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Il ruolo di stabilizzazione della NATO

Dai Balcani ai confini dell'Europa

Prof. Antongiulio de'Robertis

Vice Presidente del Comitato Atlantico Italiano

2007

 

Dopo circa mezzo secolo di sostanziale staticità il sistema Europeo ha conosciuto una rapida e radicale alterazione entrando in una fase di acuta instabilità, che ha provocato il ritorno della guerra in aree che se ne ritenevano ormai immuni.
Prima di affrontare le ragioni di questi sviluppi e del conseguente ruolo di stabilizzazione che la NATO, ha dovuto, in certo senso, assumersi vorrei chiarire quali devono intendersi essere i confine dell'Europa.
Mi rifarò per questo ad una concezione mazziniana, maturata durante la fase più creativa del movimento nazionale democratico italiano. In armonia con essa ritengo che noi si debba considerare che i confini dell'Europa si spingano a comprendere tutte quelle comunità, storicamente insediate, i cui membri si sentano e si considerino Europei.
E' opportuno ricordare qui che un gran numero di paesi europei e anche gli Stati Uniti assunsero un posizione coerente con questa impostazione quando appoggiarono in vario modo la guerra mossa dalla Gran Bretagna all'Argentina per difendere il la volontà degli abitanti delle isole Falkland ( o Malvinas) di rimanere sudditi britannici e conseguentemente per confermare l'estensione della propria sovranità su un gruppo di isole ubicate nell'Atlantico meridionale.
Ciò premesso, se si vuol essere coerenti con la linea tenuta in passato dalle cancellerie occidentali, si deve ritenere che i confini dell'Europa arrivano fino a Novosibirsk e a Vladivostock, perché gli abitanti di quelle antiche città Russe si considerano Russi ed Europei.
Con questa precisazione, discutendo cioè gli interrogativi sulla reale estensione dell'Europa, cioè di   quell' entità, candidata nelle aspirazioni di molti a diventare un unico stato continentale o più realisticamente semicontinentale, abbiamo evocato quello che mi sembra essere stato il fattore più acuto di instabilità nell' Europa del dopo-1989: Il dubbio sull'appartenenza di una comunità o di una pluralità di comunità ad una compagine statuale in quel momento esistente e riconosciuta formalmente dalla società internazionale, in accordo col diritto internazionale vigente.
Un dubbio che nei Balcani è sfociato in scontri violenti di tale atrocità da riportare indietro l'orologio della storia e del processo di civilizzazione degli stessi popoli europei. Un dubbio largamente diffusosi in Europa all'indomani della fatidica data della "caduta" del muro di Berlino e che definirei eleven-nine, con una voluta assonanza con quel nine-eleven oggetto del coro mediatico più in voga; un'assonanza che adotto per evocare anche foneticamente l'importanza di questa data a mio avviso ben maggiore di quella attribuita al nine-eleven, dell'attacco alle torri gemelle, così enfatizzata dalla stampa e dall'attuale amministrazione americana.

La fine della guerra fredda ha reso infatti possibile l'esprimersi di sentimenti e aspirazioni politiche a lungo represse nell'Europa centrale ed orientale e risalenti alla "sistemazione di pace" seguita alla prima guerra mondiale.
Alan John Perceval Taylor, nel suo aureo libretto sulle origini della seconda Guerra mondiale scriveva che la prima guerra mondiale fu combattuta per decidere come dovesse essere rifatta l'Europa e la seconda fu scatenata per rispondere al quesito se le decisioni in materia adottate dai vincitori del 1918 dovevano essere confermate o radicalmente modificate.
Nel 1961, anno di pubblicazione del volume, egli sosteneva che il riassetto del sistema europeo operato dalla prima guerra mondiale era stato confermato dalla seconda ad eccezione della regione nord orientale dove la Polonia e la regione a ridosso della costa baltica avevano subito sostanziali alterazioni.
La fine della guerra fredda ha invece, forse "stranamente" per alcuni, portato alla cancellazione di quell'assetto di Versailles, che pur era sopravvissuto al 1945, nei Balkani e nell'Europa centrale ed al suo ripristino sulle coste orientali del Baltico.
