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L'adesione dell'Italia all'Alleanza Atlantica

Fabrizio W. Luciolli

Segretario Generale del Comitato Atlantico Italiano

 


Firma del Conte Sforza
Ministro degli Esteri
4 aprile 1949

L'Italia del dopoguerra

La condizione internazionale dell'Italia nel secondo dopoguerra era caratterizzata dalla pesante eredità della sconfitta. Nonostante il contributo della Resistenza e del Corpo italiano di liberazione, l'Italia dovette subire per opera dei vincitori un severo trattamento che, sino alla firma del Trattato di Pace, avvenuta il 10 febbraio 1947, rese evidente la volontà di imporre una notevole misura d'espiazione e fece penosamente avvertire alle forze politiche italiane una sensazione di isolamento diplomatico, accrescendo la fragilità della vita politica interna del paese.

Peraltro, le vicende del secondo conflitto mondiale avevano assegnato l'Italia ad una specifica zona d'operazioni ed avevano visto nella penisola il teatro delle attività degli eserciti inglese ed americano, il che, sin d'allora, faceva prevedere per l'Italia un ruolo determinante, se non di frontiera, nella delineazione dei futuri contrastati assetti internazionali.

Tali aspetti della condizione internazionale dell'Italia si combinavano, sul piano interno, con le tensioni sociali e politiche che la guerra aveva lasciato dietro di sé.

Il problema di scegliere le nuove istituzioni che avrebbero dovuto reggere il paese e quello di determinare gli equilibri politici con cui governarlo, venivano pertanto ad intrecciarsi con i rapporti e le scelte da compiere nel contesto internazionale. Tali scelte, in particolare, si legavano indissolubilmente con il problema della formazione dei Blocchi che avrebbero caratterizzato tutto il periodo della Guerra Fredda. Infatti, finché le tensioni del quadro internazionale non furono palesi, fu possibile per l'Italia non esserne direttamente investita, ma allorquando le tensioni si manifestarono risultò evidente che le diverse concezioni ed i diversi collegamenti internazionali delle forze politiche italiane, avrebbero finito per rendere inevitabili scelte talora anche drammatiche.

La Guerra Fredda investiva l'Italia e, senza spezzarne l'unità territoriale, come pure altrove andava accadendo, la divideva politicamente in due schieramenti rigidamente contrapposti.

Comprendere come tale processo si sviluppò sia sul piano internazionale, sia nelle sue ripercussioni interne all'Italia, significa pertanto comprendere le ragioni ed i motivi che ispirarono e spiegarono l'adesione dell'Italia all'Alleanza Atlantica.

La sfida orientale e la risposta dell'Occidente: il Piano Marshall e l'Alleanza Atlantica

Durante il primo semestre del 1947 le tensioni internazionali, latenti almeno dalle ultime fasi della seconda guerra mondiale, esplosero apertamente: mentre i sovietici lamentavano l'interferenza occidentale, gli occidentali combattevano il costituirsi di regimi non conformi alle intese raggiunte durante la conferenza di Yalta sull'avvio dei processi di democratizzazione nell'Europa liberata.

Il tipo di regime che l'influenza sovietica andava instaurando nell'Europa orientale, sia attraverso la presenza di forze militari sul territorio che per mezzo della costituzione di partiti comunisti di obbedienza sovietica, veniva denunciato negli Stati Uniti e nell'Europa occidentale come oppressivo dei fondamentali diritti civili e contrario alle regole di una democrazia fondata sui principi di libertà e di pluralismo politico. Inoltre, le propaggini propagandistiche di tali regimi, rappresentate dai partiti comunisti costituiti in Europa occidentale, anch'essi di obbedienza sovietica, acquistavano un carattere minaccioso.

Tale sensazione era resa più acuta dalla constatazione e dalla scoperta, di quanto debole ed esposta nei confronti di simili minacce fosse l'Europa occidentale. Nell'Europa occidentale vinti e vincitori erano accomunati dalla relativa incapacità di far fronte ai problemi della ricostruzione, consolidando al contempo regimi democratici e stabili. La ricostruzione imponeva sacrifici e programmi che solo autorità politiche forti, in grado di utilizzare abbondanti risorse, avrebbero potuto chiedere ed attuare. Al contrario, le risorse europee apparivano inadeguate e l'autorità dei governi era minata dai dissensi interni tra forze eterogenee. L'Europa occidentale o, meglio, la maggioranza dei gruppi dirigenti unitamente a larghi strati della popolazione, si sentivano indifesi ed esposti di fronte ad una minaccia che, pur avendo una sua netta connotazione, operava tuttavia in modo sotterraneo, corrodendo alla radice le strutture ed esponendo paesi come la Francia, l'Italia e la stessa Germania, alla "conquista" od all'influenza sovietica. In Germania, in particolare, la sfida tra i due blocchi andava tracciando una vera e propria divisione territoriale.

Le risposte occidentali a questa crisi furono esitanti ed imprecise sino a che essa non si rivelò apertamente nei suoi aspetti politici internazionali. Gli Stati Uniti dapprima puntarono prevalentemente sulla forza di dissuasione implicita nella loro potenza militare e finanziaria: una procedura che si rivelò sterile, in quanto politicamente non organizzata ed economicamente affidata a formule che accentuavano il ruolo della potenza dominante, laddove il problema consisteva nella necessità di risanare le situazioni più esposte, ovvero quelle periferiche.

Di tali difficoltà si ebbe piena consapevolezza solo all'inizio del 1947, quando i richiami inglesi relativi all'impossibilità per il governo britannico di continuare a controllare la situazione critica esistente nel Mediterraneo orientale, con particolare riferimento alla Grecia ed alla Turchia, misero in luce l'urgenza del problema, proprio a causa dell'imminenza del ritiro britannico.

