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N. 1/2007

 

NATO: un nuovo ruolo da spiegare e divulgare
ENRICO LA LOGGIA, Presidente Comitato Atlantico Italiano
 
Quando, sessant'anni fà, si gettarono le basi per la nascita dell'Alleanza atlantica, fu necessario affiancare al dibattito politico circa l'utilità dell'iniziativa anche una vasta opera di sensibilizzazione delle opinioni pubbliche dei Paesi fondatori o futuri aderenti.
I disastri del dopoguerra - che sostanzialmente impedivano ad ogni Paese, compresi gli Stati Uniti, di programmare il futuro "da soli" - unitamente alla divisione del mondo, ed in particolare dell'Europa, in due blocchi contrapposti, resero per certi versi più agevole l'approccio popolare al concetto di atlantismo. Anche se non mancarono rilevanti eccezioni come quella dell'Italia, in cui la presenza di un forte partito comunista fece sì che la nostra adesione al Patto atlantico avvenisse dopo un drammatico scontro frontale fra opposte fazioni sia in Parlamento che nelle piazze.
Oggi, nel momento in cui si sta profondamente ridefinendo il ruolo della NATO non solo in ragione della fine della "Guerra fredda" ma soprattutto perché il mondo libero si trova a dover affrontare l'assalto cruento del terrorismo internazionale, appare opportuno promuovere un'ulteriore riflessione fra i cittadini degli Stati membri per far meglio loro comprendere quanto sia di vitale importanza sostenere gli obiettivi, vecchi e nuovi, dell'Alleanza.
In questo senso emerge la rilevanza del ruolo che possono svolgere i vari Comitati atlantici nazionali ed in particolare quello italiano, che da due anni ho l'onore di presiedere. Fin dall'inizio del mio mandato ho avuto ben chiaro quanto fosse indispensabile programmare una serie di iniziative che non guardassero tanto al passato, pur glorioso, della NATO, quanto al suo presente ed al suo futuro che la vedrà svolgere un ruolo sempre più da protagonista nella difesa dei concetti di libertà e democrazia che ne rappresentano uno degli elementi costitutivi.
Ecco dunque che, sul piano interno, abbiamo intensificato le conferenze presso scuole ed Università così come gli scambi con altre organizzazioni che si occupano di questioni internazionali. Sul fronte estero stiamo promuovendo una serie di iniziative di cooperazione con il Comitato atlantico della Serbia, in maniera tale che esso possa a sua volta agevolare, attraverso un'intensa opera di sensibilizzazione, l'adesione all'Alleanza di un Paese così strategicamente rilevante in un'area delicatissima quale quella dei Balcani.
Nell'ambito di questa complessiva azione di formazione e divulgazione si inserisce il rilancio della rivista "Occidente", storica e prestigiosa testata del Comitato che da alcuni anni aveva purtroppo visto interrotte le pubblicazioni. Riportarla in vita ha rappresentato per noi un notevole sforzo, ma siamo sicuri che esso sarà ben ripagato. Fin da questo primo numero, infatti, vengono ospitati articoli e commenti che approfondiscono in modo analitico alcuni dei temi più scottanti dell'attualità internazionale e che, ne siamo sicuri, sapranno attrarre l'attenzione di un numero sempre crescente di lettori.
A questo riguardo desidero ringraziare in particolare il Segretario generale della NATO, Jaap de Hoop Scheffer, ed il Presidente dell'A.T.A. Robert E. Hunter. I loro contributi a questo primo numero di "Occidente" non sono infatti dei semplici, e comunque apprezzati, indirizzi di saluto, ma rappresentano riflessioni di assoluto interesse sia per i temi trattati che per l'autorevolezza ed il ruolo di chi le ha formulate. In ogni caso, costituiscono un ottimo augurio per il futuro di questa rivista che oggi riparte con tante ambizioni. 
 
Occidente  racconta la NATO di fronte alla sfida della sicurezza low cost
PAOLO GUZZANTI, Direttore Occidente
 
Lo scenario mondiale è totalmente nuovo e sono cambiate le esigenze militari politiche mentre i Paesi membri chiudono il portafoglio
 
