La NATO e le nuove minacce alla sicurezza
Seminario Internazionale di Alti Studi Camera dei Deputati, Sala del Cenacolo Roma 2 - 3 dicembre 2002
Amb. Alessandro Minuto Rizzo
Segretario Generale Delegato NATO
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Presidente Colombo, Presidente Casini, Presidente Williams, Signore e Signori, Sono onorato di prendere la parola in questo seminario. A distanza di due sole settimane dal Summit di Praga, questo meeting ci offre un' eccellente opportunità per discutere su ciò che è stato raggiunto, nonché, cosa ancora più rilevante, su ciò che resta da compiere. Questa conferenza copre tutti gli aspetti dell'Agenda della NATO dopo il vertice di Praga. E' mia intenzione assumere un approccio differente da quello ormai consolidato, consistente nell'eseguire un discorso incentrato su alcune considerazioni riguardanti l'allargamento, le capacità, le relazioni con la Russia, ed altro. Piuttosto che percorrere l'intera agenda, punto per punto, mi soffermerò sulle due principali sfide per la NATO e la Comunità Euro-Atlantica tout court: il terrorismo e la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Dopo gli eventi dell'11 settembre queste due nuove minaccie hanno finito per occupare una posizione di assoluto rilievo nella nostra agenda. Nonostante il fatto che altre minaccie e sfide parimenti rilevanti permangano, il terrorismo e la proliferazione delle armi di distruzione di massa hanno finito per attribuire un significato al nostro concetto di sicurezza fino a pochi anni fa impensabile. Permettetemi quindi di affrontare più in dettaglio queste due problematiche. Qual è la natura di queste minaccie? In che modo ci riguardano? Qual' è il ruolo che la NATO può svolgere in merito? Prima di elaborare una risposta, mi sia consentito sollevare un' importante precisazione: la NATO non è intenzionata a trasformarsi nel principale cacciatore di terroristi nel mondo. Le sfide che siamo chiamati ad affrontare sono di natura globale e la loro caratterizzazione non è esclusivamante militare. Di conseguenza, abbiamo la necessità di sviluppare un approccio di più largo respiro. Invero, nessuno ha chiarito con maggiore forza persuasiva di quella utilizzata dal Segretario alla Difesa statunitense Rumsfeld il seguente concetto: "le uniformi impiegate nei nuovi conflitti saranno i capi d'abbigliamento indossati da banchieri e da programmatori di computers. Le battaglie saranno combattute da funzionari di dogana che bloccano persone sospette presso i nostri confini e diplomatici che cooperano nella lotta contro il riciclaggio di denaro sporco." In sintesi, la NATO sara' solo un elemento inserito all'interno di un tessuto strategico più ampio. Nondimeno, la stessa NATO continuerà ad essere un importante elemento. Detto questo, permettetemi di fare una panoramica sulla sfida lanciata dal terrorismo. Il rischio che il terrorismo abbia conseguenze strategiche non è certamente nuovo. Come tutti sanno, l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo innescò una reazione a catena che in ultima istanza sfociò nello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Persino oggi, ad un secolo quasi di distanza, qualcuno può argomentare che la NATO ed i Paesi partners, grazie al loro comune impegno nella regione balcanica, stiano assistendo quest'ultima a superare il retaggio di quel fatale atto terroristico, occorso nel 1914. D'altro canto, una reazione a catena come quella che si verificò nel 1914 rappresentò l'eccezione, piuttosto che la regola. Fino ad epoca recente, il terrorismo veniva visto come un fenomeno di natura regionale. In passato i terroristi potevano essere mossi da motivazioni differenti, ma nella sostanza solevano utilizzare limitati strumenti per il conseguimento di altrettanto limitati fini. Gli atti di violenza da questi perpetrati solevano essere altamente selettivi e discriminanti, perche' diretti verso obbiettivi ben definiti, non nei confronti di civili. Gli stessi atti venivano organizzati da gruppi ristretti di persone, con una pronunciata caratterizzazione gerarchica. La loro motivazione era essenazilmente politica, non definita dall'estremismo religioso. Questa caratterizzazione e' profondamente mutata negli ultimi anni. Al riguardo, tre nuove tendenze si sono delineate. In primo luogo, il terrorismo è divenuto un fenomeno globale. Siamo di fronte ad un numero crescente di networks che operano in varie