Si verificò allora una svolta ed ebbe inizio una fase di intenso impegno organizzativo che procedette lungo due direttive destinate – nei fatti, anche se non sempre nelle intenzioni dei promotori – ad integrarsi gradatamente.

Una direttiva puntò verso formule di intervento economico, intese a favorire la ricostruzione dei meccanismi produttivi e commerciali, così da avviare quel risanamento di fondo e quel processo di ricostruzione economica, la lentezza del quale aveva reso possibili tante inquietudini sociali.

Un'altra direttiva si concentrò su formule d'intervento politico-diplomatico o politico-militare, volte a ricostruire quel clima di sicurezza che era giudicato indispensabile al consolidamento delle istituzioni e dei sistemi politici dell'Europa occidentale.

Lungo la prima linea d'iniziativa si ebbero gli aiuti economici alla Grecia ed alla Turchia, preannunciati dal presidente Truman nel marzo 1947, gli "interim aids" dell'autunno 1947, destinati a provvedere ai finanziamenti più urgenti per l'Europa occidentale e, soprattutto, l'"European Recovery Program", varato dal Segretario di Stato americano, Marshall, in uno storico discorso del 5 giugno 1947 all'Università di Harvard.

L'offerta dell'ERP venne rivolta a tutti i paesi europei e mirava, mediante un approccio globale, a promuovere il risanamento della struttura economica europea ed a rendere questa un interlocutore per la stessa economia statunitense. Il rifiuto di Praga di aderire all'ERP fu il segnale che indicò come tale programma non sarebbe stato accolto dai paesi dell'Europa orientale sottoposti all'influenza sovietica. L'ERP, entrato in funzione nel 1948, venne quindi a costituire il primo grande spartiacque della storia postbellica dell'Europa.

Lungo la seconda linea di azione si ebbero iniziative più graduate nel tempo, ma non meno risolute nell'intenzione. Con la dottrina Truman, del 12 marzo 1947, si manifestò l'interesse vitale degli Stati Uniti per la regione del Mediterraneo orientale e la determinazione del governo degli Stati Uniti d'impedire lo sgretolamento dell'assetto esistente; con il Trattato di Bruxelles del 17 marzo 1948 sulla collaborazione economica, sociale, culturale e di difesa collettiva, si costituì una reale alleanza tra cinque paesi dell'Europa occidentale (la Gran Bretagna, la Francia, i Paesi Bassi, il Belgio e il Lussemburgo).

Tale alleanza appariva allora ancora formalmente destinata a prevenire una ripresa del bellicismo tedesco e tale suo carattere spiegava perché non avesse ricevuto nessun seguito la proposta, inizialmente ventilata, di includere in essa anche un paese ex-nemico, come l'Italia.

Infine, con il Patto Atlantico, firmato a Washington il 4 aprile 1949, si ebbe il completamento di tale attività, grazie alla stipulazione del trattato che doveva costituire il supporto politico-diplomatico di base per la costituzione del sistema difensivo occidentale.

La partecipazione dell'Italia al piano Marshall

L'evoluzione della situazione europea coinvolgeva l'Italia poiché il paese era direttamente esposto alla crisi generale: sotto l'aspetto economico, a causa del perdurare della carestia, del persistere dell'inflazione e della relativa lentezza della ricostruzione; sotto il profilo internazionale, per il contatto immediato con la "cortina di ferro" che, prima del distacco della Jugoslavia dall'Unione Sovietica, solcava il confine orientale dell'Italia e dopo tale distacco, lasciava tuttavia l'Italia come il paese occidentale più esposto - unitamente alla Germania - ad ipotesi di azioni militari provenienti dall'Europa orientale.

Infine l'Italia era esposta all'aspetto politico della crisi generale, poiché la presenza nella penisola di un partito comunista assai forte e, sino al maggio 1947, inserito nel governo ma manifestamente leale alla solidarietà internazionale nelle sue espressioni affidate alla politica estera dell'Unione Sovietica, costituiva un elemento d'incertezza e preoccupazione. La forza del partito comunista faceva leva su una reale situazione di disagio della vita sociale italiana ma contemporaneamente condizionava la libertà di movimento dei partiti che, alla guida del governo, intendevano procedere, secondo la loro determinazione, a scelte d'ordine politico ed economico più coerenti alle proprie impostazioni.

Tali elementi emersero con palese evidenza durante il 1947 nella rottura della coalizione di governo alla quale, dopo l'aprile 1944, il partito comunista, il partito socialista ed il partito della Democrazia cristiana, avevano dato la maggior consistenza. Alla fine del maggio 1947 Alcide De Gasperi, anche in considerazione del processo di irrigidimento delle relazioni tra le potenze, riuscì a costituire il primo governo del dopoguerra dal quale fossero esclusi gli esponenti dei partiti di sinistra e nel quale la carica di ministro degli Esteri venne affidata al conte Carlo Sforza, da tempo fervido sostenitore della necessità di un rafforzamento dei vincoli dell'Italia con l'Europa occidentale e gli Stati Uniti. Tra le prime decisioni assunte dal nuovo governo, una delle più significative nell'esprimere il corso politico delle forze di governo e la risolutezza dell'impegno nel perseguirlo, fu l'annuncio dell'adesione dell'Italia alla proposta formulata dal generale Marshall.

Il processo d'integrazione nel sistema economico occidentale, se destava l'opposizione di coloro che vi scorgevano un pieno inserimento dell'Italia in meccanismi capitalistici di economia di mercato, era nondimeno largamente condiviso, poiché presentava vantaggi di evidenza innegabile e poiché esso non costituiva altro che la restaurazione di quelle tradizionali forme di interdipendenza internazionale che il fascismo aveva turbato. Era dunque un sentire diffuso nella maggioranza della pubblica opinione che, con l'adesione al piano Marshall, l'Italia avesse operato una scelta conforme alla sua tradizione politica ed alla storia del suo sviluppo economico.

