Ripensare la NATO
A quarant'anni dal Rapporto Harmel
Fabrizio W. Luciolli
Segretario Generale del Comitato Atlantico Italiano
Charta Minuta n. 91 maggio-giugno 2007
 Pierre Harmel |
"Da quando il Patto Atlantico venne firmato nel 1949, la situazione
internazionale è significativamente mutata ed i compiti dell'Alleanza
hanno assunto una nuova dimensione... La zona del Patto Atlantico non
può essere considerata isolatamente dal resto del mondo. Crisi e
conflitti che insorgono fuori dalla zona coperta dal Trattato possono
compromettere la sicurezza direttamente o modificando l'equilibrio
globale." Queste considerazioni, formulate nel Rapporto sui Futuri
compiti dell'Alleanza presentato dal ministro degli esteri belga Pierre
Harmel al Consiglio Atlantico il 14 dicembre 1967, indicano con
straordinaria premonizione le vie che la NATO avrebbe intrapreso nel
nuovo scenario di sicurezza. Immaginare la NATO di oggi, con
missioni in tre continenti e oltre cinquantamila uomini sotto il
proprio comando, sarebbe stato a quel tempo un esercizio visionario.
Tuttavia, le enunciazioni del Rapporto Harmel rivelano talune
componenti genetiche dell'Alleanza che permettono di leggere le nuove
strategie e missioni "fuori area" dell'Alleanza con una lente più
nitida. Con gli auspici dell'allora Segretario Generale della NATO,
Manlio Brosio, il Rapporto Harmel favorì, inoltre, la ricerca del
dialogo con l'avversario, ritenendo che "La sicurezza militare e una
politica di distensione non sono contradditori ma complementari". Un
seme, quello gettato da Harmel e Brosio, che germoglierà con vigore
all'indomani della caduta del muro di Berlino e che quest'anno consente
di celebrare i cinque anni della costituzione del Consiglio NATO-Russia
e il decennale della firma dell'Atto Fondatore sulle reciproche
relazioni, cooperazione e sicurezza. Le riflessioni di Harmel
aiutano a comprendere la rapidità di adattamento manifestata
dall'Alleanza all'indomani della caduta del muro di Berlino,
allorquando alla funzione di statica difesa del territorio si avvicenda
una concezione dinamica della sicurezza che si esplicherà in entrambe
le dimensioni dell'Alleanza: quella politica e quella militare.
Politicamente, l'azione della NATO è volta a proiettare stabilità
nell'area euro-atlantica attraverso partenariati e forme di
cooperazione che prefigurano l'allargamento dell'Alleanza.
Militarmente, la NATO è chiamata ad intervenire, per la prima volta
nella sua storia, nei Balcani, al di fuori della tradizionale area del
trattato, in missioni di gestione di crisi volte a porre termine alle
atrocità seguite al collasso della Iugoslavia. L'11 settembre fa
scattare per la prima volta l'applicazione dell'articolo 5 del Trattato
atlantico e gli Alleati adottano otto misure di solidarietà individuale
o collettiva nei confronti degli Stati Uniti. In un mondo che per
Tom Friedman è stato reso "piatto" dalla globalizzazione, alle
opportunità offerte dalla maggiore circolazione di idee, persone e beni
economici, fa tuttavia riscontro anche la più agevole diffusione di
radicalismi, fanatismi e terrorismo. In un tale scenario di
"globalizzazione dell'insicurezza", come ha rilevato Kissinger, la
sopravvivenza di una nazione può essere messa a repentaglio da
avvenimenti che accadono interamente entro i confini di un altro paese. A
tale scenario la NATO ha risposto tempestivamente e, abbandonando un
approccio geografico ed una concezione euro-centrica dell'Alleanza, ha
adottato un approccio più "funzionale" ai problemi di sicurezza,
affrontando le minacce e le instabilità là dove esse emergono. L'assunzione,
nell'agosto del 2003, della responsabilità di comando della
International Security Assistance Force (ISAF) in Afghanistan
testimonia questo mutamento di strategia che ha portato la NATO ad
essere attualmente impegnata in un'ampia gamma di missioni che spaziano
dallo Stretto di Gibilterra all'Hindu Kush. Oltre alla missione ISAF,
la NATO mantiene la pace in Kosovo, assiste le riforme del settore
