Italia e Siria: potenzialità e contraddizioni

Emiliano Stornelli
Direttore, Programmi Mediterraneo e Medio Oriente, Comitato Atlantico Italiano

17 ottobre 2015

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L'Unione Europea non è stata in grado di delineare un approccio coerente nei confronti dei recenti sviluppi in Siria. Ciò è dovuto principalmente alla mancanza di una visione condivisa all’interno del cosiddetto gruppo UE-3 (Francia, Germania e Regno Unito) su questioni rilevanti come l'intervento militare russo, la partecipazione del Presidente siriano Bashar al-Assad alla transizione politica e la creazione di una no-fly zone nel nord della Siria su richiesta turca. La trojka ha così mancato di fornire all'Alto Rappresentante Federica Mogherini la spinta necessaria per delineare almeno una parvenza di una politica estera e di sicurezza comune sulla Siria.

Alla luce dell’incapacità della trojka di avere un impatto positivo in Siria, l'Italia ha davanti a sé ampi spazi per svolgere un ruolo di primo piano nella crisi, con l’obiettivo di favorire una soluzione politica e la stabilizzazione del paese. Tuttavia, lo smarrimento della sua cultura di politica estera e la mancanza di una visione strategica fanno sì che l’Italia continui a non esprimere al meglio le sue grandi potenzialità come principale punto di riferimento per la risoluzione dei conflitti nel Mediterraneo e in Medio Oriente.


L’APPROCCIO INTERMEDIO: VINCENTE MA A PAROLE

Dopo l'intervento militare russo, che ha segnato un punto di svolta nella crisi, è oggi quanto mai essenziale che in Siria si realizzi una diplomazia capace di coalizzare le parti in causa attorno alla lotta contro ISIS e agli altri gruppi terroristici, aprendo contemporaneamente la strada a un accordo sui tempi e le modalità della transizione politica.

Sulla base dei suoi buoni rapporti con i paesi della regione e della sua tradizionale abilità di mediazione, l'Italia è in una posizione privilegiata per facilitare la convergenza dei diversi orientamenti e interessi lungo i due binari del conflitto in corso, paralleli ma interdipendenti: il binario politico e quello di sicurezza.

L'Italia ha promosso l’approccio intermedio attualmente richiesto in Siria sin dall'inizio della crisi. Nel febbraio 2011, l’allora Ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, si è recato a Damasco per incontrare Assad e il suo omologo siriano Walid al-Muallem. Frattini non ha negato l'esistenza in Siria dello stesso genere di malcontento che era già emerso in Egitto, Tunisia e Libia durante la Primavera Araba, ma ha anche ribadito l’importanza di mantenere la Siria “stabile e immune da interferenze esterne”, mentre si “accompagna il Paese nel processo di apertura democratica”.

In continuità con Frattini, il Ministro degli Affari Esteri in carica, Paolo Gentiloni, ha spiegato che “l’Italia è sempre stata scettica sull’estromissione di Assad, nella consapevolezza del rischio di creare un vuoto che sarebbe stato sfruttato dai terroristi”. Di fronte alla Camera dei Deputati, Gentiloni ha osservato che “una transizione politica è necessaria per ottenere il superamento dell'attuale regime e della leadership di Assad”. Tuttavia, la transizione non deve “creare i vuoti di potere e istituzionali che hanno generato ulteriori tragedie in altri contesti”.

Il monito di Gentiloni prende le mosse dall’esperienza negativa in Libia dopo la caduta di Muhammar Gheddafi, un monito recentemente ribadito dal Primo Ministro, Matteo Renzi.

Il governo italiano ha poi identificato il punto intermedio dove le posizioni contrapposte sul futuro del Presidente siriano riuscirebbero a incontrarsi. La formula utilizzata da Gentiloni – “una transizione politica a conclusione della quale Bashar al-Assad uscirà di scena” – propone difatti un termine realistico di medio periodo che gli attori coinvolti nella crisi stanno gradualmente accettando quale “unica strada per porre fine alla crisi siriana”.

La formula italiana ha trovato il supporto di Stati Uniti, Regno Unito e Germania. Segnali di apertura sono giunti dalla Turchia, mentre la disponibilità della Russia a raggiungere una soluzione di compromesso può favorire un avvicinamento tra Iran e Arabia Saudita sulla longevità al potere di Assad. A richiedere l’immediata uscita di scena del Presidente siriano resta la Francia.