La disposizione degli Occidentali ad accogliere l'Italia nell'Alleanza Atlantica

Più complesso e sofferto fu il processo di adesione dell'Italia all'Alleanza Atlantica.

Una partecipazione che non fu né scontata né semplice, per gli stessi futuri alleati dell'Italia. Infatti, la decisione di estendere anche al governo italiano l'invito a sottoscrivere il trattato costitutivo dell'Alleanza fu a sua volta il risultato di un complesso negoziato che vide esitazioni da parte di numerose potenze europee.

Il ricordo della seconda guerra mondiale era ancora troppo recente per rimuovere tutte le diffidenze di alcuni; per altri la maggiore preoccupazione era data dalla presenza nel sistema politico italiano di un agguerrito partito comunista; altri ancora obiettavano circa la dispersione geografica verso un'area che aveva problemi particolari, come quelli del Mediterraneo, ma che non poteva essere considerata regione atlantica in senso stretto.

Dalle discussioni avviate sin dalla primavera del 1948 e dalle prime intese diplomatiche, risalenti al settembre dello stesso anno, l'Italia rimase pertanto esclusa. Fu solo l'8marzo del 1949, a conclusione di un lungo periodo di trattative caratterizzate dall'azione politico-diplomatica italiana e dalle convergenti pressioni francesi e statunitensi, che le perplessità circa l'adesione italiana all'Alleanza Atlantica vennero chiarite e superate e che l'Italia fu formalmente portata a conoscenza da parte del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti del contenuto dei negoziati sino allora svoltisi. Infine, il 17 marzo del 1949, il governo italiano ricevette l'invito ufficiale ad aderire al trattato.

Il ritardo di tale invito ufficiale e le esitazioni di alcune potenze non impedirono, peraltro, che la questione fosse posta in termini ufficiosi. Ciò rese possibile l'avvio di un serrato dibattito, che si svolse su due piani, l'uno strettamente legato all'altro: il piano principalmente diplomatico e quello delle deliberazioni dei partiti, i cui rappresentanti sarebbero poi stati chiamati a sostenere o combattere con il proprio voto le decisioni alle quali il governo sarebbe pervenuto.

Un dibattito politico che in Italia fu vissuto in modo tormentato ed, a tratti, drammatico. Infatti, quando presero avvio i negoziati per la formazione dell'Alleanza Atlantica ed allorquando si pose concretamente il problema della partecipazione italiana, agli elementi propri delle diverse forze politiche italiane se ne sovrappose uno ulteriore ed irrazionale, legato alla esperienza della recente guerra ed influente su diversi settori del mondo politico italiano: la riluttanza a considerare che una scelta di campo nello scacchiere internazionale dovesse avvenire attraverso la partecipazione ad un meccanismo difensivo, destinato a qualificarsi, oltre che sul piano politico, anche su quello militare.

Tale elemento contribuì ad imprimere alla scelta italiana di aderire al Patto Atlantico il carattere di una decisione vitale, quasi di definitiva scelta di civiltà. Ma, se non v'è dubbio che tale scelta era destinata a rappresentare la principale decisione di politica estera assunta dall'Italia nel secondo dopoguerra, il fatto che attorno ad essa finissero per convergere motivazioni che non risultavano necessariamente legate al dato puro e semplice della opzione per uno schieramento internazionale, faceva sì che la scelta stessa diventasse quasi il simbolo, il pretesto o l'occasione, per esprimere orientamenti di fondo relativi alla natura da attribuire o da rifiutare, ai fini dello sviluppo della democrazia in Italia.

L'azione politico-diplomatica per verificare le possibilità di negoziato

Sul piano diplomatico l'appartenenza dell'Italia al sistema occidentale era fuori discussione dal 1947. Dopo l'adesione al Piano Marshall ed in tale quadro, apparve scontato che - dato anche l'accentuarsi della contrapposizione interna tra la maggioranza centrista (composta dalla Democrazia cristiana, dai socialdemocratici, dai repubblicani e dai liberali) e la minoranza socialcomunista - l'Italia dovesse far parte anche ad altre forme di organizzazione, diverse da quella di natura economica.

L'adesione al Patto Atlantico, tuttavia, pose problemi più complessi. La questione, difatti, suscitava reazioni emotive tali da incrinare in parte la stessa omogeneità delle forze di maggioranza e richiedeva pertanto una particolare cautela.

Le memorie dell'Ambasciatore a Washington, Alberto Tarchiani, rivelano come il governo italiano fosse a conoscenza, già dal settembre 1948, del desiderio degli Stati Uniti che l'Italia fosse associata alla costituenda Alleanza. In seno al governo, il ministro degli Esteri, conte Carlo Sforza, assecondato in questo dalla maggioranza del corpo diplomatico ed in particolare dagli ambasciatori accreditati presso le capitali occidentali, condivideva tale auspicio, indicando il rischio per l'Italia di un isolamento in posizione di debolezza. L'ipotesi, caldeggiata da alcune forze politiche, secondo la quale l'Italia, senza mutare la sua scelta di appartenenza al sistema occidentale, avrebbe dovuto mantenere una posizione di neutralità, appariva semplicistica ed inconsistente. Tuttavia, il conte Sforza era consapevole di come certe sensibilità non potessero essere superate troppo bruscamente, tanto più che esse trovavano un sensibile osservatore nello stesso De Gasperi, il quale era assai più di Sforza esposto agli umori dei partiti.

