Il crocevia siriano
Mario Ermini
Ricercatore
Occidente n. 1 2007
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La Siria è al centro del Medio Oriente non solo geografico, ma anche culturale e politico perché la sua composizione etnica e religiosa è una sintesi di quella regionale. Entro i confini siriani sono presenti: curdi, armeni, assiri, arabi sunniti e sciiti, cristiani ortodossi, maroniti e latini, oltre agli alawiti, che da trenta anni governano questo complesso paese, e tante altre minoranze. A causa ed in virtù dalla sua ricchezza etnica e religiosa, il futuro della Siria e del Medio Oriente sono intrinsecamente collegati. Un dato di fatto che l'Occidente non può trascurare nell'elaborazione delle sue strategie regionali e di cui l'establishment politico siriano è pienamente consapevole, facendone valere il suo potenziale nelle negoziazioni diplomatiche. Tuttavia, le forti pressioni internazionali, inaspritesi dopo l'11 settembre e l'inizio della guerra in Iraq nel 2003, così come quelle interne che spingono per riforme economiche e politiche, pongono la Siria di fronte ad una scelta difficilissima: dirigersi verso Occidente o Oriente? Per il regime siriano l'Occidente, in particolare l'Europa, rappresenta una concreta possibilità di sviluppo economico, ma implica l'attuazione di riforme politiche ed economiche che ne indebolirebbero il potere. Andare verso Oriente, significherebbe rafforzare l'alleanza strategica con l'Iran, iniziata negli anni '80 durante la guerra con l'Iraq, e scegliere la Cina come partner economico principale. Quest'ultima alternativa sembrerebbe essere quella preferita da una parte del potere politico siriano, poiché richiede meno riforme nel breve termine, anche se nel medio-lungo termine potrebbe portare il paese ad un rapporto di subordinazione nei confronti dell'economia cinese ed aumentare la conflittualità con l'Occidente. La vera competizione è, quindi, quella fra Occidente ed Oriente, volta ad attirare il Medio Oriente nelle rispettive aree d'influenza, dove una posizione "media" appare difficilmente sostenibile. A sostegno di questa tesi interpretativa verranno descritti i principali fattori interni ed esterni che minacciano lo status quo ed impongono tempi stretti per l'elaborazione di una strategia che permetta di uscire dall'attuale impasse. Le sfide interne allo status quo La fine del regime siriano è stata annunciata anche troppo spesso, così com'è stata decretata la debolezza del potere di Bashar al-Assad, Presidente dal 2000. Ma la famiglia al-Assad e il suo clan alawita mantengono la guida del paese nonostante tutte le Cassandra e gli avvenimenti degli ultimi sette anni: la morte di Hafez al-Assad nel giugno 2000, il crollo delle torri gemelle nell'11 settembre 2001, la guerra in Iraq nel 2003, l'omicidio dell'ex primo ministro libanese Rafiq Hariri il 14 febbraio 2005 ed il ritiro delle truppe siriane dal Libano. L'establishment politico siriano e Bashar al-Assad in particolare, hanno dimostrato una grandissima capacità di reagire ai grandi eventi internazionali e di rispondere alle richieste interne, dosando riforme e conservatorismo, alternando il dialogo con l'Occidente alla retorica nazionalistica. Il motivo della longevità del sistema politico siriano è da ricercare nel fatto che esso non è monolitico, ma pluralistico senza essere democratico. Questo sistema fu elaborato da Hafez al-Assad negli anni '60-'70, sancito dalla costituzionale del 1973, e regolato dalla legge d'emergenza in vigore dal 1963: il potere è concentrato nelle mani del Presidente della Repubblica, il partito Baath ha un ruolo egemonico e l'esercito ha il compito di "formare dei buoni cittadini". Oltre a ciò, Hafez al-Assad aveva stabilito delle prassi politiche come la distribuzione delle cariche più importanti fra i membri del suo clan alawita, l'onnipresenza del partito Baath nelle istituzioni civili e militari ed il pesante ruolo dell'esercito nell'economia del Paese.