zone del pianeta, e che proprio in ragione di cio' diventa sempre piu' arduo fronteggiare. Si puo' quindi pensare di annientare una cellula, ma non pretendere di distruggere l'intero tessuto operativo. In secondo luogo, il terrorismo sta sempre piu' sviluppandosi come fenomeno impregnato di fanatismo. Le motivazioni altamente politiche che muovevano i terroristi tradizionali sono state soppiantate da una variante motivazionale spiccatamente religiosa. Piuttosto che porre in atto atti simbolici, quale ad esempio l'assassinio di un leader politico, il nuovo terrorismo colpisce senza alcuna barriera discriminatoria. Al Qaeda ne rappresenta l'esempio piu' evidente. Tale organizzazione non rivendica concessioni politiche, ma vuole semplicemente eliminare il maggior numero possibile di "non credenti." E' infatti sempre piu' chiaro oggigiorno che un numero crescente di terroristi e' affascinato dalla prospettiva di produrre un alto numero di vittime. Questa precisazione si lega direttamente ad una terza tendenza su cui vorrei soffermarmi: e cioe' l'accresciuto potere distruttivo degli atti terroristici. Il velivolo passeggeri Pan America 103, fatto esplodere sui cieli scozzesi nel 1988, cosi' come l'attentato dinamitardo compiuto nell'ambasciata statunitense in Kenya ne sono la prova provata. Non va peraltro dimenticato che qualora l'attacco terroristico contro il World Trade Centre nel 1993 fosse stato completato come pianificato il numero delle vittime avrebbe probabilmente superato quello che si e' registrato all'indomani degli eventi dell'11 settembre. La potenzialita' distruttiva e' probabilmente destinata ad aumentare, dato che l'accesso ad armi di distruzione di massa da parte di gruppi terroristici non costituisce piu' un'ipotesi remota. E' stato precisato, ad esempio, che la setta giapponese "Aum", responsabile di avere compiuto un atto terroristico nella metropolitana di Tokyo mediante l'utilizzo di armi chimiche di propria produzione, era in possesso di un quantitativo di gas nervino sufficiente ad uccidere quattro milioni di persone. Questa setta has altresi' speso milioni di dollari nel tentativo di acquistare strumenti per la produzione di un ordigno nucleare. Lo stesso Bin laden, si e' detto, potrebbe aver tentato di aquistare armi nucleari. Ad onor del vero, l'accresciuta potenzilita' distruttiva del fenomeno terroristico contemporaneo non e' legata esclusivamente alla disponibilita' di nuove tecnologie. Essa e' anche il risultato dell' assistenza fornita ad organizzazioni terroristiche da parte di alcuni stati e governi. Senza le infrastrutture messe a disposizione da questi ultimi, gli attacchi terroristici avrebbero una capacita' distruttiva inferiore a quella che invece si riscontra oggigiorno. Queste linee di tendenza qui esaminate ci permettono di giungere ad ovvie conclusioni. Primo, il terrorismo rimarra' una minaccia imponente al sistema di sicurezza del XXI secolo e la sua rilevanza e' destinata a crescere. Secondo, dal momento che il fenomeno terroristico sta sempre piu' assumendo le connotazioni di un fenomeno globale, vi e' la necessita' che la riposta a quest'ultimo divenga essa stessa globale. Terzo, puo' risultare impossibile dissuadere attacchi suicidi. E' possibile nondimeno dissuadere eventuali apprendisti, ed in particolare quei Paesi che ospitano terroristi. La prossima questione e' chiara. Quale ruolo puo' essere svolto dalla NATO nel fronteggiare questo nuovo tipo di terrorismo, altamente letale? La risposta e' un inequivocabile "si". Come e' stato gia' puntualizzato, il terrorismo non puo' essere combattuto esclusivamente sotto il profilo militare. Nondimeno, gli strumenti militari sono un ingrediente indispensabile in questa battaglia. La NATO, dal canto suo, possiede una lunga e consolidata esperienza nel mettere assieme capacita' collettive militari europee e statunitensi. Molto per la verita' e' stato raggiunto. L'invocazione dell'articolo 5, in risposta ad un attacco terroristico condotto da un entita' non statuale, ha determinato che la lotta al terrorismo divenisse una nuova missione per l'Alleanza. L'impegno di molti Paesi membri della NATO nell'emergenza afgana ha di fatto determinato la fine del lungo dibattito in-area/out-of-area. Abbiamo capitalizzato il momentum esistente per aprire un nuovo capitolo nelle relazioni NATO-Russia, con l'istituzione di un nuovo Consiglio NATO-Russia lo scorso maggio al Summit di