Tali considerazioni offrono una chiave di lettura all'azione politico-diplomatica che caratterizzò il governo italiano in occasione degli incontri con i rappresentanti dei governi occidentali che ebbero luogo durante la seconda metà del 1948. De Gasperi avvertiva come la pesante eredità del recente trattato di pace, imponendo rinunce molto sofferte, sia per quanto riguardava il territorio metropolitano che per le regioni già governate colonialmente dall'Italia, avesse lasciato come strascico un sentimento di avversione verso talune potenze occidentali. Le severe limitazioni agli armamenti, inoltre, condizionavano il contributo ed il ruolo che l'Italia avrebbe potuto svolgere in ambito internazionale. Da ciò conseguì la cautela a non assumere precocemente ed apertamente decisioni troppo nette e che non fossero sufficientemente maturate nell'opinione pubblica. Prudenza che si legava, inoltre, alla speranza di poter condizionare l'eventuale partecipazione italiana all'Alleanza ad alcune concessioni capaci di rendere tale ipotesi più evidentemente vantaggiosa, col risultato di smussare almeno una parte dell'ostilità che essa avrebbe verosimilmente incontrato presso alcuni strati della pubblica opinione e del mondo politico. Vi fu, in sostanza, la speranza di poter negoziare la partecipazione italiana e l'auspicio che le maggiori potenze dell'Alleanza fossero disponibili a valutare le esigenze del governo italiano. In particolare De Gasperi e Sforza pensarono di poter affermare il principio della revisione del trattato di pace, mirarono alla possibilità di ottenere una decisione più favorevole alle aspirazioni italiane del tempo in materia coloniale (il trattato di pace aveva difatti demandato alle Nazioni Unite il compito di determinare il futuro assetto politico dei territori coloniali già appartenenti all'Italia dall'epoca pre-fascista); e tentarono di affrettare l'applicazione della dichiarazione tripartita del 20 marzo 1948 relativa al Territorio Libero di Trieste.

È indubbio che un successo su tale terreno ed in particolare sulla questione di Trieste, che suscitava reazioni emotive assai vivaci nell'opinione pubblica del tempo, avrebbe agevolato la coagulazione del consenso verso le determinazioni che il governo italiano si accingeva a prendere. Tuttavia, la speranza di negoziare espressa nell'azione politico-diplomatica del secondo semestre 1948, se in parte risultava suggerita dal proposito di dilazionare la decisione circa l'adesione all'Alleanza al fine di poter meglio predisporre i partiti politici ed il paese alla sua assunzione, appariva d'altra parte basata sul presupposto che doveva rivelarsi infondato, che esistesse presso gli interlocutori occidentali una disponibilità a tale negoziato.

Sul piano diplomatico, pertanto, attraverso la visita del segretario di Stato degli Stati Uniti a Roma (18 e 19 ottobre 1948), il viaggio di De Gasperi a Bruxelles ed a Parigi (metà novembre 1948), il viaggio a Washington del capo di Stato Maggiore, generale Marras, (prima metà del dicembre 1948) e l'incontro a Cannes tra il ministro degli Esteri italiano, Sforza ed il collega francese, Schuman (20 e 21 dicembre 1948), il governo italiano ebbe il quadro della situazione.

Negli ultimi giorni del 1948 e nei primi del 1949, De Gasperi ebbe diversi colloqui chiarificatori con i responsabili dei partiti politici italiani ed, in particolare, con Saragat, il quale si era persuaso dell'impossibilità di perseguire un programma neutralistico e doveva assumersi il difficile compito di pilotare il partito socialista democratico italiano verso una decisione favorevole all'Alleanza.

Infine, nella prima settimana del gennaio 1949, il governo italiano fu nelle condizioni di elaborare quelle istruzioni che - inquadrando l'adesione all'Alleanza nell'ambito di uno schema concettuale più vasto ed ambizioso, che pensava all'Alleanza come momento del processo di unificazione europea - davano all'ambasciatore Tarchiani mandato di manifestare formalmente il desiderio italiano di essere associati al Patto in corso di elaborazione. Un passo, questo, dal quale sarebbero scaturite le successive decisioni della diplomazia alleata.

La decisione italiana di aderire all'Alleanza: i dibattiti parlamentari

L'impossibilità di trarre vantaggio da eventuali successi negoziali direttamente collegati all'adesione italiana al Patto atlantico rendeva, sul piano dell'acquisizione del consenso, più delicato il dibattito tra le forze politiche, poiché lo concentrava tutto su due aspetti caratterizzanti l'Alleanza, ovvero sul suo carattere di sanzione conclusiva dell'appartenenza dell'Italia al sistema occidentale e sul relativo impegno, che coinvolgeva anche aspetti relativi alla difesa e pertanto militari.

Tale processo politico interno avvenne tra l'inizio dell'autunno 1948 e l'estate del 1949. Esso fu contrassegnato da un duro confronto svoltosi sulla stampa e nel paese ed intervallato da alcuni dibattiti parlamentari che costituirono, di quel processo, i momenti di svolta salienti.

Un primo dibattito si ebbe tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre del 1948 e non ebbe in discussione la progettata Alleanza, ma la politica estera del governo in generale. Tuttavia, l'affiorare del tema apparve evidente e l'accentuarsi della posizione filo-occidentale del governo fornì l'occasione per un primo scontro con le opposizioni, sia di destra che di sinistra.

Un secondo e più impegnativo momento di scontro ebbe luogo tra la fine del mese di novembre e gli inizi di dicembre, in seguito alla presentazione, da parte dell'on. Nenni, di una mozione di condanna della politica estera del governo, imperniata sulla denuncia della volontà di "impegnare il paese nel blocco militare delle potenze occidentali, liquidando la legittima istanza di una politica di neutralità".