[1] La costituzione, il partito Baath, l'esercito e le elezioni sono, quindi, le istituzioni chiave per ristabilire la legittimità del regime e cooptare gli attori economici e sociali più importanti. Come si è potuto constatare nel momento storico più delicato della Siria contemporanea, ovvero il passaggio di consegne dal Hafez al-Assad al figlio Bashar nell'estate del 2000, la costituzione è stata rispettata nei più minimi dettagli. All'indomani della morte del leone di Damasco, avvenuta il 10 giugno 2000, l'allora vice-presidente Abd al-Halim Khaddam promosse il giovane Bashar da colonnello a generale e lo nominò comandante in capo delle forze armate. Il 21 giugno 2000 si concluse il IX congresso regionale del partito Baath con l'elezione di Bashar a segretario generale e la sua designazione a Presidente della Repubblica. Qualche giorno più tardi, il Parlamento approvò la candidatura ed infine il popolo siriano con un voto plebiscitario, 97% delle preferenze, confermò il giovane Bashar al-Assad alla Presidenza. Lo statuto d'emergenza, invece, è invocato ogniqualvolta il regime affronta delle minacce che ritiene di dover eliminare in fretta e che non rientrano nella casistica del diritto penale e civile. Le pressioni internazionali ed il contesto regionale interagiscono con le diverse componenti della scena politica siriana, costringendo il Presidente a ri-negoziare continuamente il suo potere e la sua legittimità. Internamente deve tenere conto del suo popolo, delle diverse componenti del Parlamento (pluripartitico), dell'esercito, della borghesia, dello stesso partito Baath ed anche dei membri del suo clan famigliare all'interno della comunità alawita. Sicuramente, la sfida interna che ha suscitato più sorpresa è quella lanciata da un ex-uomo di regime e fedelissimo di Hafez al-Assad: Abd al-Halim Khaddam. In un'intervista rilasciata alla TV satellitare al-Arabiyya a Parigi il 30 dicembre 2005 ha denunciato il regime di Damasco di essere responsabile dell'omicidio di Rafik Hariri (Beirut, 14 febbraio 2005), di corruzione e di opprimere ed impoverire il popolo siriano. In seguito, Abd al-Halim Khaddam ha rilasciato una dichiarazione congiuntamente ad Ali Sadr al-Din al-Bayanuni ("osservatore generale" dei Fratelli Musulmani in Siria) il 17 marzo 2006 a Bruxelles, con la quale annunciano un progetto di riforma del sistema politico siriano. La loro alleanza è stata formalizzata in una conferenza stampa a Londra il 5-6 giugno 2006, durante la quale è stato presentato il nome ufficiale del loro movimento, Fronte di Salvezza Nazionale in Siria, ed il programma politico. Il fronte si propone di lavorare per un cambiamento pacifico del regime che accusa di essere corrotto e di opprimere la popolazione. Inoltre, si chiede l'abrogazione della costituzione del 1973, l'adozione di quella del 1950 per una fase di transizione, la revoca dello stato d'emergenza e della legge marziale, l'abrogazione della legge 49 [che stabilisce la pena di morte per i membri del movimento dei Fratelli Musulmani, n.d.r.], la liberazione dei detenuti politici. [2] Quest'alleanza, però, non ha sortito gli effetti desiderati sulla popolazione che ha tacciato Khaddam d'ipocrisia, essendo stato proprio lui è stato un artefice del regime attuale e responsabile della politica siriana in Libano[3]. Inoltre, non sembra che i governi occidentali lo considerino un probabile candidato al posto di Bashar al-Assad in un'ipotesi di cambio di regime. Molto probabilmente la minaccia interna percepita come la più grave è quella rappresentata dai Fratelli Musulmani che sono stati duramente repressi negli anni '80, e sui quali dal 1979 pende la pena di morte. Il regime, infatti, ha spesso paventato, al