Guardando al rilancio dei colloqui di pace in Siria, l'Italia ha dunque tutte le carte in regola per prendere le redini di un’iniziativa diplomatica volta a raggiungere una soluzione politica condivisa per dare inizio alla transizione. Tuttavia, il governo italiano non sembra incline a cogliere l'opportunità di affermare né la sua prospettiva lungimirante, né la funzione positiva e costruttiva che ne deriverebbe.

Lasciare il campo completamente libero ad altri paesi sulla futura evoluzione della situazione in Siria rischia di costituire per l’Italia un viatico per la marginalizzazione al tavolo delle trattative. Renzi ha stigmatizzato gli attacchi aerei francesi che hanno colpito un campo di addestramento di ISIS in Siria. Ma Parigi, così facendo, si è assicurata una crescente influenza sul corso degli eventi siriani, malgrado le ambizioni che ne ispirano l’operato si siano già rivelate nella recente vicenda libica.

Sottolineare ripetutamente che la Libia costituisce la massima priorità per l'Italia nel Mediterraneo, non basta a spiegare il motivo per cui il governo ha deciso di non essere in prima linea in Siria. Se la Libia è alle porte, la Siria non è molto più lontana. Inoltre, le due crisi sono interconnesse dal punto di vista geopolitico e di sicurezza, quindi gli sviluppi nella lotta contro ISIS in Siria, così come in Iraq, si ripercuotono sulla stabilizzazione della Libia.

Nel dosare il suo impegno in Siria, il governo italiano dovrebbe anche prendere in considerazione i limiti oggettivi degli sforzi compiuti sinora in Libia. L'opera di mediazione nel processo politico libico continua ad essere condotta da paesi diversi dall'Italia, come dimostra la nomina di un tedesco, Martin Kobler, a nuovo Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite. La Germania non è neppure un paese mediterraneo e, insieme alla Francia, si è opposta al lancio in Libia di una missione di stabilizzazione e ricostruzione che sarebbe stata fondamentale per sostenere il paese all'inizio dell'era post-Gheddafi.

Pertanto, la nazionalità del Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per la Siria, Staffan De Mistura, rende in questa fase un ruolo di guida italiano nella crisi siriana ancora più naturale e scontato.

Un coinvolgimento di secondo piano in Siria non si addice all'Italia anche in considerazione delle sue relazioni strategiche con il vicino Libano. I generali italiani si succedono da anni al comando della missione UNIFIL a sud, dove sono dispiegati oltre un migliaio di soldati italiani, e l’Italia è il primo partner commerciale libanese.


LA NECESSITÀ DI UNO STIMOLO ESTERNO

I governi italiani tendono a non assumere un atteggiamento proattivo in politica estera neppure quando le circostanze lo consentirebbero, a meno che una spinta all’azione non intervenga dall'esterno: da NATO, UE, ONU o da un paese alleato, in particolare gli Stati Uniti. L'attuale esecutivo non è ancora un'eccezione.

Tra i principali paesi impegnati in Iraq nella coalizione contro ISIS a guida statunitense, l'Italia è l'unico a non condurre attacchi aerei. L’Italia ha fornito velivoli da ricognizione e rifornimento, armi leggere ai Peshmerga curdi e addestratori per l'esercito iracheno, ma gli aerei da guerra italiani non possono colpire direttamente ISIS.

In questi giorni, a seguito di una richiesta che sembra sia giunta dal Presidente Barack Obama, Renzi starebbe valutando la possibilità di autorizzare attacchi aerei. In tal modo, il rafforzamento del contributo militare italiano alla coalizione anti-ISIS non sarebbe il frutto di una scelta politica deliberata, bensì una mera risposta dovuta da parte del governo a uno stimolo esterno.

In cambio, l'Italia otterrebbe il sostegno degli Stati Uniti a un suo ruolo di primo piano in una missione internazionale di “peace enforcing” in Libia. L'inizio della missione, tuttavia, resta incerto data la volatilità della situazione politica e di sicurezza nel paese, mentre le esitazioni mostrate nel caso iracheno gettano ombre di dubbio sullo stesso livello di ambizione dell’Italia in Libia. Inoltre, non ci sono indicazioni che gli eventuali raid aerei contro ISIS in Iraq saranno parte di una più ampia strategia volta a rafforzare la posizione italiana in Siria.