Quanto ai confini fra la Russia di oggi e la Polonia fissati dopo la prima guerra mondiale col trattato di Riga del 1921 e  modificati nel 1945 a ricalcare approssimativamente la linea Curzon del 1919, bisogna tener presente che essi erano stati il risultato di uno scontro bilaterale, protrattosi oltre la conclusione del conflitto, fra la Russia Bolscevica e la Polonia di Pilsusky, marcatamente sponsorizzata dalla Francia. 
All'indomani della fine della guerra fredda, da molti considerata come la terza guerra mondiale, l'assetto dell'Europa centro e sud-orientale, scaturito da Versailles e in larga misura confermato nel 1945, è totalmente cambiato. I due stati creati dai vincitori del 1918, la Jugoslavia (originariamente Regno dei Serbi, Croati e Sloveni) e la Cecoslavacchia si sono disarticolati sotto la spinta delle differenti componenti etniche che li costituivano, ponendo nel nulla buona parte delle decisioni incorporate nei trattati di St. Germain en Lay e del Trianon, che avevano fissato i termini delle paci con l'Austria e con l'Ungheria.
Nell'Europa settentrionale ed orientale si produceva invece un ritorno agli assetti scaturiti dalla prima guerra mondiale, anzi più precisamente all'assetto del trattato di Brest-Litovsk, imposto nel 1918 alla Russia neobolscevica da una Germania chiaramente vittoriosa sul fronte orientale. La Federazione Russa di oggi nella sua dimensione europea non è molto diversa da quella disegnata e voluta dalla Germania del Kaiser all'inizio del XX secolo.
La "guerra fredda", questo atipico conflitto si è infatti conclusa con l'abbattimento del muro di Berlino in una modalità che è stata un plateale trionfo del principio di autodeterminazione dei popoli, con la conseguente rinuncia di Mosca a difendere l'immutabilità degli assetti scaturiti dalla seconda guerra mondiale. Si  è avviato così un processo di generale riaffermazione di questo principio, che se ha portato alla riunificazione della Germania, già pochi mesi dopo, ha però provocato successivamente gravi tensioni ed instabilità in tutta l' Europa centrale ed orientale.
La neoriunificata Germania adottava infatti subito una politica di sostegno a questo principio sostenendo le aspirazioni di indipendenza nazionale che venivano progressivamente manifestate dai gruppi etnici inclusi nelle composite compagini statuali create nell'Europa centro-orientale, dopo la prima guerra mondiale, proprio come barriere al ritorno dell'influenza germanica.
Oltre a favorire la dissoluzione della Cecoslovacchia la diplomazia e il mondo politico di Bonn e di Monaco, in piena armonia con quello di Vienna , di fronte alla proclamazione di indipendenza della Slovenia e della Croazia anticipavano i renitenti alleati atlantici nel riconoscimento dei nuovi stati, ignorando le lezioni della storia, che facevano lucidamente presagire il bagno di sangue che ne sarebbe seguito, trascinandosi per lunghi anni nell'intrico di etnie antagoniste che popolavano i Balcani.
Infatti le insistenze di Zagabria e Lubiana e le pressioni germaniche provocavano una radicale revisione dell'assetto della regione centroeuropea, rimasto sostanzialmente immutato per circa un secolo. Esso veniva modificato in nome dell'autodeterminazione a favore dei croati e degli sloveni, da sempre insoddisfatti  nel tipo di vincolo instauratosi con i Serbi, all'interno del Regno dei Karagiorgie all'indomani della prima guerra mondiale prima e della Jugoslavia dopo,.
Il trionfo dell'autodeterminazione nelle due repubbliche settentrionali portava rapidamente alla dissoluzione delle Jugoslavia e all'indipendenza di tutte le repubbliche che ne facevano parte ad eccezione del Montenegro che sarebbe rimasto legato alla Serbia per oltre un decennio.