Roma. A Praga, la NATO ha approvato un articolato pacchetto di misure per combattere il terrorismo, compreso un nuovo concetto che guidera' il processo di pianificazione militare. Lo scambio di intelligence e' stato rafforzato. Abbiamo attivato un processo teso a sviluppare le capacita' necessarie per dissuadere attivita' terroristiche e potenziali attacchi e a controbattere gli stessi in caso di loro manifestazione. Abbiamo altresi' concordato un Piano di Azione contro il terrorismo nell'ambito del Partenariato per la Pace, che consolidera' la collaborazione tra stati membri e partners in questo ambito. Sono il primo ad ammettere che alcuni specifici aspetti di questo pacchetto potrebbero anche non suscitare immediato interesse. Nondimeno, il significato strategico di questa decisione non va sottovalutato. Essa conferma infatti che la lotta al terrorismo costituisce una missione che la NATO si prepara ad assumere in via permanente, non attraverso una reazione limitata agli eventi dell'11 settembre. La NATO sta divenendo un essenziale punto di riferimento per coordinare e pianificare il contributo militare multinazionale alla difesa da attacchi terroristici e minaccie assimmetriche. Invero, potremmo presto conoscere piu' in dettaglio questo nuovo ruolo della NATO, una volta che Germania ed Olanda assumeranno il comando di ISAF a Kabul, con supporto NATO a livello di pianificazione e logistica. Consentitemi a questo punto di volgere l'attenzione alla seconda rilevante minaccia: la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Nei primi anni sessanta, John F. Kennedy predisse che nell'arco di un decennio piu' di venti Paesi sarebbero entrati in possesso di armi nucleari. Fortunatamente, le sue previsioni non si sono avverate. Il numero di arsenali nucleari, dichiarato e non dichiarato, e' rimasto al di sotto di dieci, anche se molti stati nel mondo posseggono le tecnologie necessarie per sviluppare tali armi. Invero, siamo persino a conoscenza di numerosi casi di programmi nucleari interrotti, una volta che gli stati hanno raggiunto la conclusione che i costi politici sopravanzavano i benefici militari. Ci si potra' quindi chiedere, dove risiede il problema? Orbene, il problema no. 1 risiede nel fatto che non tutte le nazioni effettuano un raffronto tra costi e benefici. Alcune nazioni non hanno affatto eretto un regime di non-proliferazione. Altre hanno firmato il Trattato di Non Proliferazione – e violato le sue disposizioni quasi subito dopo averle sottoscritte. Possiamo solo compiere delle speculazioni circa l'individuazione dei motivi che spingono gli stati a tenere simili atteggiamenti. Spesso, ovviamente, le loro prese di posizione sono determinate da imperativi strategici regionali. Ma indipendentemente dalle loro motivazioni, rimane il fatto che il "genio nucleare" e' gia' fuori dalla lampada e risulta arduo stabilire se potra' essere riposto al suo interno. Il secondo problema risiede nel fatto che la minaccia della proliferazione non e' confinata alle armi nucleari, ma si estende agli ordigni chimici e biologici. Entrambi infatti sono di facili produzione ed occultamento. Per questo viene coniata la dizione "l'arma atomica dei poveri". La terza problematica sta nella "doppia potenzialita' d'uso" che caratterizza molte tecnologie moderne. E' diventata sempre piu' sottile la linea divisoria tra utilizzazione civile ed utilizzazione militare. Una fabbrica di prodotti farmaceutici puo' essere facilmente convertita in un centro di produzione di armi biologiche. I trattati per il controllo sugli armamenti con un regime di monitorizzazione particolarmente intrusivo puo' affrontare gran parte del problema, ma zone d'ombra permangono. Invero, alcuni analisti hanno argomentato che il modo attraverso il quale la Corea del Nord ha sviluppato il proprio programma nucleare e missilistico costituisce un "esempio di proliferazione del XXI secolo." Le eventuali difficolta' tecniche di un programma basato su scala prettamente nazionale sono state sistematicamente superate attraverso importazioni, la scelta di differenti fornitori per differenti componenti di assemblaggio, l'utilizzo di capacita' tecnologica straniera di riconversione ingegneristica, l'uso di ricavati dall'esportazione di armi, nonche' da un continuamente annunciato impegno a sottoscrivere regimi di controllo degli armamenti al fine di deflettere l'attenzione della Comunita' Internazionale. La