Lessons Learned from Afghanistan
Strategy in Today's Missions
I Concetti Strategici delle “Organizzazioni Collettive di Sicurezza” cui aderiamo sono particolarmente importanti per noi, data la caratteristica principale dell’approccio italiano in materia di difesa e sicurezza, perseguito fin dall’inizio dell’era repubblicana: infatti l’Italia ha sempre seguito una “Strategia Partecipativa”, all’interno del novero dei paesi occidentali, operando di rado isolatamente nella gestione delle crisi.
Anzitutto, dopo la Seconda Guerra mondiale, l’Italia, non appena fu ammessa all’ONU, iniziò a contribuire alle missioni internazionali dell’Organizzazione inviando piccoli gruppi di militari, nonché aerei da trasporto in zone di operazione, subendo anche dolorose perdite. Solo a partire da epoche più recenti un numero notevole di missioni reali, per le Forze Armate Italiane, è stato condotto anche al di fuori del quadro delle Nazioni Unite, che al massimo si sono limitate a “benedirle”.
Si iniziò, in effetti, con operazioni di coalizione, concordate volta per volta a livello governativo, già durante la Guerra Fredda, un primo segno che il mondo stesse cambiando; la prima ebbe luogo nel 1979, con il soccorso in mare ai profughi vietnamiti nel Golfo di Tailandia. A questa missione sono seguite, nel 1983-84, quelle in Libano e nel mar Rosso e da allora le missioni di coalizione non si sono contate più, salvo a diventare sempre più impegnative, dopo lo “scioglimento dei blocchi”. A questi impegni, infine, solo a partire dal 1993, si sono aggiunte le partecipazioni a missioni nell’ambito delle “Organizzazioni Collettive di Difesa e Sicurezza”, vale a dire la NATO, la UEO e poi l’UE/CSDP, che oggi costituiscono la grande maggioranza degli impegni reali delle nostre FFAA.
Va detto che le missioni ONU e quelle di coalizione non poggiavano su documenti di strategia consolidati e condivisi ufficialmente; dunque ciascun partecipante decideva in base ai propri interessi. In particolare le nostre partecipazioni erano decise sulla base della “Grande Strategia” perseguita dall’Italia fin dal 1948, i cui governi hanno sempre posto in primo piano la collaborazione con le altre nazioni occidentali, vuoi su base multilaterale, vuoi nell’ambito delle strutture multinazionali di appartenenza, appunto la NATO, l’UEO e poi la CSDP.
L’aver dato la preminenza alla collaborazione con il mondo occidentale, da parte nostra, si è spinto fino al punto di compiere azioni che erano contrarie ai nostri interessi permanenti, e quindi politicamente amare da digerire. Questo era in realtà necessario, in quanto il fine perseguito dal nostro paese è da sempre il buon funzionamento delle strutture di difesa e sicurezza collettiva, come mezzo per risolvere le nostre debolezze e contraddizioni interne, come nel caso dell’adesione all’Euro.
C’è sempre stato però anche un fine un po’ meno nobile: la partecipazione alle iniziative occidentali è stato anche un modo per devolvere stanziamenti limitati al nostro strumento militare, a favore dello sviluppo economico e sociale del paese: diceva, all’inizio del XX secolo, un grande della strategia, DAVELUY, che “in origine, le alleanze non avevano altro scopo che fare la guerra a buon mercato”[1], e i nostri governanti hanno seguito questo precetto alla lettera.
Non c’è da meravigliarsi, quindi, che governi profondamente diversi, come quelli presieduti dall’on. D’ALEMA e dall’on. BERLUSCONI abbiano accettato di partecipare ai bombardamenti della Serbia prima e della Libia poi, pur non avendo nessun interesse a farlo: se non avessimo fornito le basi aeree, le due operazioni non avrebbero potuto svolgersi con efficacia, danneggiando gravemente la reputazione della NATO, e questo era un pericolo maggiore del rischio di trovarsi in difficoltà, per non aver salvaguardato i nostri interessi permanenti.
