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Il ruolo dell'Italia nella partnership transatlantica

Intervento

On. Prof. Enrico La Loggia

Presidente del Comitato Atlantico Italiano

Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, 19 ottobre 2006

 

Desidero innanzitutto rivolgere un ringraziamento sentito ai promotori di questo Seminario Internazionale, al quale ho aderito con convinzione, non solo per l'autorevolezza degli organizzatori e la serietà del programma,  ma anche perché mi offre l'opportunità di tornare in questa prestigiosa istituzione accademica ed in un mondo che mi è familiare, per riflettere, da politico, su temi che mi sono particolarmente cari e per i quali sono attivamente impegnato come Presidente del Comitato Atlantico Italiano.
 
Questo connubio tra mondo accademico, politica e società civile, così come tra mondo diplomatico e militare, qui così autorevolmente rappresentati, mi permette di affrontare più agevolmente il tema de Il ruolo dell'Italia nella partnership transatlantica.
 
E', difatti, nel patrimonio di valori condivisi di democrazia, libertà, rispetto dei diritti umani ed economia di mercato, che si fondano le relazioni transatlantiche. Relazioni e partnerships che storicamente trovano nella NATO il foro per il loro sviluppo e la loro salvaguardia.
 
Sin dall'inizio della NATO fu riconosciuto che se una cooperazione nel campo della difesa era la prima e più urgente necessità, questa collaborazione non bastava. Nello stesso tempo è apparso sempre più chiaramente dopo la firma del Trattato, che nella nostra epoca la sicurezza è assai più di un problema militare. Lo sviluppo della consultazione politica e della cooperazione economica, la valorizzazione delle risorse, il progresso dell'istruzione e della comprensione tra i popoli: tutto ciò può essere importante per la sicurezza di una nazione o, di un'alleanza, quanto la costruzione di una corazzata o l'armamento di un esercito.
 
Queste parole, che per la loro attualità potrebbero sembrare le mie, sono invero state scritte cinquanta anni fa dall'allora Ministro degli Esteri Gaetano Martino che, insieme ai colleghi canadese e norvegese, Pearson e Lange, fece parte del Comitato dei Tre Saggi incaricato dalla NATO di indicare le vie per rafforzare l'unità della Comunità atlantica.
 
Il Rapporto sulla Cooperazione Non Militare che i Tre Saggi presentarono il 13 dicembre 1956 al Consiglio Atlantico, dette un contributo determinante allo sviluppo delle relazioni transatlantiche, in una stagione delicata della vita della NATO.
 
L'esigenza di sicurezza e la propensione al dialogo, caratterizzarono, dieci anni dopo, l'azione di Manlio Brosio, unico italiano che abbia ricoperto la carica di Segretario Generale della NATO (1964-1971) e che successivamente divenne Presidente del Comitato Atlantico Italiano.
Sotto gli auspici di Brosio, nel 1967, venne approvato un altro fondamentale documento strategico dell'Alleanza: il Rapporto Harmel - dal nome del Ministro degli Esteri belga che lo elaborò – che nei confronti dell'avversario di allora associava ai principi di fermezza e dissuasione anche quelli del dialogo e della distensione.
Il Rapporto Harmel, inoltre, riprendendo considerazioni già svolte dai Tre Saggi, affermava con lungimiranza che l'area del Trattato del Nord Atlantico non può essere considerata in isolamento dal resto del mondo. Crisi e conflitti che nascono fuori dall'area possono mettere a repentaglio la sua sicurezza sia in via diretta sia intaccando l'equilibrio globale.
Affermazione nella quale si può ritrovare il fondamento delle attuali operazioni di mantenimento della pace condotte dalla NATO fuori area.
 
La fermezza e la propensione al dialogo caratterizzarono anche un ulteriore significativo momento della storia dell'Alleanza, il 12 dicembre del 1979, quando a fronte del dispiegamento degli SS 20 sovietici, il Consiglio Atlantico adottò la doppia decisione di contrapporre gli euromissili e, allo stesso tempo, di perseguire negoziati per la limitazione degli armamenti nucleari di teatro.
Esemplare si rivelò allora la posizione dell'Italia, la quale, di fronte ai condizionamenti posti dalla Germania ed ai tentennamenti del Belgio e dell'Olanda, colse appieno lo spirito della doppia decisione del Consiglio Atlantico come l'unico mezzo possibile per indurre l'Unione Sovietica a trattare. Tale posizione prevedeva lo spiegamento degli euromissili ed al contempo impegnava gli Alleati a ricercare ogni possibile forma di negoziato che conducesse al più basso livello di armamenti ed, auspicabilmente, al disarmo nucleare integrale da entrambe le parti sul teatro europeo.
Era questa l'unica vera politica di promozione della pace che potesse venir attuata da una potenza media europea, come l'Italia, influendo altresì sul contesto strategico generale. La decisione dell'Italia fu allora determinante nel compattare gli Alleati europei rinsaldando il legame transatlantico.
 