pari di altri governi arabi, il pericolo che l'apertura democratica significhi la presa del potere da parte dei movimenti islamisti. Alcuni eventi critici del 2006 hanno corroborato questa ipotesi o almeno così sono stati presentati da governo siriano. Il 30 settembre 2005, il quotidiano danese conservatore Jyllands-Posten ha pubblicato delle vignette satiriche che hanno scatenato proteste in diverse parti del mondo[4]. Il 4 febbraio 2006 a Damasco, dei gruppi non ben identificati di persone hanno assalito e bruciato le sedi consolari della Danimarca e Norvegia, senza fare vittime, ma i responsabili non sono mai stati presi e giudicati. Oltre a ciò, il 12 settembre 2006 quattro cittadini siriani, appartenenti ad gruppo jihadista non ben definito, hanno assaltato l'ambasciata americana a Damasco. L'intervento tempestivo delle forze dell'ordine ha sventato l'attacco, ma i quattro attentatori sono morti insieme ad un agente delle forze dell'ordine e 14 persone sono state ferite. A parte questi due eventi, è molto difficile stabilire la reale portata della minaccia islamista, in particolare quella costituita dai Fratelli Musulmani, i quali hanno dichiarato pubblicamente di rinunciare all'uso politico della violenza e di accettare le regole democratiche. Il regime di Damasco e molti analisti ritengono che questo sia solo un cambiamento superficiale, ma che l'agenda politica sia rimasta invariata, ovvero il controllo delle pratiche sociali e politiche della popolazione. Secondo altri autorevoli analisti, invece, sarebbe proprio il regime ad innescare gli scontri ed a alimentare la paura della minaccia islamista per giustificare la sua funzione repressiva[5]. Un altro motivo di tensione latente e con forti ricadute regionali è la condizione della minoranza curda, localizzata a nord di Aleppo attorno alle città di Hasaka e Kamishli, e che costituisce il 10% della popolazione, ovvero circa 1.700.000 persone[6]. La situazione dei curdi è molto particolare perché una gran parte è perfettamente integrata nelle istituzioni politiche e religiose del paese[7], mentre una minoranza non trascurabile è discriminata. Il problema si è acuito nel 1962, quando il governo di Damasco fece un censimento della popolazione, ma una buona parte dei curdi di Hasaka e Kamishli non furono calcolati perché si sospettava fossero turchi arrivati dopo il 1945. Questi curdi, definiti ajanib – stranieri – così come i loro figli e quelli delle coppie miste, definiti maktumun – tenuti nascosti – non possono ottenere la cittadinanza siriana, quindi non hanno il diritto alla proprietà privata, non hanno accesso all'istruzione né agli impieghi pubblici. Attualmente i curdi senza cittadinanza sono circa 300.000. Il disagio di questa minoranza si manifesta anche in occasioni apparentemente banali come le partite di calcio, ma potrebbe facilmente portare ad una instabilità ben più grave. Infatti, il 12 marzo 2004, una partita nella cittadina di Kamishli è terminata in una sommossa popolare dove i curdi si sono scontrati con gli arabi. Nonostante la morte di circa sette persone gli scontri si sono protratti anche durante i loro funerali. Il 5 ottobre scorso, invece, i servizi di sicurezza siriani hanno disperso una nascente dimostrazione di curdi che volevano radunarsi davanti alla sede della presidenza del consiglio dei ministri. A chiedere riforme politiche non sono solo i gruppi minoritari e religiosi, ma anche la società civile e laica. Il 12 maggio 2006, un gruppo di 300 intellettuali ed attivisti per i diritti umani siriani e libanesi hanno sottoscritto il Manifesto di Damasco – Beirut / Beirut – Damasco[8]. Questi chiedono espressamente: la normalizzazione dei rapporti fra i due paesi, ritengono la Siria co-responsabile dell'omicidio Hariri, invocano la necessità di ritirare lo stato d'emergenza e di avviare