Le strategie perseguite nelle missioni multinazionali sono state quindi quelle dettate dalle organizzazioni cui apparteniamo. Vale la pena di considerarle in dettaglio, partendo dalle “Grandi Strategie” che sono state oggetto di loro documenti ufficiali, accennando poi a quelli che possono essere considerati gli Interessi Permanenti dell’Occidente, solo in parte dichiarati in quei documenti e non sempre condivisi da tutti.
Infatti, senza questo tipo di premessa, si rischia di finire come quel miliardario americano, che diceva “a 91 anni, corro ancora dietro alle donne, ma non ricordo più perché lo faccio”.
La Grande Strategia della NATO
Nell’ultimo concetto strategico, promulgato a Lisbona nel novembre 2010, viene detto anzitutto che la missione della NATO è sempre quella di “garantire che l’Alleanza rimanga una comunità senza pari di libertà, di pace, di sicurezza e di valori condivisi”[2]. Il documento prosegue, alla pagina successiva, affermando che per svolger questa missione, sono previsti tre “Compiti essenziali” (Core Tasks), che vale la pena ricordare:
- “Difesa Collettiva: i membri della NATO si assisteranno sempre a vicenda contro attacchi, in accordo con l’Art. 5 del trattato di Washington. Questo impegno resta fisso e vincolante. La NATO (svolgerà) deterrenza e difesa contro ogni minaccia di aggressione, e contro minacce emergenti alla sicurezza, quando esse mettano in pericolo la sicurezza fondamentale di singoli alleati o l’Alleanza nella sua totalità;
- Gestione delle Crisi: la NATO possiede un insieme unico e robusto di capacità militari per gestire l’intero spettro delle crisi – prima, durante e dopo i conflitti. La NATO impiegherà attivamente un insieme appropriato di quegli strumenti politici e militari per aiutare la gestione delle crisi in corso di sviluppo che abbiano il potenziale di incidere sulla sicurezza dell’Alleanza, prima che si aggravino, diventando dei conflitti; per fermare conflitti in corso che incidano sulla sicurezza dell’Alleanza; e per aiutare a consolidare la stabilità in situazioni post-conflittuali dove ciò contribuisca alla sicurezza Euro-Atlantica;
- Sicurezza Cooperativa: L’Alleanza è influenzata da – e può influenzare – gli sviluppi politici e di sicurezza al di là delle sue frontiere. L’Alleanza si impegnerà attivamente per far crescere la sicurezza internazionale, attraverso partenariati con le nazioni principali e le altre organizzazioni internazionali; contribuendo attivamente al controllo degli armamenti, alla non-proliferazione e al disarmo; e tenendo la porta aperta all’adesione all’Alleanza a tutte le democrazie europee che soddisfino gli standard della NATO”[3].
Su questi tre compiti-chiave vi sono alcune considerazioni da fare. La prima è che lo scopo inespresso è il mantenimento della situazione di relativa prosperità che esiste nell’Occidente: non a caso il primo aspetto della sicurezza che sia stato oggetto di dibattito è stata proprio la “Sicurezza Energetica”, il cui impatto sulla qualità di vita delle nostre popolazioni è indubbio, specie per chi, come me, ha vissuto il primo choc petrolifero, negli anni 1970.
La seconda considerazione riguarda appunto il concetto di “Sicurezza”. Mentre quello di “Difesa” si presta a poche obiezioni, bisogna ammettere che la sicurezza è anzitutto una sensazione collettiva, e in quanto tale appartiene di diritto alla sfera politica, anche perché essa può a volte non trovare corrispondenza con la realtà. L’esempio classico ci è dato dall’ondata di panico che colpì gli Stati Uniti nel 1898, quando la scassata flottiglia di quattro incrociatori corazzati spagnoli lasciò le isole di Capo Verde, diretta verso Cuba. La paura fu tanta che il Congresso pretese che una parte significativa di quella che allora era la piccola squadra navale USA rimanesse a Norfolk, per parare eventuali rischi di bombardamento costiero.
L’altro problema del concetto di sicurezza è che esso tende ad essere “spiralizzante”: meglio si sta, più ci si preoccupa della propria sicurezza. Guardate cosa si intendeva con la parola “sicurezza” nei documenti strategici di alcuni decenni fa, e troverete degli spunti di riflessione interessanti!