Tutto ciò non avveniva senza violenze assai gravi. Le minoranze serbe stanziate lungo le frontiere meridionali della Croazia in Slavonia orientale e nelle cosiddette  Kraìjne ottenevano infatti l'appoggio dell'esercito serbo nel loro rifiuto di assoggettarsi alla sovranità di Zagabria, con gravi devastazioni  di tutta l'area. Una grave crisi si produceva anche nella Bosnia-Erzegovina abitata da una popolazione, mista e distribuita in maniera assai intricata, di Serbi, Croati e Mussulmani. Il fatto che questi ultimi fossero in maggioranza nella neoproclamata repubblica, faceva sì che le altre due tenie si opponessero alla costituzione della nuova entità con un'azione armata che si protraeva per lunghi anni e di cui diremo più avanti.
 Nello stesso tempo fermenti irredentisti si andava manifestando fra le minoranze albanesi del Kossovo e della Macedonia.
L'ampiezza e la gravità delle violenze che si producevano in Bosnia  provocavano l'intervento dell'ONU e dell'Unione Europea, che si rivelavano incapaci di opporsi efficacemente alle azione militare dei Serbo-Bosniaci, sostenuti più o meno ufficiosamente, ma comunque pesantemente da Belgrado.
Questa impotenza può avere una spiegazione, mai per altro menzionata nei commenti apparsi in questi anni sui giornali e selle riviste. Più che l'inefficienza dei meccanismi decisionali dell'ONU e di quelli di cooperazione politica di Bruxelles, una causa dell'inefficacia dell'azione europea può essere individuata in una iniziale tendenza della Francia e della Gran Bretagna a mitigare l'indebolimento della Serbia di fronte all'intraprendenza germanica a sostegno dell'elemento croato e del disfacimento degli assetti del '19 e del '20.
La misura e l'efferatezza delle azioni dei Serbo-Bosniaci andavano però oltre il limite di tollerabilità di un'opinione pubblica internazionale disabituata da decenni allo spettacolo della violenza bellica in Europa.
Per altro l'esigenze di un'opera di stabilizzazione si faceva strada a Bruxelles negli ambienti NATO, dove il Consiglio Atlantico adeguava per ben due volte i
il suo strategic concept alla nuova situazione internazionale e si poneva sempre più come una valida alternativa alle ipotesi di creazione di una "nuova architettura di sicurezza europea" formulate in più ambienti di fronte ai nuovi assetti del vecchio continente con la fine dell'antagonuismo Est-Ovet..
Con la costituzione del North Atlantic Cooperation Council e l'avvio del programma Partnership for Peace coinvolgeva sia i paesi dell'Europa Centro-Orienate già membri del patto di Varsavia sia le repubbliche ex sovietiche di recente indipendenza, in un programma di cooperazione sempre più intenso, che preparava la piena adesione all'alleanza per molti di essi. 
Aggiungeva così al core business  dell'articolo 5 un ruolo di collaborazione e coordinamento fra le politiche di sicurezza dei suoi aderenti che arrivava fino all'Asia centrale ex sovietica.
Nello stesso tempo interveniva anche nei Balcani, adottando nel '92 misure di controllo dell'embargo comminato alla Bosnia per l' importazione di armamenti e quindi delle sanzioni contestualmente decise.
Nel febbraio '94 le forze NATO abbattevano 3 aerei serbo-bosniaci che violavano la no flight zone sulla Bosnia deliberata dall' ONU.
Con l'aggravarsi della crisi, dopo il bombardamento della piazza del mercato di Sarajevo e l'eccidio di Szebrenica il consiglio atlantico decideva l'operazione Deliberate Force contro i Serbo-Bosniaci, ottenendone piuttosto rapidamente l'adesione agli accordi di Dayton, con i quali le tre fazioni in lotta: Serbi, Croati e Mussulmani accettavano una sostanziale cantonizzazione della loro repubblica con la creazione di un unico governo centrale  e la costituzione di tre amministrazioniautonome sotto controllo internazionale nelle aree rispettivamente riconosciute di propria  competenza.