dissoluzione dell'Unione Sovietica ha aggiunto ulteriori dimensioni alla problematica della proliferazione: mi riferisco in particolare modo alla presenza di armi nucleari non ricadenti sotto alcun controllo politico, nonche' alla "dipartita di esperti nucleari" verso altri Paesi. Per finire, oggigiorno siamo di fronte ad un altro scenario: quello di "failed states" in possesso di armi nucleari, la cui leadership politica viene assunta da esponenti del fanatismo religioso. Si possono manifestare speculazioni di ogni tipo, circa l'eventualita' che un simile scenario si materializzi. Quello che mi preme sottolineare e' che lo stesso scenario non e' piu' una possibilita' remota ed a questo dobbiamo essere preparati. Ripropongo in quest'ambito la stessa questione posta con riferimento alla problematica del terrorismo. Puo' la NATO contribuire sensibilmente ed efficacemente a contrastare la minaccia costituita dalle armi di distruzione di massa? La risposta e' nuovamente "si". A Praga, abbiamo assunto importanti decisioni al fine di allargare lo spectrum di strumenti e capacita' necessari a controbattere questa minaccia. I nostri soldati saranno meglio equipaggiati e addestrati al fine di far fronte a minaccie non convenzionali che si manifestino nelle operazioni di teatro. Saranno altresi' maggiormente in grado di assistere le autorita' civili nel caso in cui simili attacchi abbiano luogo sul territorio nazionale. La NATO sviluppera' delle capacita' collettive, comprendenti teams mobili di monitorizzazione, squadre di esperti di pronto intervento, e sistemi di raccolta di anticorpi. Incrementeremo anche le nostre capacita' di difesa contro missili balistici. La NATO ha intrapreso un Nuovo Studio di Difesa Missilistica al fine di esaminare opzioni di protezione del territorio dell'Alleanza, delle sue forze e delle sue popolazioni nei riguardi di una gamma completa di minaccie missilistiche. Nemmeno la creazione di riserve anti-batteriologiche o di laboratori dispiegabili nelle operazioni di teatro costituiscono materia di primario interesse per i nostri mezzi di comunicazione. Nondimeno, queste iniziative segnalano l'intenzione per gli Alleati di sviluppare un comune approccio transatlantico per fronteggiare questa nuova minaccia. Non vi saranno divergenze tra i Paesi Alleati. Quando subentra la necessita' di confrontarsi con armi di distruzione di massa, esiste solo un modus operandi, il modus operandi transatlantico. Questo messaggio riveste la stessa rilevanza di ogni specifica decisione nel settore delle nuove capacita'. Signore e Signori, la sfida del terrorismo globale e la proliferazione di armi di distruzione sono cosi' recenti da non permetterci di individuare risposte complete. In questo senso considero Praga come l'inizio di un processo, non il suo completamento. Ma se prestiamo attenzione alla tradizione storica della NATO, abbiamo tutte le ragioni per essere ottimisti. Vorrei ricordare che fino a pochi anni fa ci era stato detto di rimanere fuori dai Balcani, poiche' la NATO non avrebbe potuto mai fare la differenza. Oggi, la polveriera balcanica e' sotto stretto controllo e la regione sta progressivamente reinserendosi nel meandro europeo. Pochi anni fa ci era stato detto che l'allargamento dell'Alleanza Atlantica ed un miglioramento delle relazioni con la Russia costituivano due obbiettivi incompatibili. A Praga abbiamo esteso l'invito a sette Paesi e cio' non si e' riflesso in misura negativa nel divenire delle relazioni NATO-Russia. Invero, le stesse si stanno piu' che mai consolidando. Fino a poco tempo fa ci era stato semplicemente detto che in alcun modo gli alleati europei sarebbero stati in grado di generare maggiori capacita' militari. A Praga, i Capi di Stato e di Governo hanno impegnato le rispettive nazioni a promuovere miglioramenti in un ampio settore di attivita'. Tali miglioramenti faranno la differenza, se non altro nella nostra capacita' di controbattere terrorismo e proliferazione di armi non convenzionali. Come puntualizzato in un detto americano: "non si possono insegnare nuovi trucchi ad un cane vecchio". A Praga abbiamo dismostrato la fallacita' di una simile esclamazione. In attivita' ormai da quasi 54 anni, la NATO e' un cane di una certa anzianita', ma e' ancora in grado di adattarsi a nuove realta'ed assimilare nuovi trucchi. Vi ringrazio per la cortese attenzione
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