Infine, come conseguenza di questa “spiralizzazione”, viene il “dilemma della sicurezza”, così ben spiegato dal Generale JEAN: “l’aumento della sicurezza di uno Stato, o di qualsiasi sua componente si traduce inevitabilmente in un aumento dell’insicurezza per gli altri”[4], e l’irritazione della Russia per i missili in Polonia ne è l’esempio più recente. In breve, la NATO, incaricandosi di garantire la sicurezza dell’Alleanza, è entrata in un campo minato, potendo trovarsi coinvolta in situazioni difficili da controllare, senza averne tutti gli strumenti.
Merita infatti notare come nei compiti si parli di “strumenti politici e militari”, e non più di “Approccio Omnicomprensivo”, segno che la NATO sembra essersi rassegnata a rinunciare al ruolo più ambizioso di ricostruzione, di fronte allo scarso entusiasmo dei 21 paesi membri sia della NATO sia dell’UE, che non vogliono fornire i relativi stanziamenti ad ambedue le organizzazioni.
Viene poi la gestione delle crisi, verso le quali la perdita di entusiasmo è facilmente rilevabile dai “distinguo” che sono stati inseriti nel testo appena letto. Questa mancanza di entusiasmo è ancora più esplicita nel prosieguo del Concetto, quando si dice che “la NATO si impegnerà, quando possibile e laddove necessario, nel prevenire le crisi, gestirle, stabilizzare situazioni post-conflittuali e appoggiare la ricostruzione”[5]. È un po’ come dire che la NATO svolgerà questa attività se proprio non ne potrà fare a meno: l’esperienza afgana non è estranea a un tale cambiamento di approccio.
Infine, va evidenziato che, nel Concetto, la NATO sembri cercare di ritagliarsi due aree di competenza specialistica, e precisamente la “Difesa Cibernetica” e la “Difesa Antimissile”, campi in cui l’Alleanza possiede un’indubbia competenza; ciò fa sorgere il sospetto che – almeno nelle speranze del Segretario Generale – queste aree di competenza possano assicurare alla NATO una certa rilevanza futura, nel caso peggiore di un allentamento irreversibile del legame transatlantico, anche se con un profilo più basso di quello attuale.
Ma ora è tempo di esaminare l’altro documento di riferimento, la Strategia Europea di Sicurezza del 2003, la cui validità è stata riconfermata nel 2008, e che rimane l’esempio più chiaro di efficacia su come si possa indicare una strada da seguire collettivamente.
La Strategia Europea di Sicurezza
L’UE si trova molto più a suo agio nel trattare i problemi di sicurezza, disponendo anche degli strumenti finanziari; questa esperienza nell’uso della leva economica si nota subito, all’inizio del suo documento del 2003, in cui anzitutto distingue tra le “Sfide”, che dipendono dal contesto storico in cui ci si trova, e possono essere risolte senza ricorso all’uso della forza, e le “Minacce”, frutto delle iniziative di chi ci vuole fare del male.
Dopo averle delineate, l’UE si fissa tre “Obiettivi Strategici” e precisamente:
- “Affrontare le Minacce: la prima linea di difesa sarà spesso oltremare. La prevenzione dei conflitti e la prevenzione delle minacce non può iniziare troppo presto. A differenza della minaccia durante la Guerra Fredda, massiccia e visibile, nessuna delle minacce attuali è puramente militare, e nessuna può essere affrontata con mezzi puramente militari. L’Unione Europea è particolarmente ben equipaggiata per rispondere a queste situazioni con molte sfaccettature.
- Costruire Sicurezza nel nostro Vicinato: persino in un’era di globalizzazione, la geografia è ancora importante. È nell’interesse europeo che i paesi alle nostre frontiere siano ben governati. I vicini impegnati in violenti conflitti, stati deboli nei quali prospera il crimine organizzato, società con disfunzioni o popolazioni che aumentano fuori controllo alle frontiere, tutto ciò pone problemi all’Europa. L’area del Mediterraneo, in generale, continua ad attraversare seri problemi di stagnazione economica, irrequietudine sociale e di conflitti irrisolti;
- Un Ordine Internazionale basato su di un Multilateralismo Efficace: in un mondo con minacce globali, mercati globali e media globali, la nostra sicurezza e prosperità dipendono sempre più da un sistema multilaterale efficace. Lo sviluppo di una società internazionale più forte, istituzioni internazionali ben funzionanti e un ordine internazionale basato sulla legalità è il nostro obiettivo”[6].