A garanzia del rispetto di queste intese la NATO assicurava una presenza militare sotto forma di presidi di garanzia sostituiti nel gennaio del 2005 da contingenti dell'UE e da un proprio headquarter con funzioni di addestramento e comunicazione con le forze locali frattanto ricostituite su basi coerenti con gli standard dell' alleanza.
Sempre nei balcani occidentali un altro grave focolaio di tensione covava sotto la cenere fin dalla fine del 1989, quando nei negoziati tesi alla sopravvivenza della stato jugoslavo il serbo Milosevic aveva ottenuto il sostanziale consenso delle altre due etnie prevalenti del paese alla abolizione dello statuto speciale di autonomia delle province del Kossovo e della Voivodina abitate da larghe minoranze albanesi l'una e ungheresi, l'altra.
Un passaggio questo compiutosi anche con il sostanziale assenso, caldeggiato dalla Germania, delle principali forze politiche dei maggiori paesi europei , che vedevano in questa misura l'inevitabile contropartita dell'affievolimento del vincolo federale insistentemente perseguito dall'elemento croato.
Il risentimento degli albanesi, che costituivano la larga maggioranza della provincia del Kossovo, esplodeva in forma violenta contro l'elemento serbo dopo la fine dei gravi disordini prodottisi in Albania, nel 1997, con il crollo del tentativo di speculazione generalizzata, conosciuto come piramidi finanziarie.  L'operazione Alba posta in essere dall'Italia, col pieno consenso della comunità internazionale, poneva infatti termine alle violenze scoppiate in tutto il paese, ma non riusciva a controllare e disarmare tutti i facinorosi, che avevano drammatizzato la protesta dei risparmiatori delusi.
La resistenza degli albanesi alla politica di Belgrado tesa alla cancellazione dei loro diritti e della loro individualità culturale si faceva sempre più intensa assumendo il carattere di una vera e propria guerriglia condotta da forze irregolari costituitesi in Esercito di Liberazione del Kossovo (UCK) ed organizzatesi sembra anche con l'appoggio dei servizi segreti tedeschi prima e statunitensi dopo   .
La catena delle azioni e reazioni culminava nel gennaio del 1999 col ritrovamento a Racak di 40 cadaveri di civili albanesi e nella conseguente decisione degli Stati Uniti e della Francia di premere per un intervento della "comunità internazionale" e più concretamente della NATO, per fermare le violenze perpetrate dal governo serbo ai danni della minoranza albanese.
La Conferenza di Rambouillet, uno chateau ben noto per essere stato teatro nel XVIII secolo di discussioni letterarie di bel altra natura, riuniva tutti i principali paesi impegnati sui conflitti balcanici e si concludeva con la pesante intimazione alla Serbia di evacuazione della contestata provincia e di accettazione di pesanti clausole di limitazione della propria sovranità.
Il rifiuto di Milosevic portava ad una nuova azione della NATO sollecitata pesantemente dagli Stati Uniti e decisa senza l'avvallo dell'ONU, reso impossibile dall'ostilità della Russia e della Cina a queste misure coercitive.
L' Allied Forces Operation bombardava Belgrado e le forze serbe in Kossovo per ben 78 giorni, incontrando una capacità di resistenza a parte jugoslava, cui è probabilmente dovuta la clausola di garanzia dell'integrità territoriale di Belgrado inserita nell'intesa che poneva fine ai bombardamenti contestualmente all'evacuazione del Kossovo da parte delle forze serbe.
A questo seguiva l' Operation Joint Guardian che inviava nella contestata provincia la Kossovo Force (Kofor) con il compito di garantire sicurezza  e aiuti economici a tutti i suoi abitanti, dove per altro era allora l'elemento serbo che si trovava esposto alla violenza degli Albanesi, i quali alimentavano una tensione a lungo protraentesi e sfociata in disordini di tale ampiezza da rendere necessario ancora nel 2004 l'invio di rinforzi alle forze NATO per metterle in condizione di far fronte ad un tentativo albanese di forzare il cordone protettivo da esse creato a Mitrovitza a difesa dei serbi rimasti nella parte settentrionale della città.