D’altro canto, la complessità e l’evolversi delle dinamiche della crisi siriana continuano a richiedere che l’Italia sia in prima linea nel processo di risoluzione del conflitto. Il crescente coinvolgimento russo ha aperto nuove strade diplomatiche e il compito di percorrerle spetta ora al governo italiano.


IL PONTE IDEALE TRA GLI STATI UNITI E LA RUSSIA

L'Italia è storicamente terreno d’incontro tra Stati Uniti e Russia. Dopo la Guerra Fredda, l’istituzione del Consiglio NATO-Russia nel 2002 è avvenuta su iniziativa diplomatica italiana. Oggi, in Siria, l'Italia può rilanciare il proprio ruolo di ponte tra le due grandi potenze.

Come hanno dimostrato i primi attacchi aerei russi, l'intesa raggiunta da Barack Obama e Vladimir Putin in occasione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite è ancora fragile e ha bisogna di essere consolidata. Il governo italiano potrebbe contribuire a far sì che tale intesa evolva al più presto in un’autentica cooperazione, sulla base di una visione strategica condivisa su come condurre la lotta contro ISIS e dare origine a una nuova fase politica.

Dalla Siria, la mediazione italiana tra Stati Uniti e Russia può estendersi all’Iraq. Mosca ha recentemente stabilito una task force anti-ISIS a Baghdad insieme al governo locale e ai governi di Siria e Iran. La task force potrebbe servire anche a gettare i presupposti per attacchi aerei russi in Iraq, come richiesto dal Primo Ministro Haider al-Abadi e da altri funzionari iracheni.

Tuttavia, i tentativi da parte di alcune forze nella regione di fare della task force a guida russa una coalizione alternativa (denominata “4+1”) da contrappore a quella capeggiata dagli Stati Uniti, rischia di minare la convergenza strategica tra Mosca e Washington in Siria, Iraq, e nel resto del Medio Oriente.

Pertanto, l'Italia dovrebbe assicurarsi che la Russia, come gli altri paesi e attori coinvolti nella task force, non resti intrappolata in schemi ideologici e conflittuali. Costruire muri per impedire l’incontro tra le fazioni belligeranti e far sopravvivere l’insostenibile status quo in Siria, non farebbe altro che incoraggiare un’ulteriore escalation confessionale del conflitto a beneficio di ISIS e di quei gruppi che sono interessati ad alimentare le ostilità.

In realtà, il ministero degli Esteri russo ha affermato che Mosca potrebbe unirsi alla coalizione statunitense “se una serie di condizioni verranno soddisfatte”. A prescindere se Stati Uniti e Russia riusciranno a formare ufficialmente un fronte unico contro ISIS, è fondamentale che le due grandi potenze cooperino efficacemente secondo una strategia comune anche in Iraq.

A tal fine, l'Italia può essere il ponte ideale tra la coalizione statunitense e la task force russa, sia nelle operazioni che a livello politico, soprattutto se l'impegno militare italiano in Iraq verrà rafforzato.

PROSPETTIVE PER L'IMPEGNO ITALIANO IN SIRIA

Il fatto che la Libia sia di diritto in cima alle priorità del governo italiano, non deve andare a discapito del suo impegno in Siria. L'Italia ha le capacità e gli strumenti per svolgere un ruolo determinante in entrambe le crisi. La sua unica sensibilità per i temi del Mediterraneo e del Medio Oriente, insieme al patrimonio di relazioni regionali, possono essere il presupposto di quella diplomazia intelligente ed efficace che in Siria è sinora mancata, soprattutto da parte occidentale.

Oggi, il Paese non è all'altezza delle sue grandi potenzialità, al punto che non sembra neppure più in grado di sostenere la sua tradizionale “politica della sedia” se non con molta fatica.

Per realizzare finalmente un salto di qualità nella politica estera e di sicurezza italiana, l’attitudine ad adagiarsi in funzioni di complemento in politica internazionale, pienamente interiorizzata dopo la seconda guerra mondiale, deve essere superata, sebbene l’attuale esecutivo non sembri ancora pronto a portare a compimento una tale trasformazione.

Pertanto, affinché il governo decida di rafforzare il proprio impegno in Siria resta necessario uno stimolo esterno. Stimolo che può anche giungere dai principali paesi partner dell’Italia nel mondo arabo, come Emirati Arabi Uniti, Giordania ed Egitto.