Si può notare, come prima cosa, il saggio gradualismo nell’affrontare i problemi che circondano l’Europa: partire dal vicinato è stata la mossa vincente dell’EU, anche se la tentazione di spingersi lontano si è affacciata più di una volta in sede di attuazione, come dimostrato dalle missioni a Sumatra, in Congo e nel Ciad.
Gli accenni sul fatto che la prima linea di difesa sia oltremare, insieme all’attenzione verso il Mediterraneo, sono sorprendenti in un’organizzazione che inizialmente aveva prestato attenzione solo allo strumento militare necessario per affrontare i problemi derivanti dalle instabilità esistenti nelle masse continentali, tanto da scoprire il mare solo recentemente, con la “Politica Marittima Integrata”, promulgata nel 2007. Dal dire al fare, infatti, spesso l’ostacolo principale è la mentalità!
In sintesi, il documento è forse il più valido mai promulgato da un’organizzazione di sicurezza collettiva, tanto che nel 2008, sotto la Presidenza francese, fu inizialmente deciso di riscriverlo, salvo poi a scoprire, leggendolo, che c’era poco o nulla da aggiungere, e ci si limitò a compilare un rapporto sul suo stato di attuazione, inserendovi vuoi un’ottima e dettagliata analisi della “Sicurezza Energetica”, con la proposta di diversificare le fonti di approvvigionamento, vuoi, purtroppo, una “perla”, quando si affermò che “la pirateria è una nuova forma di criminalità organizzata”[7], e vedremo tra poco perché.
Gli Interessi Permanenti
Voi sapete bene che l’espressione più frequente, per indicare interessi di particolare importanza, è quella di “Interessi Vitali” – che deriva peraltro dalla cattiva traduzione in Inglese del termine “Interessi Essenziali” usato nei documenti diplomatici della prima Convenzione dell’Aia per indicare una delle due sole cause legittime di guerra.
Bisogna riconoscere, però, che questi interessi sono mutevoli, per definizione, tanto che un profondo studioso affermò che “ciò che potrebbe essere vitale da difendere oggi potrebbe non essere vitale domani”[8]; questo impone molta prudenza nel difenderli, tanto che lo stesso studioso precisava che “molto pochi (di essi) possono richiedere la guerra”[9]. Invece, l’espressione “Interessi Permanenti” usata nel XIX secolo da Lord PALMERSTON, indica meglio cosa sia assolutamente necessario proteggere, fino al punto da non essere disposti a scendere a compromessi.
Giova ricordare che i vari paesi della NATO e della UE hanno spesso interessi permanenti che divergono tra loro: ad esempio, durante la preparazione dell’attuale Concetto Strategico NATO, le nazioni si divisero fin dall’inizio in tre gruppi. Il primo di questi, subito soprannominato degli “Articolisti” – dall’Art. 5 del Trattato di Washington – era composto dai paesi confinanti con la Russia, che continuavano a dare assoluta priorità alla difesa collettiva, come mezzo per bilanciare le pressioni cui temevano di essere soggetti da parte del potente vicino.
Il secondo gruppo, composto dalle nazioni del Nord Europa e di oltre Atlantico, non subendo minacce ai loro confini, propendeva invece per le spedizioni lontane in difesa dei loro interessi, e fu quindi soprannominato quello degli “Spedizionieri”. Il terzo, infine, che comprendeva l’Italia, era più flessibile, e vedeva in un mix dei due approcci la soluzione ideale, anche se questa era più costosa.