della difesa in Bosnia Erzegovina, conduce un'operazione navale di
anti-terrorismo nel Mediterraneo, offre supporto logistico alla
missione in Darfur dell'Unione Africana, addestra le forze di sicurezza
irachene e, nel 2005, in occasione del terremoto in Pakistan, ha
condotto la più imponente operazione di soccorso. Allo stesso tempo,
la cooperazione avviata dalla NATO con paesi quali l'Australia, la
Corea del Sud, il Giappone e la Nuova Zelanda, manifesta l'abbandono,
anche sul piano politico, di ogni riferimento geografico, a favore di
un approccio funzionale ai problemi della sicurezza fondato sulla
condivisione delle stesse minacce globali e dei medesimi principi e
valori della comunità euro-atlantica. Un'agenda così ampia ed
impegnativa ha richiesto e richiede tuttora, un profondo e continuo
adattamento degli strumenti politici e militari dell'Alleanza per
meglio rispondere alle nuove sfide. Tale adattamento è stato condotto
dall'Alleanza con vertici biennali di Capi di Stato e di Governo che
hanno apportato cambiamenti tali che sovente l'evoluzione della NATO è
stata definita in termini di "trasformazione". L'evoluzione
della NATO e la complessità degli impegni che oggi è chiamata ad
affrontare, pongono, tuttavia, sfide di carattere politico, militare,
finanziario, che esigono una profonda riflessione e strategie efficaci. Innanzitutto,
occorre rafforzare la consultazione politica fra gli Alleati e fra
questi e i paesi partner. Il dibattito e le divisioni sulla guerra in
Irak e i fallimenti del trattato costitutivo dell'Unione Europea,
rappresentano lezioni che hanno insegnato come gli Stati Uniti abbiano
bisogno degli Alleati europei e come l'Europa da sola non costituisca
un valido contrappeso. Entrambi hanno bisogno l'uno dell'altro ed il
foro naturale d'incontro rimane quello atlantico. Ciò non impedisce
che, con la fine della logica degli schieramenti contrapposti, anche
all'interno della NATO si inauguri una cultura del dibattito che, con
l'allargamento dell'Alleanza a nuovi membri e l'aumentare delle sfide e
degli impegni operativi, potrà sovente assumere anche toni vivaci. Le
consultazioni e le cooperazioni politiche fra Alleati, andranno
approfondite anche al fine di individuare le minacce da affrontare e
sviluppare le necessarie strategie. In questo senso, la Direttiva
Politica Generale adottata il 29 novembre 2006, in occasione del
vertice di Riga, delinea con precisione le minacce e i compiti
operativi dell'Alleanza per i prossimi dieci-quindici anni. Consultazioni
politiche andranno stabilite o rafforzate, soprattutto con i paesi
partner. Essendo la NATO impegnata in operazioni che hanno spesso luogo
in regioni distanti e con culture diverse, tali consultazioni appaiono
fondamentali per conoscere e interagire con l'ambiente operativo. Nell'ambito
del Consiglio NATO-Russia andrebbero ampliati i settori di cooperazione
e approfondite ulteriormente la collaborazione nella lotta al
terrorismo e le attività volte ad aumentare la interoperabilità delle
forze. E' la NATO, inoltre, il foro naturale dove coordinare le
strategie di difesa missilistica e lo sviluppo di una difesa
missilistica di teatro. Le consultazioni politiche dovranno, infine,
essere volte a rilanciare il principio delle istituzioni
"interdipendenti", ovvero delle organizzazioni internazionali "mutually
reinforcing", enunciato nella Dichiarazione di Roma sulla Pace e la
Cooperazione rilasciata in occasione del vertice NATO dell'8 novembre
1991. Le attuali operazioni, difatti, appaiono sempre più complesse
ed il loro successo dipendente dallo sviluppo politico ed economico
piuttosto che dalla preponderanza militare. A tal fine, la
realizzazione di un efficace partenariato strategico tra la NATO e
l'Unione Europea appare indispensabile per affrontare, con un approccio
globale, la complessità dei problemi di stabilizzazione e ricostruzione. Oltre
ai Balcani e all'Afghanistan, una regione in cui la sinergia NATO-UE