Emerse dunque subito in primo piano la tematica che avrebbe dominato le discussioni successive, senza tuttavia che il governo fosse nelle condizioni di esporsi in maniera aperta ed univoca, poiché il chiarimento interno ai partiti della maggioranza era ancora lungi dall'essersi concluso. Pertanto, sia De Gasperi che il conte Sforza, sottolinearono prevalentemente l'argomento che collegava il destino dell'Italia al destino dell'Europa occidentale, dalla quale, diceva Sforza, era impossibile appartarsi in un isolamento "non solo privo di ogni garanzia, ma anche capace di escluderci dalle grandi correnti di produzione e di scambio". Argomentazioni che contrapponevano la volontà dell'Occidente di costruire pacificamente il proprio benessere in modo unitario, alla politica aggressiva dell'Unione Sovietica, la cui allarmante e massiccia presenza militare nell'Europa orientale era fonte di gravi preoccupazioni.

I momenti risolutivi di tale processo parlamentare si ebbero, tuttavia, durante il 1949. Allorquando il governo italiano ricevette l'invito formale ad aderire al Patto atlantico, De Gasperi giudicò opportuno, considerata la rilevanza della decisione che stava per essere presa, chiedere l'autorizzazione del Parlamento a partecipare all'ultima fase dei negoziati ed a sottoscrivere lo strumento diplomatico che ne sarebbe derivato. Nel far ciò il presidente del Consiglio andò oltre gli obblighi impostigli dal dettato costituzionale in materia di ratifica dei trattati internazionali, ma fu mosso dalla consapevolezza della grande rilevanza politica di tale scelta e dalla volontà di prevenire le reazioni dei partiti ostili all'Alleanza al fine di poter sottoscrivere il Patto con la sicurezza di un adeguato appoggio parlamentare. Ciò che De Gasperi chiese era un voto di fiducia preliminare, che lo avrebbe posto al riparo dagli oppositori del Patto ed, al contempo, permesso di superare le ultime perplessità interne ai partiti della maggioranza.

La sera dell'11 marzo 1949 De Gasperi pronunciò alle Camere un discorso nel quale era offerto al Parlamento uno sguardo d'assieme sugli impegni che il governo si accingeva ad assumere. De Gasperi sottolineò la compatibilità del Patto con la Carta delle Nazioni Unite, chiarì come esso istituisse un vincolo di mutua assistenza tra i suoi membri, ma un vincolo di carattere puramente difensivo, sottolineò l'assenza di oneri finanziari e mise in evidenza il carattere non automatico degli impegni che si intendeva assumere, tali che la competenza del Parlamento italiano ne sarebbe stata salvaguardata.

La Camera dei Deputati discusse le dichiarazioni del governo - che aveva approvato all'unanimità la relazione di De Gasperi - dal 12 al 18 marzo e le approvò con una maggioranza di 342 voti contro 170 voti d'opposizione e 19 astensioni. Immediatamente successiva fu la discussione ed il relativo voto del Senato, che approvò la fiducia al governo con 188 voti favorevoli, 112 contrari e 8 astensioni.

Forte del risultato ottenuto con tali votazioni, il governo di De Gasperi portò a termine le ultime fasi del negoziato, siglò il trattato e superò il successivo dibattito parlamentare di ratifica.

Quest'ultimo, sebbene fu contrassegnato da una notevole asprezza di toni e di atteggiamenti, rappresentò tuttavia solo un elemento formalmente conclusivo di un processo la cui fase realmente risolutiva era stata esaurita tra i mesi di marzo (con il dibattito sull'autorizzazione) e di aprile (con la firma del trattato).

Il dibattito sulla ratifica ebbe luogo dal 14 al 20 luglio presso la Camera dei Deputati e si concluse con il voto favorevole di 323 deputati appartenenti alla Democrazia cristiana ed ai partiti socialdemocratico, liberale e repubblicano; quello contrario di 160 deputati del partito comunista, del partito socialista italiano e del Movimento sociale italiano ed 8 astensioni. Il 30 luglio si ebbe la ratifica del Senato della Repubblica, con 175 voti favorevoli, 81 contrari ed una astensione.

Le votazioni che assicurarono al governo un così largo successo giunsero peraltro al termine di un complesso processo di elaborazione politica, nel corso del quale fu possibile superare le diffuse incertezze di una parte della Democrazia cristiana e del partito socialdemocratico e tracciare anche in Italia una distinzione tra le forze favorevoli all'integrazione atlantica e quelle ostili. Le particolari circostanze in cui tale formula d'integrazione politico-diplomatica, destinata a diventare poi integrazione militare, si prospettò in Italia, dettero origine ad un dibattito nel paese dal quale emersero sostanzialmente tre diverse posizioni politiche: la posizione della Democrazia Cristiana; quella dei partiti minori della coalizione di governo; quella dei partiti di sinistra. Tuttavia, ciascuna di queste posizioni rivelava al suo interno elementi di differenziazione, il superamento dei quali ebbe, almeno nel caso dei partiti della maggioranza di governo centrista, un rilievo nel dibattito.

Il ruolo della Democrazia Cristiana e l'impegno di De Gasperi

Pilastro della coalizione di governo ed atlantica, per la Democrazia Cristiana la decisione di aderire all'Alleanza veniva a coincidere con le scelte e le responsabilità politiche di partito egemone che le elezioni del 18 aprile 1948 avevano sanzionato.

Nel partito democratico cristiano era in atto una profonda riflessione circa gli indirizzi ed il futuro da imprimere alla vita politica del paese. Il carattere interclassista e la composizione pluralistica del partito, facevano sì che tale dibattito politico riguardasse problemi di fondo rispetto ai quali le scelte di politica internazionale non potevano non apparire strettamente collegate.