Ma esistono fortunatamente anche interessi comuni: tra questi, il più importante e mai citato è l’interesse occidentale a che la “Galassia Islamica” rimanga divisa, e non si coaguli in un unico centro di potere: 500 anni di lotte contro l’Impero Ottomano ci hanno insegnato questa necessità. Non a caso già nel 1908 re EDUARDO VII e lo zar NICOLA II convennero sull’importanza di una suddivisione di quell’Impero, tale da evitare il ripetersi di situazioni di grave pericolo per il nostro mondo. Il successivo accordo SYKES-PICOT del 1916, più noto, non era quindi altro che l’attuazione di quanto era stato deciso a suo tempo dai due sovrani.
Il secondo interesse permanente, peraltro almeno in parte ricordato dai due documenti, è la necessità di disporre agevolmente delle derrate alimentari e delle materie prime – incluse le fonti di energia – possibilmente a basso prezzo, essendo il benessere del mondo occidentale basato sulla disponibilità di queste materie prime, vuoi per la nostra sopravvivenza, vuoi per la loro trasformazione in prodotti finiti. Questa necessità, insieme al bisogno di commercializzare i nostri prodotti, ci porta direttamente all’importanza che il commercio internazionale riveste per noi.
Non ci vuole molto per capire come questi due “Interessi Permanenti” siano entrati – ed entrino ancora – nel calcolo strategico alla base delle operazioni collettive svolte in questi anni; essi sono spesso nascosti dal paravento delle “Missioni di Pace” e di “Interferenza Umanitaria”, peraltro motivate anche dall’indubbia esigenza di evitare aggravamenti delle tensioni internazionali, in conseguenza di massacri.
Vale però la pena di ricordare che la stessa natura di questi interessi ci impone (o quanto meno ci imporrebbe) di perseguire delle “Strategie dallo Scopo Limitato”, adottando quindi degli “Approcci” coerenti: non a caso, ogni volta in cui abbiamo dimenticato questa verità, e ci siamo lasciati trascinare nella spirale della violenza, scatenata dai nostri oppositori, abbiamo finito per cacciarci in situazioni senza uscita.
Gli Approcci seguiti
Il primo approccio seguito dall’Occidente, in questi decenni di operazioni reali, è stato quello della cosiddetta “Interdizione” marittima e aerea (quest’ultima spesso chiamata “Compellenza”). Sapete bene che l’ efficacia di un tale approccio è indubbia, anche se richiede tempo perché i suoi effetti si facciano sentire: tagliando le linee di comunicazione avversarie, si incide infatti sia sulla logistica del nemico, sia sulla sua capacità di usare le dimensioni operative marittima ed aerea. Prima in Bosnia e Kosovo, poi più di recente nel Mediterraneo – contro il terrorismo prima e con la Libia poi – gli effetti si sono sentiti, portando ad una graduale diminuzione dell’intensità dell’azione avversaria.
Naturalmente, l’Interdizione è un approccio da praticare quasi sempre in correlazione con altri, specie per ottenere lo sfruttamento del successo; in Bosnia e in Kosovo, ad esempio, le forze NATO sono intervenute quando le fazioni in lotta avevano esaurito gran parte delle loro energie, e sono riuscite a creare le condizioni per una efficace stabilizzazione, in un’area in cui prima l’unico rapporto tra le parti era lo scambio di cannonate e di colpi d’arma da fuoco.
Avrete notato che questo approccio è diventato di recente molto popolare a livello politico, dato che la decisa superiorità tecnologica occidentale in campo marittimo e aereo rende i rischi di perdite accettabili e limitati. La responsabilità di questo atteggiamento di rifiuto delle operazioni di stabilizzazione, però, è soprattutto legata a errori strategici di altro tipo. Dopo infatti una serie di operazioni di “Stabilizzazione” con i cosiddetti “Boots on the Ground”, iniziate quando esistevano le condizioni necessarie e conseguentemente coronate da successo, i paesi NATO si sono lasciati convincere che era possibile e conveniente invadere il sud dell’Afganistan, dove i Talebani erano stati lasciati prosperare per ben tre anni, senza alcuna azione preliminare di “ammorbidimento”.