potrebbe esplicare agevolmente tutte le sue potenzialità è quella del
Mediterraneo e del Medio Oriente, dove entrambe le organizzazioni
conducono distinti programmi di cooperazione che riceverebbero valore
aggiunto da un loro coordinamento. L'attuale agenda NATO-UE appare,
in definitiva, troppo limitata e fondata spesso su logiche di
preminenza o competizione. NATO ed Unione Europea, inoltre, dovranno
entrambe completare i rispettivi processi di integrazione dei Balcani
occidentali nella comunità euro-atlantica. La NATO dovrebbe
ricercare una relazione più strutturata a livello strategico anche con
le Nazioni Unite. Questa sarebbe foriera di nuove opportunità fra le
quali è possibile scorgere un ruolo della NATO nell'addestramento dei
peacekeepers delle Nazioni Unite o nella pianificazione operativa delle
loro missioni. I piani operativi della NATO dovranno essere sempre
più in grado di supportare l'azione di sviluppo e ricostruzione civile
condotta anche da altre organizzazioni quali l'OSCE, la Banca Mondiale
o le Organizzazioni non governative. Sotto il profilo operativo, le
missioni della NATO appaiono in prospettiva più complesse ed
impegnative. Occorreranno, pertanto, sviluppo di moderne capacità e
logistica, scambio di informazioni, trasporto strategico. A tali
capacità dovrà, tuttavia, accompagnarsi una più equa divisione fra gli
Alleati di responsabilità, rischi e costi. La maggiore durata e
distanza delle attuali missioni della NATO, accrescono esponenzialmente
i costi delle operazioni, rendendo la sostenibilità delle stesse più
impegnativa. Per quanto i costi possano essere ottimizzati attraverso
il "pooling" di risorse o l'utilizzo e la creazione di assetti
multinazionali, l'invito del Segretario Generale della NATO agli
Alleati è quello di riservare ai bilanci della difesa almeno il 2% del
prodotto interno lordo. La NATO, inoltre, si trova ad affrontare per
la prima volta la perdita di vite umane, che avviene in missioni che
sono avvertite dalla pubblica opinione come lontane, non solo
geograficamente. Nella vasta area del Mediterraneo e del Medio
Oriente, così come in Afghanistan, in Iraq e domani in Africa, la NATO
è in grado di offrire la propria unica esperienza nel settore della
formazione e dell'addestramento, promuovendo una "interoperabilità
umana" oltre che militare. Le recenti aperture dei Collegi e delle
Scuole della NATO alla partecipazione di frequentatori dei paesi del
Mediterraneo e del Golfo, la costituzione di una Facoltà di studi
mediorientali presso il NATO Defense College e il possibile futuro
stabilimento di un Security Cooperation Center in un paese della
regione, permettono di attribuire alle iniziative di formazione della
NATO un ruolo di crescente e primaria rilevanza. Con il recente
vertice di Riga, la NATO ha cominciato a preoccuparsi della sicurezza
degli approvvigionamenti energetici ed è probabile che nel prossimo
futuro vengano sviluppate strategie di monitoraggio e protezione delle
rotte mediterranee e delle infrastrutture critiche. La straordinaria
evoluzione della NATO ha indotto recentemente il Segretario Generale
Jaap de Hoop Scheffer ad auspicare la formulazione di un Nuovo Concetto
Strategico da adottarsi nella primavera del 2009, allorquando
l'Alleanza Atlantica celebrerà il suo sessantesimo anniversario. Appare,
tuttavia, dubbio che una nuova amministrazione statunitense avalli,
dopo poche settimane dal suo insediamento, un documento strategico al
quale non abbia contribuito. Tuttavia, anche in assenza di un nuovo
concetto strategico, valgono ancora le parole formulate quaranta anni
or sono da Pierre Harmel, per il quale "l'Alleanza è un'organizzazione
dinamica e vigorosa che va continuamente adeguandosi alle mutevoli
situazioni. Ha anche dimostrato che i suoi futuri compiti possono
essere affrontati entro i termini del Trattato operando sulla base dei
metodi e delle procedure che hanno dimostrato nel corso di molti anni
la propria validità".
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