Per la sinistra del partito, una forza costituita da diversi gruppi minori, ma dominata dalla figura di Giuseppe Dossetti - "leader" della corrente che prendeva il nome dal giornale "Cronache sociali" - la grande vittoria elettorale doveva costituire il preludio di una politica economico-sociale di riforme avanzate: il cosiddetto "terzo tempo" sociale, a rendere possibile il quale si riteneva necessaria una politica che sapesse cogliere gli elementi unificanti dello scenario politico italiano.

Alla scelta di aderire all'Alleanza Atlantica, Dossetti, pertanto, contrappose soluzioni di neutralità, giudicando che queste avrebbero agevolato una ricostruzione del dialogo politico con le sinistre, evitando una frattura troppo netta nello scenario politico italiano e, su quello internazionale, l'irrigidimento dei blocchi.

Tali valutazioni venivano ad avvicinarsi alle posizioni neutraliste suggerite anche dalla sinistra socialdemocratica. Esse, tuttavia, non tenevano realisticamente conto della contrapposizione esistente nello scenario internazionale, che si andava caratterizzando anche per la connotazione militare derivante dalla minacciosa presenza degli eserciti sovietici nei paesi dell'Europa orientale. Tale contrapposizione, inoltre, si riverberava inevitabilmente nello scenario politico italiano, a causa degli stretti collegamenti del partito comunista con l'Unione Sovietica.

Le tesi di Dossetti furono espresse e discusse principalmente durante la fase preparatoria delle decisioni del partito, che avvenne nel tardo autunno del 1948. A tali tesi De Gasperi rispose guidando ed associando la maggioranza del partito democratico cristiano verso una linea politica che coronava con l'adesione al Patto Atlantico un indirizzo perseguito dagli anni del secondo conflitto mondiale. Sin dal momento della costituzione del partito democratico cristiano, tra il 1942 ed il 1943, De Gasperi enunciò il proprio convincimento relativo alla necessità che la ricostruzione dell'Italia dovesse indirizzarsi anche nel senso del ritrovamento dei necessari legami con il sistema internazionale ed, in particolare, con gli Stati Uniti.

Tali intendimenti non trovarono espressione solo da parte del leader indiscusso della Democrazia Cristiana, ma furono condivisi e sostenuti dagli esponenti di centro e della tradizione moderata del cattolicesimo.

La visione di De Gasperi circa il ruolo ed i compiti del partito nella società italiana era quella che guardava ad una ricostruzione realisticamente conscia delle condizioni e delle possibilità del paese e corretta da una prudente ma ferma vocazione riformistica.

Problema centrale appariva quello del consolidamento delle istituzioni democratiche e la necessità di perseguire una stabilizzazione interna, al fine di superare le tensioni post-belliche ed avviare la ricostruzione economica. Stabilizzazione che, secondo De Gasperi, richiedeva anche un chiarimento dei ruoli, delle responsabilità e degli obiettivi, delle singole forze politiche.

Sul piano interno, pertanto, De Gasperi ricercò sempre la collaborazione delle forze che apparivano più omogenee alla concezione democratica d'intendere i problemi del paese ed è con tale metodo che dette vita alla coalizione centrista dopo il successo democristiano alle elezioni del 18 aprile 1948.

Ed è soprattutto in tale ottica che De Gasperi intese la partecipazione al Patto Atlantico, ovvero come un contributo al chiarimento ed alla stabilità, che collocava nettamente l'Italia nella comunità di paesi, principi e valori, democratici ed occidentali ed, al contempo, arricchiva il partito maggiore della coalizione governativa ed il governo tutto, della forza di un potente ancoraggio internazionale.

I due processi, quello della stabilizzazione interna ed internazionale, procedevano pertanto parallelamente, col risultato che il contributo recato dalla scelta italiana alla stabilità del sistema europeo trovava riscontro - secondo la visione di De Gasperi - in un contributo dato dagli alleati internazionali ed in particolare dagli Stati Uniti, al consolidamento del sistema interno italiano quale si era configurato dopo le elezioni del 1948.

Sul finire dell'anno gli organi del partito democristiano furono chiamati ad affrontare tali problemi in dibattiti animati ma non laceranti. A favorire il superamento di alcune esitazioni ebbero verosimilmente una certa influenza anche l'aperta presa di posizione di Papa Pio XII e le sue severe riserve sul pacifismo oltranzista.

Nonostante le critiche di Gronchi, Del Bo, Dossetti ed altri, nei dibattiti di partito che precedettero le votazioni parlamentari la forza e le idee di De Gasperi prevalsero e la sua visione politica fu adottata in maniera abbastanza agevole.

La vocazione occidentale ed europeista dei partiti laici minori

I partiti minori della coalizione centrista, i liberali, i repubblicani ed i socialdemocratici, erano in maggioranza profondamente persuasi della necessità dell'adesione italiana all'Alleanza dei paesi occidentali. Tale convincimento trovò concreta espressione nell'azione di uno dei personaggi che più risolutamente li rappresentò nel governo, il ministro degli Esteri Carlo Sforza.

Le motivazioni dell'atlantismo di tali partiti possono essere ricondotte alla visione storica della loro concezione dello sviluppo della società italiana. Questa si fondava sul convincimento, di derivazione nettamente risorgimentale, soprattutto nel suo aspetto internazionalistico, che fosse necessario per l'Italia mantenere i suoi naturali legami, rapporti politici ed analogie istituzionali, con i sistemi politici dell'Europa occidentale. L'Italia, pertanto, doveva ritrovare pienamente la sua collocazione nella società democratica dell'Occidente europeo.