un processo di riforme politiche in senso democratico in entrambi i paesi. La nomina di Bashar alla Presidenza aveva fatto sperare in una stagione di riforme liberali, che si concluse però nella primavera del 2001 con una forte campagna diffamatoria guidata dal partito Baath. Molti attivisti sono stati imprigionati [9] con l'accusa di costituire una minaccia alla stabilità ed unità del paese, come è successo in seguito alla pubblicazione del Manifesto del 2006: l'avvocato Anwar al-Bunni e lo scrittore Michel Kilo sono stati arrestati insieme ad altri firmatari ed attivisti. Le sfide che le diverse opposizioni portano ora allo status quo non sono più serie di quelle passate ma, unitamente ai profondi cambiamenti internazionali ed alle grigie prospettive economiche, contribuiscono a rendere urgente la fine dell'isolamento della Siria, così come l'attuazione di alcune riforme strutturali. L'urgenza delle scelte strategiche La combinazione delle tendenze demografiche e delle prospettive economiche non lascia molto tempo al regime di Damasco per avviare delle riforme strutturali del sistema politico-economico. Un tale processo non potrà essere intrapreso dalla Siria in regime d'autarchia perché avrà dei costi sociali molto elevati, quindi il suo esito dipenderà anche da quali saranno i suoi alleati strategici e quale assistenza essi forniranno. Anche se da un punto di vista macro-economico la Siria è in una condizione relativamente buona (inflazione bassa, debito moderato e buone riserve di valuta estera) le prospettive a medio termine [10] non sono fra le migliori: la popolazione cresce del 2,6% annuo, la forza lavoro del 4% annuo, mentre fra il 1999 ed il 2003 il PIL è cresciuto soltanto del 1,25%, a causa della diminuzione del prezzo del petrolio ed agli scarsi investimenti esteri sin dalla seconda metà degli anni '90. Il settore petrolifero fornisce circa la metà delle entrate dello stato, mentre quello agricolo circa il 30% del PIL e dei posti di lavoro. L'export del petrolio e le rimesse degli immigrati sono le principali fonti di valuta estera, ma se non si scopriranno nuovi giacimenti la Siria importerà petrolio entro il 2010 e, probabilmente, entro il 2030 si esauriranno le riserve. Lo strettissimo legame fra classe politica, economia e entourage del presidente rendono complesso qualsiasi intervento riformatore nel settore economico perché rischiano di destabilizzare tutto il sistema politico-economico[11]. Già nel 1965 furono nazionalizzate tutte le industrie siriane, il settore bancario ed assicurativo, il commercio estero e quello interno così come il sistema educativo. Con la costituzione del 1973 s'introdusse il modello sovietico di pianificazione economica quinquennale. In particolare, la Siria beneficiò dell'improvviso incremento del prezzo del petrolio e del gas dovuto alla crisi petrolifera internazionale della metà degli anni '70 [12], che fece aumentare anche le rimesse in valuta straniera provenienti dagli emigrati siriani nel golfo persico. Questa manna permise allo stato di alimentare il settore pubblico, di mantenere una fitta rete di clientele, ma allo stesso tempo richiese l'attuazione di piccole riforme per favorire il flusso di rimesse dall'estero. Negli anni '80, con la normalizzazione del mercato del greggio e la mancanza d'investimenti in infrastrutture (anche bancarie) e nella diversificazione dell'economia, iniziò una profonda crisi. Per superarla si avviò una vera e propria infitah – apertura – all'iniziativa privata che portò anche ad una timida riforma politica. Nel 1990 una riforma della legge elettorale permise ai candidati indipendenti di presentarsi alle elezioni parlamentari, permettendo così alla borghesia di partecipare al processo decisionale con quasi un terzo dei deputati. Nel 1991 la legge n°10 concesse agevolazioni fiscali agli