L’ora del “reset” tra Arabia Saudita e Iran

Emiliano Stornelli
Direttore, Programmi Mediterraneo e Medio Oriente, Comitato Atlantico Italiano

31 agosto 2016

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L’antagonismo politico-religioso tra sunniti e sciiti continua a rivestire un ruolo centrale nelle vicende dell’area mediterranea e mediorientale. Sullo sfondo dei conflitti in Siria, Iraq e Yemen, delle costanti tensioni in Libano, Bahrein e nel Golfo, e dell’ondata di terrorismo che ha investito anche l’Europa, la contrapposizione tra Arabia Saudita e Iran non accenna a diminuire e rappresenta sempre più una questione di carattere internazionale.

Le forti divergenze degli ultimi tre decenni non sono mai sfociate sinora in crisi senza ritorno, con l’alternarsi di periodi di acceso scontro e di tentativi di distensione. Tuttavia, lo scenario odierno risulta più critico di quelli precedenti, con l’entrata in scena di Daesh e il riemergere di linee di frattura settarie ed etniche che stanno scuotendo l’integrità dell’ordine regionale, a un secolo di distanza dalla sua formazione con gli accordi Sykes-Picot.

Un riavvicinamento tra Riyadh e Teheran è indispensabile per la stabilizzazione dell’area. Pertanto, una mediazione più efficace della diplomazia e delle principali potenze internazionali, in primo luogo Stati Uniti e Russia, potrebbe e dovrebbe promuovere iniziative specifiche che impegnino Arabia Saudita e Iran in sforzi congiunti contro Daesh e nella risoluzione dei conflitti pendenti.

Al contempo, per rilanciare a livello strategico le prospettive di sicurezza cooperativa tra Arabia Saudita e Iran, è necessario affrontare anche la dimensione politico-religiosa della crisi.

Un processo di autentico dialogo intra-musulmano che abbia come protagoniste le più alte autorità religiose e di governo consentirebbe l’appianamento delle cause storiche, ideologiche e geopolitiche che ancora alimentano la conflittualità, per far spazio alla riconciliazione attraverso la riscoperta e la valorizzazione delle radici e delle fondamenta comuni. Le premesse del dialogo esistono già e sono riconducibili al summit convocato alla Mecca dallo scomparso re saudita Abdullah nel giugno 2008, che ha visto la partecipazione di rappresentanti iraniani.

Nel ridare attualità a questo processo, la Turchia potrebbe svolgere un ruolo determinante. Malgrado i contrasti emersi in Siria e Iraq, Ankara ha mantenuto vivo il rapporto con Teheran riportandolo recentemente in auge sul versante diplomatico, mentre gli sviluppi successivi alla Primavera araba hanno condotto al rafforzamento della partnership con Riyadh. Ankara si trova dunque nella posizione ideale per incoraggiare un reset nelle relazioni tra Arabia Saudita e Iran, e a tal fine avrebbe a disposizione un prezioso strumento: il dialogo interreligioso.

La presidenza turca dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, inaugurata a Istanbul nel mese di aprile, potrebbe infatti rivolgere il suo operato alla creazione di nuovi presupposti per una coesistenza pacifica tra sunniti e sciiti, favorendo così l’incontro tra Riyadh e Teheran, con un impatto positivo sulle varie crisi regionali.

L’affermazione di un nuovo ecumenismo tra le due principali anime dell’Islam costituirebbe un potente antidoto contro fanatismo, rivalità confessionali, discriminazioni e violenza, e a beneficiarne sarebbe anche il futuro delle comunità cristiane e di tutte le minoranze etniche e religiose del Medio Oriente.