Questo primo numero della nuova serie di Occidente vede la luce in una fase di grande incertezza internazionale che investe fra l'altro il ruolo e il futuro della Nato. L'Organizzazione per l'alleanza atlantica ha vissuto la sua storia e la sua identità originaria alla luce, ma piuttosto nelle ombre limacciose, della guerra fredda, per poi rinascere con l'ambizione di uno strumento multinazionale di sicurezza, già impegnato su diversi scacchieri. Mentre licenziamo questo numero, redatto in grande fretta per poter offrire una prima idea del rinnovamento grafico e di contenuti che si svilupperà nell'immediato futuro, lo scenario mondiale è persino più complesso e carico di incognite di quello della guerra fredda. Il ferimento di due militari italiani (uno dei quali è in fin di vita mentre licenziamo queste pagine) ha riportato l'Afghanistan alla ribalta dei media, mentre la guerra si protrae. L'Iraq è in parte diventato una provincia iraniana e gli Stati Uniti, con la Francia e il Regno Unito hanno usato più volte la parola guerra, sia pure per scongiurarla. Una nuova guerra fredda ha fatto seguito all'assassinio del tenente colonnello Litvinenko a Londra, sicché il Presidente Putin ha ritenuto di rispondere ad una richiesta di estradizione facendo riprendere i minacciosi voli dei bombardieri strategici, contro i quali il nuovo primo ministro britannico Gordon Brown fa levare a sua volta i nuovissimi Typhoon. La missione militare europea in Libano ha fermato gli scontri diretti fra Israele e gli Hezbollah, ma nulla ha potuto contro il continuo conflitto fra forze di obbedienza siriana e forze governative, mentre Israele ha compiuto un raid sulla Siria per distruggerne installazioni che si afferma siano state trasferite dalla Corea del Nord. La condizione di molte repubbliche ex sovietiche è critica a causa dei rapporti con Mosca e un sordo braccio di ferro sul futuro del Kosovo mantiene minaccioso il futuro dei Balcani.
Nel frattempo l'Alleanza Atlantica ha cominciato a soffrire di una pesante crisi economica: i Paesi che partecipano a vario titolo alle numerose missioni militari di pace – o ad alleanze come quella che l'America guidò in Iraq – non hanno più denaro da spendere per rispondere alle richieste della Nato dopo la decisione di promuovere la formazione di unità di impiego di pronto intervento di taglio medio e piccolo, ma ben equipaggiate. Nato, Unione Europea e Nazioni Unite sono diventate di fatto tre entità che a vario titolo possono decidere interventi di peace keeping o di altra natura, rivolgendosi agli Stati membri per la copertura finanziaria. Tomas Valasek, un esperto del Centro per la Riforma Europea di Londra, ha detto: "La Nato ha un problema che affligge in modo identico l'Unione Europea. Semplicemente, non ci sono abbastanza soldati. La Nato chiede agli Stati membri di impegnarsi per la Response Force nello stesso momento in cui occorrono più soldati in Afghanistan. La Nato ha toccato il fondo, la Response Force è un lusso che non si può permettere". La Nato ha spedito, ricordava Gerald Tribune del 20 settembre scorso, 40 mila soldati in Afghanistan e 17 mila sono ancora in Kosovo nove anni dopo che l'alleanza ha spiegatole sue truppe nelle provincia serbe, dopo i bombardamenti per fermare la pulizia etnica di Slobodan Milosevic. Attualmente c'è carenza di tutto, dalla logistica agli elicotteri, dagli ospedali da campo agli aerei pesanti da trasporto, senza contare che il numero di soldati necessari per una missione deve essere il triplo della quantità stabilita per consentire le rotazioni. Gli impegni finanziari non bastano e gli Stati membri recalcitrano sostenendo di essere già potentemente impegnati. La prospettiva di una forza militare europea, per ora del tutto stagnante malgrado tutto, si profila di nuovo come una concorrente delle forse d'intervento di cui la Nato vorrebbe provvedersi. Si tratta di un problema di natura politica, tecnica e militare che investe la geopolitica perché sempre più prospetta una situazione di scenario in cui le operazioni militari le faranno soltanto quei Paesi che hanno consacrato al settore militare una parte cospicua del loro budget come gli Stati Uniti, o che hanno ripreso a finanziare grandi progetti di espansione come la Repubblica Federale Russa che sta accarezzando il progetto di un ritorno generico alla grandeur dell'era sovietica, sia pure con le solite carenze tecnologiche.
I Paesi raccolti alleanze storiche come la Nato o che sono disposti a soddisfare le necessità delle Nazioni Unite, sono sempre meno, mentre crescono le guerre asimmetriche, le insorgenze che richiederebbero almeno in linea di ipotesi l'impiego di forze di contrapposizione o di polizia internazionale, oltre alle numerose e indispensabili operazioni di peace-keeping. Occidente torna con l'impegno di analizzare e raccontare questa situazione in continuo cambiamento e di descriverne compiutamente le prospettive.
 
ROBERT E. HUNTER, Presidente Atlantic Treaty Association
 
L'inaugurazione di questa nuova rivista, Occidente, sotto l'egida del Comitato Atlantico Italiano è un momento appropriato per passare in rassegna le questioni di fondo con le quali noi tutti dobbiamo confrontarci nel mondo occidentale. Ho deciso di incentrare l'attenzione sulle preoccupazioni prevalenti negli Stati Uniti per le guerre in Iraq and Afghanistan e sulla preoccupazione più fondamentale degli USA, sicuramente nei prossimi anni, per il Medio oriente nel suo complesso. E' per me un onore presentare le mie opinioni su Occidente e mi congratulo con il Comitato Atlantico Italiano per questa iniziativa. Come Presidente dell'Associazione del Trattato Atlantico, conosco bene la leadership intellettuale, politica e pratica del CAI, e in particolare di Fabrizio Luciolli, da 13 anni suo esimio Segretario Generale. Il CAI e il Segretario Generale Luciolli hanno fissato lo standard per molti Comitati Atlantici della NATO e adesso, con Occidente, fissano anche lo standard per il discorso con l'Alleanza sulle questioni critiche con le quali dobbiamo tutti confrontarci.
 

 

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