Le linee tracciate da Martino e Brosio e codificate dal Rapporto dei Tre Saggi e da quello di Harmel, permettono, inoltre, di comprendere la straordinaria capacità di adattamento che la NATO ha saputo dimostrare all'indomani della caduta del muro di Berlino.
 
Nel vertice NATO tenutosi a Roma il 7-8 novembre del 1991, la vocazione al dialogo dell'Alleanza poté trovare finalmente piena e concreta attuazione. Vennero enunciati un Nuovo Concetto Strategico e quella Dichiarazione di Roma sulla Pace e la Cooperazione che avvierà tutta una serie di programmi e fori di cooperazione che prefiguravano l'allargamento della NATO.
 
Nel periodo tra la caduta del muro di Berlino e quella delle Torri Gemelle, la NATO si è impegnata a proiettare stabilità nell'Europa centrale e sudorientale ed è dovuta intervenire nella martoriata regione dei Balcani per ristabilire il diritto alla vita e la vita del diritto.
Il positivo esito del complesso processo elettorale conclusosi lo scorso 1 ottobre in Bosnia Erzegovina costituisce il miglior parametro col quale oggi apprezzare l'impegno delle istituzioni euro-atlantiche nella regione ed i progressi compiuti da quel Paese.
 
Nei Balcani, una regione che ci è vicina non solo geograficamente, l'Italia ha sempre svolto un ruolo di primo piano promuovendo rilevanti programmi di cooperazione di carattere politico, economico e militare, volti a favorire il rapido avvicinamento e l'integrazione dei paesi della regione nelle strutture euro-atlantiche.
Attualmente oltre 3000 militari italiani sono impegnati in missioni di mantenimento della pace nel teatro balcanico (in Bosnia, Kosovo, Albania e Repubblica ex Iugoslava di Macedonia). Dal dicembre 2005 il Generale di Divisione Gian Marco Chiarini è il Comandante della EUFOR (European Union Force) che il 2 dicembre 2004, con la missione Althea, ha rilevato dalla NATO l'impegno di stabilizzazione in Bosnia.

L'11 settembre ha impresso una notevole accelerazione ai processi di adattamento interno ed esterno, ovvero di allargamento, che la NATO come l'Unione Europea avevano avviato negli anni Novanta.
 
La NATO, in particolare, ha saputo rispondere con tempestività ed efficacia alla nuove minacce di un nemico asimmetrico e senza volto come il terrorismo.
I vertici di Praga (2002) e di Istanbul (2004) hanno sancito una profonda trasformazione dell'Alleanza e dei suoi strumenti politici e militari. Un processo di trasformazione che nel vertice che si terrà a Riga il 28-29 novembre prossimi riceverà un ulteriore impulso.
 
In questo difficile inizio di millennio, caratterizzato da un susseguirsi drammatico di crisi e sfide alla sicurezza internazionale, l'Italia ed il Governo di cui ho avuto l'onore di far parte, hanno assunto responsabilità e svolto un ruolo di primo piano nella politica internazionale, offrendo un contributo determinante, sia sul piano politico che su quello militare, al processo di trasformazione dell'Alleanza e al rafforzamento della partnership transatlantica.
 
Recuperando la vocazione al dialogo ed alla cooperazione, già indicata da Gaetano Martino e Manlio Brosio, l'Italia ha promosso lo storico vertice di Capi di Stato e di Governo che, il 28 maggio 2002, a Pratica di Mare, ha sancito la nascita del Consiglio NATO-Russia.
Una cooperazione che è andata ben oltre gli iniziali otto ambiti di azione originariamente previsti. Il simbolo più visibile del successo di questa cooperazione è rappresentato dalla bandiera NATO che il 15 settembre scorso, per la prima volta, è stata issata a bordo di una nave militare russa che partecipa alla Operazione Active Endeavour di pattugliamento del Mediterraneo. Un'operazione lanciata dalla NATO nel 2001, all'indomani degli attracchi terroristici negli Stati Uniti e che è attualmente sotto il comando dell'Ammiraglio di Squadra Roberto Cesaretti.
 
La sicurezza del Mediterraneo - un tempo Fianco Sud, oggi Mediterraneo allargato – è stata oggetto di costante attenzione e richiami da parte dell'Italia che, sia nella NATO che nell'Unione Europea, si è sempre fatta promotrice di programmi fondati sulla reciproca condivisione (joint ownership) fra le due sponde del Mediterraneo e basati sulla cooperazione politica, economica, culturale oltre che in materia di sicurezza.
Si deve alla sensibilità e all'azione dell'allora Ministro della Difesa Antonio Martino, l'aver riunito per la prima volta a Taormina lo scorso 9-10 febbraio i Ministri della Difesa di tutti i Paesi NATO, della Federazione Russa e dei sette Paesi aderenti al Dialogo Mediterraneo (Algeria, Egitto, Giordania, Israele, Marocco, Mauritania, Tunisia).
 
