli elettori repubblicani. Come già evidenziato poco dopo l’annessione della Crimea da John Bolton, ora National Security Advisor, gli europei hanno due scelte: supportare una NATO effettivamente capace di mantenere pace e sicurezza nel quadrante transatlantico o essere pronti a vedere il supporto per la NATO erodersi negli Stati Uniti sotto i colpi del revival isolazionista.

Il modo brusco con cui Trump ha trattato gli alleati al fine di ottenere risultati in ambito NATO è stato troppo spesso inteso come volontà di rompere o indebolire le relazioni transatlantiche. In realtà, il Presidente americano ha semplicemente fatto uso dei consigli di negoziazione che, più di trent’anni fa, ha inserito nel suo bestseller The Art of the Deal. Ad esempio, ben consapevole dell’importanza cruciale che gli alleati attribuiscono alla presenza statunitense in Europa ha deciso di sfruttare la leva principale in suo possesso, la minaccia del ritiro, per convincere gli europei a collaborare maggiormente al mantenimento della sicurezza comune. I suoi attacchi non devono – e non avrebbero dovuto – essere interpretati come una volontà di abbandonare l’impalcatura di sicurezza sulla quale si reggono i rapporti transatlantici ma, cambiando prospettiva, come un tentativo di fare pressione sugli alleati al fine di ottenere una più equa ripartizione degli oneri di gestione. E ciò ha portato buoni risultati non solo sul versante spese per la difesa, ma anche sulle capacità effettive a disposizione della NATO. Poco prima del Summit del luglio 2018, ad esempio, i Paesi NATO si sono impegnati ad avere, complessivamente, 30 battaglioni di terra, 30 squadroni aerei e 30 navi da battaglia pronti all’impiego in 30 giorni.

Indubbiamente, le ingerenze russe nelle elezioni americane del 2016 e la successiva indagine portata avanti dal Procuratore Speciale Robert Mueller non hanno aiutato. Iniziata nel maggio del 2017 e conclusasi nel marzo di quest’anno, l’indagine non ha ravvisato alcuna cospirazione di Donald Trump con la Russia. Per quasi due anni, tuttavia, tale ipotesi ha guidato numerose analisi e commenti su relazione russo-statunitense e relazioni tra Washington e Alleanza Atlantica. Ciò ha generato un dibattito assai polarizzato – e talvolta isterico – sul tema, spingendo all’errore numerosi esperti, giornalisti e politici. L’incapacità di predire la corretta evoluzione nelle relazioni è stata causata dalla mancanza di una visione focalizzata sulle continuità della relazione tra i due attori, sulle regolarità nella loro politica estera, sulle regolarità della politica internazionale nel suo complesso e su un’analisi meno politicizzata e meno focalizzata sul contingente e più diacronica. Ad esempio, vista la sostanziale continuità nella politica estera americana sarebbe stato più saggio adottare una posizione di maggiore cautela in merito alla possibile politica estera dell’amministrazione Trump. Ciò avrebbe consentito analisi previsionali più accurate sulla condotta, abbastanza tradizionalista e collocabile nella storica cultura americana, che poi ha tenuto. Nel merito della relazione con la Russia e con la NATO, l’analisi di ulteriori vincoli capaci di ingabbiare la politica estera del nuovo Presidente avrebbero potuto mostrare in modo più rispondente al vero il volto che avrebbe assunto la nuova amministrazione nella sua relazione con la Russia.

La Dottrina Trump non è isolazionista né vuole sganciarsi dal mondo ma ha come Stella Polare la convinzione che per avere un’America forte si debba partire dalle fondamenta interne. La vittoria di Trump rappresenta la rivolta dei jacksoniani e il successo di chi è stato in grado di afferrare questo mutamento di equilibri all’interno del dibattito pubblico americano. Tutto ciò non è un’anomalia nella cultura politica del Paese: la forte enfasi sull’identità e cultura statunitense è legata, infatti, alle fondamenta stesse della Repubblica americana. Ma, come ricordato più volte anche dall’ex National Security Advisor H. R. McMaster, «America First Doesn’t Mean America Alone».

Da qui è necessario partire per poter sviluppare un approccio coordinato alle minacce crescenti verso la comunità transatlantica, riconoscendo che la sicurezza dell’area Euro-Atlantica è garantita solo da una stretta cooperazione tra Europa e Nord America. Tale cooperazione ha dato vita all’alleanza più forte e di successo nella storia, capace sia di mantenere per settant’anni la pace entro i suoi confini, sia di innovarsi costantemente per rispondere alle nuove minacce e sfide via via emerse. Per poter rimanere in salute, tuttavia, l’Alleanza deve innanzitutto essere equa. Questo fondamentale concetto, emerso anche nell’incontro Trump-Stoltemberg del 2 aprile scorso, è la base sulla quale costruire il futuro dell’Alleanza e la base dalla quale partire per poter affrontare efficacemente il ritorno della Russia. Quest’ultimo era quasi inevitabile, nonostante tutti gli sforzi volti a includere Mosca nel sistema Euro-Atlantico. L’Occidente che a lungo – erroneamente – aveva proclamato la “fine della geopolitica”, ora deve tornare a ragionare nei termini usuali che hanno regolato la politica internazionale negli ultimi secoli, gli stessi con i quali ragionano leader come Vladimir Putin. Solo partendo da questo assunto, ossia dell’inevitabilità della competizione tra potenze – quantomeno ancora per i prossimi decenni – e della necessità di preservare il legame transatlantico sarà possibile confrontarsi con il ritorno della Russia e, auspicabilmente, costruire con essa una relazione franca ma pacifica.


[1] Summary report on One-on-One meeting between Presidents Clinton and Yeltsin, May 10, 1995, Kremlin, William J. Clinton Presidential Library.

[2] Mentre la firma ufficiale del documento di accesso arriverà il 16 dicembre 1997.

[3] come il New Start (8 aprile 2010) e quello sulla possibilità di sfruttare lo spazio aereo russo per rifornire le truppe americane in Afghanistan.

[4] come il set di sanzioni concordato nel 2010 per convincere l’Iran a collaborare con la comunità internazionale sul suo programma nucleare

[5] Ilai Z. Saltzman, Russian Grand Strategy and the United States in the 21st Century, Foreign Policy Research Institute, Orbis, Vol. 56, No. 4, 2012, p. 562.

[6] Ryan Lizza, Op. Cit.

[7] «We are supportive of the rights and aspirations of the Russian people to be able to make progress and realize a better future for themselves» – Miriam Elder, Vladimir Putin accuses Hillary Clinton of encouraging Russian protests, The Guardian, 8 dicembre 2011, https://www.theguardian.com/world/2011/dec/08/vladimir-putin-hillary-clinton-russia, ultima consultazione: 18 ottobre 2010.

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