investitori privati siriani e stranieri, favorendo così l'afflusso di capitali. Seppur parziali queste riforme permisero al settore privato di diventare più importante di quello pubblico, che forniva ormai il 75% dei posti di lavoro nell'industria rappresentando il 50% del commercio estero e della produzione industriale. Tuttavia, già verso la fine degli anni '90, la Siria ricadde in gravi difficoltà economiche perché venne meno il supporto dell'alleato sovietico ed il sistema produttivo non era assolutamente competitivo. Le prime vere riforme arrivarono con la nomina di Bashar al-Assad alla Presidenza: nel 2000 l'introduzione di Internet; nel 2003 l'abolizione della legge n°24 che proibiva il possesso di valuta straniera da parte di siriani; nel gennaio 2004 l'apertura della prima banca privata in Siria[13]. Inoltre, prima del completo ritiro della Siria dal Libano, le due economie erano complementari: la Siria forniva materie prime e manodopera mentre il Libano disponeva di migliori servizi ed infrastrutture. La borghesia commerciale siriana, soprattutto dopo le nazionalizzazioni del 1965, è sempre stata siro-libanese, ovvero condivisa fra questi due paesi, a lungo complementari. Molti settori industriali erano di fatto condivisi: dai trasporti alla produzione elettrica, fino all'editoria ed al sistema bancario. La rottura con il Libano è stata un ulteriore impulso a riformare la legislazione che regola l'economia ed il commercio, oltre a imporre in maniera urgente lo sviluppo delle infrastrutture dei trasporti e delle comunicazioni. L'establishment politico siriano ha spesso indicato il "modello cinese" come l'esempio da seguire per tenere il passo con le sfide dell'economia globale senza perdere le proprie prerogative e privilegi. L'applicazione di questo modello richiede, però, l'integrazione della Siria in un mercato regionale e/o internazionale e profonde riforme del sistema produttivo. Ciò significa per la Siria il passaggio da una logica di rentier state[14], ovvero stato che vive essenzialmente sulle rendite petrolifere e sulle rimesse degli immigrati, a quella di produzione concorrenziale. Dal quadro macro-economico emerge che tale conversione non è solo un modo per il regime di sopravvivere, ma un'esigenza perché nel 2010 la Siria dovrà importare il petrolio, ad un prezzo molto alto. Infine, le riforme economiche necessarie per affrontare le sfide dei prossimi anni avranno pesanti conseguenze sociali[15]: le strutture statali dovranno essere alleggerite, i contributi pubblici ridotti e le aziende pubbliche privatizzate. In uno stato dotato di pochissimi ammortizzatori sociali, queste riforme possono causare una forte instabilità, soprattutto se non ci saranno investimenti stranieri. La necessaria integrazione regionale Dall'analisi della situazione politica ed economica della Siria emerge come la sua integrazione in un sistema regionale ed internazionale non sia più rinviabile. Si tratta solo di capire quale direzione questo processo prenderà e di lavorare affinché tale processo vada a vantaggio del popolo siriano e della sicurezza regionale e non contro di essi. La situazione appare particolarmente complessa poiché se l'Occidente escluderà la Siria da tutti i programmi di partenariato economico-politici a causa della sua ostinazione a non riformarsi potrebbe, paradossalmente, rafforzarne il regime e una sua alleanza con l'Oriente, ovvero Cina ed Iran. Allo stesso tempo, tuttavia, non si potrà integrare la Siria così com'è, poiché si creerebbe un pericoloso precedente per altri regimi che, come quello di Damasco, sono accusati di sostenere l'insorgenza in Iraq, di mantenere un'ingerenza impropria negli affari libanesi, di proteggere i vertici di gruppi terroristici e di non rispettare i diritti umani. Il dilemma appare essere quello che gli interessi del regime non sempre