Altrettanta attenzione è stata rivolta dall'Italia alla Iniziativa di Cooperazione varata nel vertice di Istanbul del 2004, ove il nostro Governo ha sostenuto un approccio cooperativo integrato nei confronti dei sei paesi appartenenti al Consiglio di Cooperazione del Golfo (Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita).
 
In Irak le attività di mantenimento della pace, di addestramento delle forze di polizia e di assistenza alla ricostruzione, condotte dall'Italia, hanno contribuito a rendere la provincia di Dhi Qar una delle regioni più stabili del paese.
L'Italia, inoltre, mantiene la responsabilità di tre dei quattro segmenti formativi del corso della NATO Training Mission in Irak.
 
La recente crisi libanese ci ricorda l'esigenza di un impegno costante e crescente verso la vasta area del Grande Medio Oriente. Un impegno che l'Italia ha assunto con responsabilità, coinvolgendo importanti partner europei.
 
L'Italia, inoltre, è presente sin dalla prima ora, con compiti e ruoli di primaria responsabilità, nelle due principali missioni della NATO: KFOR in Kosovo e ISAF (International Security Assistance Force)  in Afghanistan.
 
In Kosovo, dove nei prossimi mesi dovrebbero concludersi i difficili colloqui sullo status della regione, l'Italia è presente con oltre 2.300 uomini e il Generale di Corpo d'Armata Giuseppe Valotto ha recentemente concluso con successo un periodo di comando della missione.
 
In Afghanistan, il 5 ottobre scorso, la NATO ha ampliato il proprio teatro d'operazioni all'intero paese. L'International Security Assistance Force (ISAF), che opera su mandato delle Nazioni Unite, ha il difficile compito di estendere l'autorità del Governo afgano e di creare le condizioni necessarie per la ricostruzione e lo sviluppo del Paese.
ISAF può contare attualmente su 31 mila uomini in rappresentanza di 37 nazioni, tra le quali l'Italia, che ha inviato 1.900 uomini e che con il Generale di Corpo d'Armata Mauro del Vecchio ha comandato sino al maggio scorso la missione.
 
Il Generale del Vecchio oggi comanda il Corpo d'Armata di Reazione Rapida di Solbiate Olona, componente essenziale della nuova NATO Response Force.
 
A Motta di Livenza (Treviso) ha, inoltre, sede il Cimic Group South, reparto multinazionale della NATO a guida italiana, con capacità civili e militari, in grado di ricercare, addestrare e proiettare, unità di specialisti nel soccorso e nella ricostruzione di aree sconvolte da conflitti.
 
Nell'ambito della ricerca e sviluppo l'Italia annovera, inoltre, dei centri di eccellenza, come il Centro di Ricerche Sottomarine della NATO basato a La Spezia, attualmente impegnato nell'ambito del programma per le tecnologie per il contrasto del terrorismo.
 
Va osservato, infine, che nell'ambito della profonda ristrutturazione e snellimento della struttura di comando della NATO, l'Italia è il paese che ha mantenuto il maggior numero di basi sul proprio territorio.
 
A Bruxelles, inoltre, un ambasciatore italiano ricopre da anni la carica di Segretario Generale Delegato della NATO, incarico attualmente ricoperto dall'Ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo.
 
Queste considerazioni e l'accennare alle posizioni conseguite nell'ambito delle istituzioni atlantiche, danno il senso dell'autorevolezza della posizione italiana nella comunità atlantica. Un'autorevolezza che deriva da solide tradizioni ma che si è potuta consolidare negli anni recenti grazie ad una politica estera e di sicurezza coerente e responsabile, che è stata sostenuta dall'impegno di oltre 10.000 uomini delle nostre Forze Armate che, dall'Afghanistan all'Irak, hanno portato la loro professionalità ed i nostri comuni valori al servizio della pace e della stabilità.
 
Una politica estera e di sicurezza che il Governo di cui mi onoro di aver fatto parte, ha condotto con serietà, rafforzando il legame transatlantico e dando un notevole impulso al processo di integrazione europea che ha visto celebrare a Roma la solenne firma del Trattato costitutivo.
 
Sono stati, tuttavia, gli anni della difficile crisi delle relazioni transatlantiche, causata dalle divisioni sull'intervento in Irak. Divisioni che sono state superate per iniziativa italiana, con la Dichiarazione del Consiglio Europeo sulle relazioni transatlantiche adottata a Bruxelles il 12 dicembre 2003 a conclusione del semestre di presidenza italiano dell'Unione Europea.
 