Poco dopo la cessazione dei combattimenti nel Kossovo, un'altra crisi si profilava nella limitrofa repubblica di Macedonia , con un ulteriore trasmigrazione di armamenti e di armati da un'area di conflitto sedato ad un'altra teatro di analoghe tensioni etniche alimentate dall'irredentismo albanese.
Nella prima parte del 2001 l'"Esercito di Liberazione Nazionale" della Macedonia riusciva a assumere il controllo di vaste aree della parte occidentale della repubblica dove l'etnia albanese era largamente presente.
Questa volta peròil  meccanismo di reazioni della "comunità internazionale" guidata dalla NATO, era alquanto sperimentato e, su richiesta del presidente macedone Trajkowski, la NATO riusciva rapidamente a concordare con l' Unione Europea e con l'OSCE un piano di conciliazione alle parti in lotta, mettendole di fronte ad un' unica posizione comune delle organizzazioni internazionali della regione.
Alla cessazione dei combattimenti faceva seguito la conclusione, il 13 agosto, degli accordi di Ohrid che conciliavano le richieste della minoranza albanese con le esigenze di sopravvivenza della repubblica macedone. A tutela dell'osservanza delle intese raggiunte la NATO, confermando un proprio sempre più consolidatesi ruolo di braccio armato e di garanzia degli accordi di sospensione delle ostilità nella tormentata regione, avviava l' Operation Essential Harvest volta al disarmo dell' "Esercito di Liberazione Nazionale" da parte di una forza di 3500 uomini, che avrebbero poi provveduto a distruggere gli armamenti raccolti, eliminandoli finalmente dal circuito regionale.
L'impegno della NATO continuava con l' Operation Amber Fox e poi con la Operation Allied Harmony intese a garantire una ripristino della legalità  e del pieno controllo dei territori, evacuati dagli irregolari albanesi, da parte del governo legittimo. Con il marzo del 2003 le forze NATO erano sostituite da contingenti dell'Unione Europea, così come avveniva dopo pochi mesi anche in Bosnia, mentre la presenza dell'alleanaza atlantica si riduceva ad un  headquarter investito di compiti di coordinamento e di consulenza alle forze armate macedoni.
Il successo della NATO nel porre fine ai conflitti armati sviluppatisi nell'Europa Sud Orientale nel decennio successivo alla fine della guerra fredda non ha certo esaurito le tensioni che li avevano provocati, ha reso però possibile che si aprisse un confronto civile ispirato a soluzioni conformi ai principi del pluralismo e della tolleranza propri delle democrazie occidentali.
Pur senza sfociare in conflitti sanguinosi e protratti problemi e tensioni suscettibili di minare la stabilità del sistema europeo si pongono anche nell'Europa orientale dove, come si è detto, la Russia è ridotta alle dimensioni territoriali di Brest Litovsk. In una condizione, che come ho ripetuto più volte presenta una grossa somiglianza con quella della Germania uscita dalla prima guerra mondiale.
Essa è il risultato della sfortunata combinazione, per l'interesse nazionale russo, delle scelte di Gorbaciov con quelle del suo successore Yeltsin.
Gorbasciov aveva infatti accettato senza sostanziali contropartite  di rinunziare agli assetti europei ottenuti dall' URSS con la seconda guerra mondiale e rimasti immutati per tutta la guerra fredda. Lo aveva fatto però in una prospettiva idealistica di superamento della logica della politica di potenza, improntata al perseguimento del proprio interesse nazionale, che aveva caratterizzato le relazioni internazionali nell'età moderna.
Così come a livello interno aveva promosso la Glasnost e la Perestroika nei rapporti internazionali Gorbaciov proponeva il New Thinking, cioè un nuovo modo di concepire la politica estera degli stati volto alla piena realizzazione di quel "new international order" concepito da Roosevelt durante la seconda guerra mondiale come modello di organizzazione del mondo post bellico, ispirato al rispetto del diritto internazionale e alla rinuncia alla guerra come strumento di soluzione delle controversie internazionali.