corrispondono a quelli dello stato e che l'Occidente ha ben pochi canali per trovare alternative a questo regime e per illustrare il proprio punto di vista al popolo siriano. Non rimane che lavorare con la Siria, al fine di far comprendere quanto un'alleanza esclusiva con l'Oriente risulti sconveniente nel medio-termine; per elaborare una strategia d'uscita per gli elementi più conservatori dell'establishment politico-economico siriano; per concordare un calendario di riforme da attuare ed un sistema di ricompense per gli obiettivi raggiunti. __________________________________________ [1] Oltre ad assorbire il 30% del bilancio annuale, l'esercito gestisce direttamente importanti settori dell'industria civile, dall'alimentazione alla siderurgia. [2] Il Fronte di Salvezza Nazionale in Siria ha un sito web dove si presenta il progetto politico e gli aderenti. <www.savesyria.org> (22 luglio 2007). [3] Abd al-Halim Khaddam è un ba'athista della prima ora ed amico di vecchia data di Hafez al-Assad. Quando questi prese il potere nel 1970, Khaddam fu nominato ministro degli esteri, dal 1983 fino al 2004 è vice-presidente. Dagli inizi degli anni '80 fu il responsabile della politica siriana in Libano fino a quando Bashar al-Assad lo sostituì nel 1998. Fu fra gli autori del trattato di Taif che pose fine alla guerra civile in Libano. Cf. Trombetta Lorenzo, Siria nel nuovo Medio Oriente, Editori Riuniti, Roma, 2004. [4] Per una cronologia degli eventi si veda BBC, Muslim cartoon row timeline, diponibile on line < http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/4688602.stm > (22 luglio 2007). [5] Cf. Landis Joshua, Pace Joe: the Syria opposition, The Washington Quarterly, Winter 2006-2007, 30:1 pp. 45–68. [6] I dati qui riferiti sono approssimativi perché nelle statistiche ufficiali siriane non sono indicate le appartenenze etniche. Le autorità hanno sempre contestato questo dato. [7] Erano curdi il gran mufti Ahmad Kuftaro (morto il 1 settembre 2004), così come Husni Za'im e Adib Shishakli capi di stato fra il 1949 ed il 1954. [8] Il manifesto di Damasco – Beirut / Beirut – Damasco è disponibile in arabo nel sito Middle East Transparent, www.metransparent.com/texts/beirut_damascus_declaration_fichiers/filelist.xml (22 luglio 2007). [9] Human Rights Watch riporta con precisione le violazioni dei diritti umani perpetrate in Siria <www.hrw.org/doc?t=mideast&c=syria > (22 luglio 2007). [10] Per un quadro economico più dettagliato si vedano i rapporti fatti dalla Banca Mondiale sulla Siria. Disponibili on-line <www.worldbank.org/sy > (22 luglio 2007). [11] Cf. Volker Perthes, Liberalization between Cold War and Cold Peace, in Contemporary Syria (Eberhard KIENLE, Dir). British Academic Press, University of London. London, 1994. p 65. [12] La prima crisi del petrolio iniziò con la guerra del Yom Kippur del 1973, in cui Siria ed Egitto attaccarono Israele per riprendere il Golan ed il Sinai, rifacendosi della sconfitta subita nel 1967, e il cartello dei paesi arabi produttori di petrolio (OAPEC) imposero l'embargo e ridussero le quote di produzione del petrolio. Mentre la seconda fu una conseguenza del successo della rivoluzione di Khomeyni nel 1979. [13] Attualmente le banche private attive in Siria sono cinque, ma esistono progetti finanziari per aprirne altre. [14] Il modello di rentier state è stato elaborato nell'opera di H. Beblawi e G. Luciani (a cura di), The Rentier State, London, Croom Helm, 1987. [15] Nell'agosto 2006 l'International Monetary Fund ha pubblicato un rapporto sulla Siria, IMF Country Report No. 06/294, nel quale si definiscono i tratti principali dell'economia siriana e si consigliano alcune riforme da attuare. Disponibile on-line < www.imf.org/external/pubs/cat/longres.cfm?sk=19525.0 > (22 luglio 2007).
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