L'Italia era nata nell'Ottocento proprio quando essa aveva saputo collegarsi alle forze più vive dell'Europa ed, in tal senso, il richiamo alla tradizione di Cavour rappresentava una delle costanti nelle argomentazioni di questa parte politica. Rinnovando e rafforzando tali vincoli internazionali l'Italia avrebbe, pertanto, potuto trarre gli elementi per una piena ripresa ed un giusto progresso nella democrazia.

Tuttavia, nel momento in cui tali concezioni toccavano il problema della scelta degli strumenti adatti a promuovere la linea politica così auspicata, emergevano talune divergenze.

Finché l'integrazione nell'Occidente europeo aveva assunto il carattere dell'integrazione economica o quello dell'omogeneità delle forme istituzionali pluralistiche, una piena intesa verso tale linea era stata l'espressione spontanea di tutti i partiti minori. Nel momento in cui tale processo si estese ai caratteri di alleanza difensiva, affiorarono allora, particolarmente nelle file del partito socialdemocratico, alcuni dubbi circa l'opportunità di una scelta destinata a concludersi in forme di integrazione anche militare.

Il chiarimento di tali dubbi fu alquanto agevole per coloro che diagnosticavano una situazione di pericolo dovuta all'urgenza della pressione esterna dell'Unione Sovietica o dal grado di minacciosità per la saldezza del sistema democratico, costituito dalla presenza in Italia di un forte ed aggressivo partito comunista.

Il superamento delle stesse perplessità si rivelò, invece, difficile per quegli esponenti del partito socialdemocratico che, senza smentire la propria fede nelle istituzioni democratiche e nel metodo della libertà come condizione per l'affermarsi delle loro stesse idee, trovarono impossibile conciliare l'idea di partecipazione ad un'alleanza militare con le basi teoriche del pacifismo internazionalista della socialdemocrazia. Ciò apparve ancor più problematico allorquando questi considerarono come dalla partecipazione dell'Italia all'Alleanza Atlantica sarebbe derivato un ulteriore approfondimento dei dissensi interni tra i partiti della classe operaia. Essi propugnarono pertanto una politica di disimpegno dalle alleanze, nella prospettiva dell'acquisto di un ruolo di terza forza intermediaria che, a lunga scadenza, veniva ritenuta utile per lo stesso Occidente.

Conciliare tali divergenti opinioni con le esigenze derivanti dalla partecipazione al governo di coalizione e con le diagnosi di un imminente pericolo per le istituzioni democratiche non fu impresa agevole. Compierla fu il merito di Giuseppe Saragat, che fondò il partito e ne costituì la figura politicamente più influente. Egli incontrò non poche difficoltà e rischiò persino l'insuccesso, al quale rimediò, in ultimo, sovrapponendo la volontà del gruppo parlamentare a quella più intransigente degli organi di partito.

Tuttavia, la considerazione che tali contrarietà non fossero portate alle estreme conseguenze, ovvero sino alla minaccia di scissione, testimoniava la fondatezza che, anche in queste file del partito, veniva riconosciuta alle valutazioni più allarmate circa la minaccia sovietica ed i suoi collegamenti con il partito comunista.

Il terreno sul quale Saragat riuscì a compiere la sua difficile operazione politica fu duplice: da un lato egli sottolineò come il governo dovesse scegliere tra i benefici dell'appartenenza ad un sistema di sicurezza collettiva sostenuto dagli Stati Uniti ed un isolamento, la rispondenza del quale agli interessi reali dell'Italia era dubbia; dall'altro egli sostenne la necessità di subordinare i motivi di perplessità ad una visione europea del problema.

La solidarietà che si andava costruendo sul piano difensivo venne quindi considerata da Saragat anche come passo verso la federazione europea. Tuttavia, la federazione europea non poteva esser più concepita come elemento terzo di mediazione e distensione tra l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti ma doveva essere intesa come necessariamente legata, per le sue esigenze difensive, agli Stati Uniti d'America. Secondo questa visione, coerente a tutta l'azione politica compiuta da Saragat, la necessità di difendere le istituzioni e la libertà politica, dominava ogni altra esigenza e serviva da quadro di riferimento per le scelte strategicamente meno fondamentali. Formule, queste, destinate a diventare un patrimonio comune dei partiti minori e, dopo la fase critica del dibattito, destinate a diffondersi come un presupposto non discusso del sistema politico italiano. Assunto, infatti, come dato esterno non modificabile lo scenario della Guerra Fredda, le formule per la difesa del sistema politico italiano da ipotesi di trasformazioni analoghe a quelle in corso nell'Europa orientale su modello sovietico, divennero un criterio guida di spiccata evidenza.

L'opposizione dei comunisti e dei socialisti

Dissipate le incertezze e le esitazioni interne e raggiunta una larga maggioranza a favore dell'adesione al Patto Atlantico, questa fu chiamata a fronteggiare una dura battaglia delle forze di opposizione che vide i socialisti ed i comunisti schierati su posizioni convergenti ma non eguali.

I comunisti erano consapevoli di non essere in grado di riassumere a breve il potere in Italia, a meno del verificarsi di eventi destabilizzanti: eventi che l'Alleanza Atlantica intendeva prevenire. Essi perciò si prepararono a svolgere un'azione politica di lungo periodo che all'inizio si caratterizzò per la contrapposizione frontale nei confronti della Democrazia Cristiana. La scelta atlantica apparve loro come il suggello di un'azione calcolatamente voluta per emarginare il Partito Comunista, ponendolo in una condizione d'impotenza.

Tale considerazione spinse quasi fatalmente il Partito Comunista ad esaltare i suoi particolari vincoli di solidarietà internazionale con l'Unione Sovietica. La nascente Alleanza venne considerata come la organizzazione di tutte le forze ostili all'avanzata del socialismo, quale appariva allora inverato nell'esperienza sovietica e, pertanto, come ad una coalizione contro la quale si potesse soltanto avviare una completa e tenace lotta frontale.