Il compito di garantire la sicurezza e il rispetto degli interessi legittimi dei singoli stati sarebbe stato rimesso un' ONU sbloccato nella sua funzionalità dall'esaurimento dell'antagonismo Est Ovest e dall'accordo ormai esistente fra tutti i paesi sui principi del mantenimento della pace, della promozione della democrazia e del rispetto e della tutela dei diritti umani.
Il passaggio più rivelatore di delle posizioni del leader russo è quello della conversazione con il presidente americano George H. Bush all'indomani della riunificazione della Germania. 
Quella sostanziale alterazione degli equilibri europei era stato un passaggio assai pesante per gli interessi di Mosca; tuttavia opporsi al trionfo del principio di autodeterminazione sarebbe stato un ritornare all' "old thinking" laddove l'impegno della leadership russa ed americana, in quel momento doveva essere quello di far prevalere il "new thinking" e rendere finalmente possibile l'instaurazione del nuovo ordine internazionale.
Obiettivo rispetto al quale Bush si muoveva con coerenza e sincerità, come può desumersi dal fatto che in quel periodo affermava ripetutamente la sua convinzione che nella nuova situazione venuta a crearsi in Europa si rendeva necessaria la creazione di una nuova architettura di sicurezza europea, non pensando alla possibilità che invece il vuoto creato dal ritiro dei sovietici dall'Europa centro-orientale potesse essere colmato dall'allargamento dell'alleanza atlantica agli ex membri del patto di Varsavia.
Per effetto di questa comune visione gli Stati Uniti e l'Unoine Sovietica cessavano di essere antagonisti e diventavano stretti alleati nella promozione di un nuovo sistema di rapporti internazionali.
La pronta reazione delle Nazioni Unite, all'invasione del Kwait da parte dell' Iraq, e il successo della prima guerra del golfo sembrava confermare l'avvento di questo nuovo ordine. 
A Mosca pertanto sia negli ambienti governativi che in molti istituti di ricerca si ragionava ritenendo che fra gli interessi russi e quelli americani non vi fossero più divergenze e che le politiche di Washington andassero intese comunque in armonia con gli interessi di Mosca.
La dissoluzione dell'Unione Sovietica e l'avvicendamento di Yeltsin a Gorbaciov accentuava ulteriormente questa impostazione quando alla guida della diplomazia russa subentrava quasi automaticamente il ministro degli esteri del governo della repubblica russa, parte dell' URSS, Kozirev. . Lo stesso Yeltsin durante la sua prima visita a Varsavia affermava pubblicamente che la Russia non aveva alcuna obiezione all'ingresso della Polonia nell'alleanza atlantica.
Con l'avvicendamento di Clinton a Bush cambiava però l'impopstazione di fondo della politica americana. Da un lato dopo la riunificazione della Germania e la dissoluzione dell'Unione Sovietica non vi era più l'esigenza che gli sviluppi che si andavano producendo in Europa avvenissero con l'assenso di Mosca.
Dall'altro alla spinta ideale di Bush si andavano sostituendo i tradizionali concepts che, in definitiva, avevano sempre guidato la politica estera americana. concepts che si manifestavano esplicitamente con l'affermazione di Clinton, che secondo la sua amministrazione l'allargamento della NATO era una fatto certo anche se non era ancora chiaro quando sarebbe avvenuto.
Ancora più significativo, anche se non colto in tutta la sua influenza sugli ulteriori sviluppi dei rapporti internazionali, era poi la pubblicazione nella primavera del 1994  della direttiva presidenziale n° 25, in cui per rispondere alle critiche ricevute per i magri risultati dell'intervento in Somalia, conclusosi con la perdita di diversi militari americani, Clinton ribadiva che gli Stati Uniti avrebbero continuato ad effettuare operazioni di peace keeping, ma che i soldati americani sarebbero stati impegnati quando ciò avesse corrisposto all'interesse nazionale del paese.