Per l’Afganistan, è nota l’esperienza britannica del secolo XIX: diceva CALLWELL nel 1896 che “nell’ultima guerra afgana (1879-80), Kabul fu occupata all’inizio della campagna, dopo la disfatta delle truppe di YAKOUB KHAN. Ma la sua cattura non portò per niente la caduta degli Afgani come forza combattente; al contrario si dimostrò essere solo l’inizio della campagna. Il paese era in uno stato di anarchia soppressa, le tribù riconoscevano a stento l’Emiro come loro re e quando Kabul cadde, e il governo in quanto tale cessò di esistere, il popolo se ne disinteressò; ma essa risentì fortemente l’insulto alla loro nazione e alla loro fede, che la presenza delle truppe britanniche nel cuore del paese rappresentava”[10].
Ora, tentare di strappare ai Talebani il controllo del sud del paese – e di conseguenza far fallire il loro progetto di costituire un centro di potere transfrontaliero dei Pashtuni - comportava una lotta contro una gran parte della popolazione, che si è schierata più o meno apertamente a favore dei Talebani, malgrado le atrocità che questi avevano commesso in precedenza: questo era prevedibile, e così è stato. Si trattava, di fatto, di un tentativo di “Peace Enforcing” da parte nostra, con tutti gli inconvenienti che ciò comporta.
In una lotta contro una gran parte della popolazione, vi sono infatti due problemi insolubili: anzitutto i numeri non bastano mai, e le difficoltà logistiche di tenere grossi contingenti in territori lontani come l’Afganistan sono enormi, con la conseguenza di non poter mai ottenere una superiorità numerica schiacciante, come dimostrato fin dalla campagna di NAPOLEONE in Spagna, specie quando l’opposizione disponga di armamenti efficaci.
Inoltre, combattere con forze terrestri contro altre forze analoghe significa non sfruttare appieno il fattore di vantaggio principale dell’Occidente – la tecnologia – esponendosi alle imboscate e subendo perdite che, pur essendo relativamente contenute, sono sempre dolorose, specie se confrontate alla inevitabile carenza di risultati degni di cronaca, in questo tipo di operazioni che è stato ben definito “una guerra protratta, senza gloria e invertebrata”[11].
Da questa esperienza, i politici occidentali hanno ricavato una riluttanza generalizzata nei confronti delle operazioni di “Stabilizzazione”, dimenticando che l’impresa afgana è stata appunto un susseguirsi di errori strategici, che neanche la dedizione e l’abilità di alcuni contingenti, come il nostro, potevano compensare.
Poiché agli errori seguono altri errori, quando fu deciso di “Contenere” la pirateria nel Corno d’Africa, sia pure con ben tre anni di ritardo rispetto al picco di catture di mercantili nell’Oceano Indiano, ci si accorse che per fare questo servivano i numeri, l’unico fattore che consente di annichilire il nemico. Infatti, già quando si era passati dal blocco del Canale di Otranto, durante la crisi della ex Jugoslavia, all’intero Mediterraneo in funzione anti-terrorismo, si era notata la difficoltà nel radunare i numeri adeguati.
Più di recente, per le esigenze dell’operazione in Libia, è stato necessario ritirare le forze impegnate nel contenere la pirateria del Corno d’Africa, commettendo lo stesso errore compiuto in Afganistan: se si abbandona un’area si perde il controllo su di essa, con risultati disastrosi, e questo è vero per mare come su terra!
Ma i numeri non sono l’unico problema della scarsa efficacia del tentativo di “Contenimento” della pirateria, malgrado questa sia una forma di “guerra per procura” intesa a impoverire l’Occidente: anzitutto, vi è la riluttanza, da parte dei governi, a proteggere direttamente il traffico mercantile, basato com’è sulle “Bandiere-Ombra”. Questa non è una novità, visto che, già durante la guerra tra Iran e Iraq gli armatori americani erano stati costretti dal loro governo a trasferire le loro navi sotto bandiera USA.
In effetti, questo scarso impegno contro la pirateria, che si manifesta vuoi nella mancata attuazione di una parte significativa delle risoluzioni ONU, specie laddove autorizzano attacchi contro i covi dei pirati, vuoi con una serie di provvedimenti restrittivi, presi da alcuni paesi nei confronti degli armatori, è anche il primo segno di una crescente insoddisfazione dei nostri governi nei confronti della “Globalizzazione”.