L'insostituibilità delle relazioni transatlantiche non rappresenta, peraltro, la semplice enunciazione politica di tale Dichiarazione.
 
Essa è nella storia e nei numeri:
 

    • E' nella storia degli americani caduti in due conflitti mondiali in Europa per la libertà dei nostri paesi;
       
    • E' nei numeri che oggi vengono scambiati in tempo reale tra le due sponde dell'Atlantico sui circuiti telematici delle nostre borse, o in quelli che ce ne rivelano i legami economici.

Oggi l'interscambio commerciale e di investimenti che lega gli Stati Uniti e l'Europa è stimato essere il più grande del mondo, pari a 2 trilioni di dollari.
Sei milioni di lavoratori europei sono impiegati in Europa in società statunitensi e quattro milioni di americani lavorano negli Stati Uniti per società europee.
Gli assetti e investimenti statunitensi nella sola Germania superano quelli effettuati nella totalità dei paesi del sud America.
 
L'Italia, membro fondatore della NATO e dell'Unione Europea, ha sempre ritenuto che una Europa forte e coesa anche sul piano della politica estera e di sicurezza avrebbe contribuito a rafforzare le relazioni transatlantiche e la stessa NATO.
Allo stesso modo il Generale  Eisenhower, primo Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa (SACEUR), in un celebre discorso pronunciato a Londra il 3 luglio 1951, affermò che una solida, sana e fiduciosa Europa sarebbe stata una benedizione per il funzionamento e gli scopi del Patto Atlantico.
 
In effetti, Europa e Stati Uniti rivestono reciprocamente un ruolo strategico fondamentale. L'Europa lo è per gli Stati Uniti, poiché è nel Vecchio Continente che, nonostante tutto, gli Stati Uniti possono trovare sostegno alle proprie politiche.
Sebbene il dibattito relativo all'intervento in Irak possa aver fatto ritenere il contrario, va osservato che è in Europa che gli Stati Uniti hanno trovato i più significativi contributi di forze e la maggiore collaborazione alla loro politica estera.
In Asia, ad esempio, gli USA devono affidarsi a relazioni bilaterali, con Paesi invero differenti dal punto di vista culturale e politico e dotati di forze armate difficilmente interoperabili.
 
Allo stesso tempo, gli USA rimangono il più importante alleato strategico per l'Europa. Essi continuano, infatti, a rivestire un ruolo preminente nelle relazioni transatlantiche, ruolo che invero appare accresciuto dal recente ingresso di nuovi paesi nell'Alleanza.
 
Tuttavia, è il patrimonio comune di valori democratici e di libertà, che costituisce il tessuto connettivo della Comunità atlantica. Un patrimonio di valori che non va dato per scontato, ma va alimentato e, allo stesso tempo, salvaguardato e non disperso.
 
In tale ambito il Comitato Atlantico Italiano ed i Club ad esso aderenti, possono svolgere un ruolo determinante.
 
In oltre cinquanta anni di attività, il Comitato Atlantico Italiano ha dimostrato di saper sostenere e, talora, persino precedere, le strategie dell'Alleanza:
 

    • Durante la Guerra Fredda numerose iniziative come questa odierna furono promosse per contrastare la disinformazione sovietica;
       
    • Dopo la caduta del Muro di Berlino, il Comitato Atlantico Italiano ha sostenuto l'allargamento della NATO, costituendo Comitati Atlantici in diversi paesi dei Balcani;
       
    • Qualche settimana fa, a Roma, è stato organizzato un Forum Atlantico che per la prima volta ha riunito insieme delegati provenienti da tutti i paesi NATO, da quelli aderenti al Partenariato per la Pace e da quelli partecipanti al Dialogo Mediterraneo.

Ma oggi tutte le nostre azioni devono trovare un nuovo essenziale equilibrio:
 

    • tra la lotta al terrorismo globale, che minaccia non solo l'Occidente, i suoi principi, i suoi valori millenari, frutto di una civiltà impregnata di cristianesimo, ma l'intera comunità;
       
    • e la lotta alla povertà dei paesi emergenti del Sud del mondo e a favore dello sviluppo economico.

Questa è la sfida che ci aspetta il prossimo futuro, nella quale dovremo coinvolgere tutti coloro, giovani e meno giovani, che credono nella libertà, nella coesistenza pacifica, seguendo quel solco di cooperazione internazionale, politica, economica e culturale, tracciato cinquanta anni fa dai Tre Saggi e nel quale sono lieto di ritrovare oggi, con rinnovato impegno, il Club Atlantico Lombardo.