Con questa pubblica dichiarazione il percorso di ritorno alla politica di potenza degli Stati Uniti era compiuto. Il perseguimento dell'interesse nazionale, che di quella politica è sempre stato il primo e fondamentale obioettivo fin dalla comparsa dello stato "westfaliano", così definito dalla pubblicistica corrente, tornava ad essere esplicitamente menzionato ed evocato a giustificazione delle scelte politiche talvolta onerose fatte dai governi.
Del new thinking di Gorbaciov e del nuovo ordine internazionale rimaneva ormai ben poco. Nelle capitali occidentali ci si rendeva però conto che le esigenze si stabilità in Europa non potevano prescindere dalla Russia, pur in una fase in cui, accantonato il progetto della nuova architettura di sicurezza europea, la NATO si avviava su una rotta di progressiva espansione nella regioni centrali ed orientali del vecchio continente.
Mentre gli altri paesi della regione aderivano progressivamente al programma partnership for peace, quale premessa alla successiva piena inclusione di molti di essi nell'alleanza, Bruxelles e Mosca concordavano, nel 1997, un documento di intenti sul sistema europeo e sui reciproci rapporti imperniato sull'obiettivo di dar vita ad un' Europa "whole and free", una e libera. Questa intesa dava vita ad un primo organo comune di dialogo permanente fra Mosca e Bruxelles che prendeva il nome di Joint Permanent Council. Al suo interno si sviluppava un regolare dialogo fra i rappresentanti russi e il consiglio atlantico, sia nella sua dimensione diplomatica che in quella militare.
Questo mentre il processo di allargamento della NATO procedeva ulteriormente con consultazioni e programmi di adeguamento delle strutture dei paesi candidati agli standards dell'alleanza.
Questo dialogo si interrompeva con la guerra del Kossovo, decisa come si è detto dai paesi atlantici contro il parere di Mosca. I rappresentanti russi cessavano la loro partecipazione al Joint Permanent Council e immediatamente dopo la cessazione dei  sulla Jugoslavia, si produceva anche un episodio, che dimostrava in maniera lampante l'infondatezza delle tesi, espresse ripetutamente in sedi, pur nominalmente autorevoli, di analisi delle relazioni internazionali, secondo le quali l'espansione dell'alleanza atlantica sarebbe stata anche nell'interesse della Russsia in quanto fattore di stabilità.
Durante la crisi per l'occupazione dell'aeroporto di Pristina, dove le forze russe avevano preceduto i contingenti occidentali, Mosca si era trovata nell'impossibilità di rifornire il proprio contingente perché la Bulgaria, ligia alla linea della NATO, risentita per la mossa del Cremlino, aveva rifiutato il diritto di sorvolo ai suoi aerei.
Il gelo calato dopo questa vicenda fra la Russia e la NATO si andava per necessità di cose attenuando e il punto di arrivo della riconciliazione si aveva con la convocazione su iniziativa Italiana del summit di Pratica di Mare nel maggio 2002, che approvava una dichiarazione secondo la quale i rapporti della NATO con la Russia assumevano una qualità nuova e si sostituiva al Permanent Joint Council del 1997, sede di un rapporto bilaterale fra l'organizzazione da un lato e la Russia dall'altro, il nuovo NATO-Russia Council in cui gli stati membri si sarebbero incontrati e confrontati a 27 in un rapporto multilaterale totalmente paritario (as equals)
E' questo il punto nodale della stabilità nell' Europa dei popoli europei da me tratteggiata all'inizio di queste righe. Il rapporto di piena parità fra tutti gli attori del teatro continentale senza esclusioni o discriminazioni.
La Russia a suo modo ha tentato di incardinarsi nel sistema europeo e di divenirne parte essenziale, alla pari delle altre grandi potenze, fin dal Congresso di Vienna se non da ancor prima. A suo modo perché la diffidenza degli altri paesi la induceva a agire con iniziative che apparivano più un'imposizione, sostenuta dalla sua forza, che un'apertura e una disponibilità alla cooperazione e al dialogo.
Evitiamo che ancora una volta la diffidenza crei ulteriori problemi ad un processo di omogeneizzazione di questo grande paese al continente a cui appartiene e della cui civiltà è un'espressione, particolare forse, ma indubbiamente ricca e preziosa.