Se si pensa che la Grecia ha entrate ridotte, ed è sull’orlo del fallimento, mentre gli armatori greci posseggono la più grossa flotta mercantile al mondo, di cui solo il 25% batte bandiera nazionale, appare giustificata la scarsa voglia di proteggere chi non paga né le tasse sui profitti né i contributi sociali per gli equipaggi: si dice che nella globalizzazione c’è chi vince e c’è chi perde, ma i governi non possono permettersi di essere tra questi ultimi!
Considerazioni
Da questa breve disanima degli approcci seguiti finora nelle operazioni militari, si può anzitutto notare la scarsa attenzione dei nostri governi, che continuano a ricorrere agli stessi tipi di intervento, senza considerarne le implicazioni di fattibilità al variare delle situazioni: una cosa è praticare l’interdizione nel Canale d’Otranto e un’altra lo è nell’intero oceano Indiano, e lo stesso dicasi per la stabilizzazione, praticata in Afganistan come se l’area da controllare e le condizioni generali fossero le stesse del Kosovo.
Quando le forze non sono sufficienti, è meglio lasciare che la situazione evolva naturalmente: in tal caso, o si raggiunge un punto di equilibrio, oppure l’intervento avverrà in condizioni migliori.
L’altra considerazione è la difficoltà che abbiamo a reagire in modo mirato, di fronte a una serie di atti che mirano tutti a indebolire l’Occidente – inclusa la “Guerra Cibernetica”. Anziché colpire chi ci vuole male nel suo punto debole, affidiamo ai militari sempre gli stessi tipi di missione, che vanno dal contenimento all’interdizione, dalla stabilizzazione all’intervento umanitario. In pratica, cerchiamo di attenuare l’impatto di situazioni, senza far desistere l’avversario – specie se non vogliamo denunciarlo apertamente. Questo è tipico della nostra situazione di potenza militare sempre minore, ma ci porta a dimenticare che possediamo numerose leve di pressione non militari che potremmo usare, ma lasciamo nel cassetto.
L’altro motivo della nostra scarsa incisività è il disaccordo, il più delle volte velato, tra i paesi occidentali, su questioni ritenute da alcuni insostenibili, mentre gli altri le considerano sopportabili: questo è un fenomeno frequente nelle gestioni delle crisi, tanto che nella NATO viene detto che il modo migliore per misurare l’approvazione dei paesi a una missione è vedere quante forze sono messe in campo al momento della “Force Generation”.
Chi ci avversa però non è per niente compatto, e può essere facilmente condizionato da situazioni che lo mettano in difficoltà. Purtroppo, su questo, non vi è sufficiente accordo, all’interno del mondo occidentale: se qualcuno inizia una strategia di questo genere – come per esempio nei confronti dell’Iran – si trovano subito altri paesi occidentali pronti a sfruttare questa situazione per fare affari, vanificando qualsiasi speranza di risultato.
Infine persiste l’illusione di poter andare d’accordo con tutti: questa è un’impresa impossibile per l’Occidente, dato che la nostra stessa esistenza e prosperità viene vista con sospetto, e mentre alcuni ce l’hanno a morte con noi, una percentuale sempre più vasta del mondo non vuole essere condizionata da noi: lo stesso Brasile ha giustificato il suo potenziamento militare con la necessità di tutelare la propria indipendenza dalle interferenze esterne, vale a dire quelle occidentali!
Ci aspetta quindi un susseguirsi di problemi, in un mondo nel quale, tra l’altro, le potenze emergenti sono anche impegnate sempre più in una competizione tra loro per ottenere un’influenza preponderante nelle aree geopolitiche di gravitazione, come nel caso della Cina e dell’India, ma anche nel continente sudamericano. Per poter svolgere il classico compito di “Power Broker” bisogna disporre di una “forza rispettabile” – come diceva JOMINI[12], e noi dobbiamo preservarla, pena il dover subire situazioni sempre più svantaggiose per noi.
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