Più difficile e complessa fu la posizione del Partito Socialista Italiano, nel quale la scissione del 1947 non chiarì completamente il dilemma tra una spinta verso l'unità di classe ed il relativo prevalere di alleanze parallele ed unità d'azione con il PCI e, d'altra parte, le esigenze che ricercavano una direzione ed una elaborazione politica più autonoma.

Sin dal periodo immediatamente successivo alla caduta del fascismo, il Partito Socialista rigettò la logica della subordinazione dell'Italia alle esigenze dettate dalla realtà internazionale. Da tale atteggiamento derivò implicitamente il rifiuto di vedere l'Italia subordinata a possibili contrapposizioni tra Stati che, qualora si fossero verificate, avrebbero precluso ogni possibilità di elaborazione di un autonoma politica estera di impronta socialista, per dare spazio invece alle linee d'azione dettate dalle alleanze internazionali cui le forze politiche italiane avrebbero fatto riferimento.

Tale concezione risultò per certi aspetti sostanzialmente parallela a quella minoritaria espressa nella Democrazia Cristiana, che intendeva allontanare il momento delle scelte internazionali per salvaguardare le ipotesi di alleanza interna. Inoltre, qualora le tesi della minoranza democristiana fossero divenute maggioritarie nel partito, inevitabilmente l'interlocutore esterno per la politica riformistica propugnata da tale ala della DC sarebbe stato il Partito Socialista.

Per il Partito Socialista, pertanto, la scelta degasperiana di adesione al Patto Atlantico veniva a precludere sia la possibilità immediata di una ripresa del contatto politico con la Democrazia Cristiana, sia la strategia generale della politica interna ed internazionale dei socialisti.

Nel momento storico in cui le forze politiche italiane si accingevano ad affrontare la logica del sistema internazionale - la maggioranza di esse partecipando ad un'alleanza che lo doveva stabilizzare, talune altre scegliendo di prepararsi ad un lungo periodo di opposizione - i socialisti sentirono invece il bisogno di salvaguardare l'individualità della loro posizione politica, affermando in modo risoluto la necessità di respingere il dettato imposto dalla Guerra Fredda ed identificandosi in una politica di neutralità.

Tale visione politica, inoltre, si combinava con le esigenze immediate del dibattito politico e con l'opportunità di mantenere stretti legami con il Partito Comunista, secondo una valutazione strategica del patto d'unità d'azione che legava le due forze politiche. Ciò generò una certa ambiguità di prese di posizione, dalle quali tuttavia emerse un impegno dei socialisti volto ad individuare una linea politica propria, centrata sul concetto di neutralità, sull'affermazione di una politica di distensione interna ed internazionale, sul rifiuto dell'ipotesi d'imminenti aggressioni, sull'impegno a combattere per la difesa del paese in caso di pericolo. In quest'ultimo aspetto, la differenziazione del Partito Socialista dalle posizioni del PC risultò con particolare evidenza allorquando l'on. Nenni dichiarò che "Chiunque fosse l'aggressore sarebbe il nemico del nostro popolo ".

La difesa della neutralità apparve, quindi, ai socialisti come l'unica soluzione perseguibile per difendere al contempo gli interessi nazionali e quelli del socialismo. Il rifiuto di piegarsi alla realtà di una situazione internazionale caratterizzò dunque la posizione del Partito Socialista ma ne costituì, altresì, la sua debolezza. Tale rifiuto, infatti, fu fondato sul presupposto che fosse possibile sottrarre l'Italia ai condizionamenti internazionali, proprio mentre tutte le forze politiche interne ed esterne al paese muovevano nella direzione opposta; ovvero, nel momento in cui si ravvisava la necessità di un chiarimento profondo delle rispettive posizioni e tutti i partiti politici nazionali, o quasi tutti, operavano tale chiarimento attraverso un interno travaglio e facevano del dato esterno un momento costruttivo delle rispettive posizioni politiche.

In tal senso la linea politica adottata dal Partito Socialista si rivelò improduttiva per l'avvenire prossimo. Essa, tuttavia, conservò dei caratteri che, anni dopo, in un quadro internazionale ed interno più evoluto, avrebbero favorito la ripresa di un dialogo più disteso con le forze politiche di centro.

Il valore della scelta compiuta

Dal confronto, a tratti teso e lacerante, tra tali divergenti posizioni, prevalse infine con vigore la tesi favorevole alla partecipazione dell'Italia all'Alleanza Atlantica. I suoi protagonisti ne ricevettero lo slancio e la sicurezza necessari per proseguire nella loro politica di stabilizzazione interna.

Attutitosi il clamore dello scontro parlamentare, le forze politiche poterono constatare come l'Alleanza rappresentasse e favorisse un progetto di stabilizzazione dello scenario internazionale, che avviava il superamento delle tensioni più di quanto non aprisse conflitti nuovi.

Tale stabilizzazione si riverberò sul piano interno, creando il terreno per il futuro incontro tra forze politiche che allora non avrebbero certo pensato alla possibilità di simili remoti sviluppi.

Il valore della scelta compiuta è oggi divenuto patrimonio comune anche di quelle forze politiche che, allora ostili all'adesione dell'Italia all'Alleanza Atlantica, hanno poi assunto responsabilità di governo sulla base di quei principi e di quelle regole democratiche che costituiscono il tessuto connettivo della comunità atlantica. Principi per la cui salvaguardia le libere nazioni dell'Occidente si riunirono a Washington il 4 aprile del 1949, per una scelta il cui valore va ascritto alla lungimiranza di coloro che l'operarono.