di Dr. Enrico COLAROSSI, Commissione Contrasto al terrorismo. Il 2023 ha ricordato il cinquantesimo anniversario della guerra dello Yom Kippur combattuta nel 1973 tra un esercito arabo, nelle cui fila vi erano truppe egiziane e siriane, contro le truppe israeliane. In quella guerra, conosciuta anche come la guerra del Ramadan, almeno nelle fasi iniziali, l’apparato governativo e difensivo di Tel Aviv fu messo a dura prova così come accaduto nelle prime ore del 7 ottobre del 2023 che Israele ha vissuto impotente.
Il movimento palestinese di Hamas ha lanciato l’operazione tufan al-Aqsa, che potrebbe essere tradotto come “il diluvio di al-Aqsa” paragonando le azioni delle milizie armate ad una violenta inondazione capace di colpire e distruggere Israele.
Questo attacco ha innescato un’ondata di violenza jihadista che ha colpito la Francia prima e Bruxelles dopo, dove due mujahid solitari hanno ucciso inermi kuffar la cui colpa, unica e sola, è quella di essere considerati, da una narrativa jihadista sempre più forte e dilagante, obiettivi da annientare.
La minaccia jihadista è certamente attuale, non ha mai smesso di essere tale. Probabilmente, la sua percezione, almeno da parte della pubblica opinione è iniziata ad aumentare dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 dove l’azione di mujaheddin di al-Qa’ida ha colpito non solo gli Stati Uniti d’America, ma tutto l’Occidente.
Così, nel frattempo la minaccia jihadista ha subito, sempre più velocemente, una sorta di processo di transizione dando vita a nuove dinamiche, organizzazioni e manifestazioni violente.
Appare estremamente logico che per poter contrastare una determinata minaccia, è doveroso ed essenziale comprende le sue origini e interpretare le sue evoluzioni.
Ed è proprio dall’analisi di quel filo evolutivo ideologico si può giungere all’individuazione di quel elemento collante tra le diverse organizzazioni jihadiste che oggi, a livello regionale o nazionale, rappresentano una minaccia alla sicurezza delle popolazioni.
Comprendere tali dinamiche, quindi, potrebbe certamente fornire validi strumenti atti, non solo a prevenire una minaccia che concretamente si manifesta, ma individuare l’origine della stessa già nelle fasi di adescamento e radicalizzazione di aspiranti combattenti jihadisti.
L’analisi dei programmi ideologici delle organizzazioni oggi maggiormente attive nella galassia jihadista, come al-Qa’ida, al-Dawla al-Islamiyya, Hamas o dall’onnipresente organizzazione ispiratrice dei Fratelli Musulmani, concretamente consente, di individuare quel medesimo filo evolutivo ideologico.
Le manifestazioni, ideologiche ed operative del jihad contemporaneo, molto probabilmente prendono vita dagli insegnamenti di uno dei personaggi più influenti e importanti nel panorama jihadista, l’attivista palestinese Abd Allah Yusuf al-‘Azzam.
Dalla forte e sincera sintonia tra al-‘Azzam e Osama bin Laden, almeno nelle fasi inziali della loro conoscenza, si cristallizzerà con la nascita di un’alleanza altrettanto forte e che si dimostrerà essenziale per la vittoria dei mujaheddin afghani contro le truppe russe che nel frattempo avevano invaso l’Afghanistan.
La nascita e l’evoluzione del jihad antisovietico si tramuterà con la comparsa del movimento dei Talebani nelle cui fila ha combattuto un altro personaggio, dalla caratura estremamente importante che attraverso le sue azioni renderà quel filo evolutivo ideologico sempre più attrattivo nella galassia jihadista.
Si fa chiaramente riferimento al jihadista giordano Abu Mussab al-Zarqawi, così, spinto dal desiderio di scacciare dal sacro suolo musulmano, la dar al-Islam, i miscredenti e combattere i governi musulmani corrotti continuerà a combattere il jihad in Iraq.
Qui fonderà l’organizzazione salafita Jamā’at al-Tawhīd wa al-Jihād, responsabile di cruente azioni terroristiche e, secondo fonti di intelligence, è al-Zarqawi il boia che decapitò il cittadino statunitense Nicholas Berg nel maggio del 2004. Secondo altre, il jihadista giordano sarebbe il mandante dell’operazione di martirio che il 12 novembre del 2003 ha colpito la base italiana Maestrale, nel distretto di Nassiriya, dove operavano militari nell’ambito della missione Antica Babilonia.
Il jihad combattuto da al-Zarqawi attira l’attenzione di Osama bin Laden, tant’è, il 28 dicembre del 2004 il mujahid giordano viene nominato Emiro di al-Qa’ida in Iraq, ovvero, il Comandante delle milizie qaediste. Più precisamente, al-Zarqawi aveva già giurato fedeltà a bin Laden il precedente 21 ottobre.
Ma il legame tra bin Laden e al-Zarqawi subisce un profondo deterioramento a causa di divergenze soprattutto sul piano ideologico, poiché, il saudita era fortemente intenzionato a combattere il jihad al di fuori dei confini della dar al-Islam. Osama bin Laden voleva colpire l’Occidente, voleva compiere azioni jihadiste nella dar al-Harb e colpire le popolazioni kuffar nelle loro corrotte e decadenti nazioni.
Ma, come già accennato, secondo al-Zarqawi il jihad andava combattuto nei Paesi musulmani per liberarli dall’inadeguatezza di quei governanti corrotti che, permettendo la violazione dei sacri terreni dell’Islam, non hanno protetto e offeso la religione di Allah.
Abu Mussab al-Zarqawi fuoriesce dal network qaedista e continua a combattere il suo jihad fino al 7 giugno del 2006, data in cui verrà ucciso da un raid aereo coordinato dagli USA.
Anche qui, la morte del jihadista giordano non provoca la rottura di quel filo evolutivo ideologico che, per mano dell’iracheno Ibrahim ‘Awed Ibrahim ‘Ali al-Badri al-Samarra’i, intesserà le trame di un nuovo progetto jihadista.
Questa “nuova” figura irachena, infatti, riprenderà il programma ideologico ed operativo di al-Zarqawi e il 29 giugno del 2014 si [auto]-proclamerà Califfo dello Stato Islamico; così, il “Principe dei Fedeli” il successivo 4 luglio dal pulpito della moschea al-Nuri di Mosul inciterà la ‘umma di al-Dawla al-Islamiyya ad allargare sempre più i confini del [ri]-nato Califfato.
In breve tempo l’organizzazione jihadista dimostrerà tutta la sua efficacia conquistando intere regioni dell’Iraq e della Siria, aree che diventeranno le wilayat (province, ndr) dello Stato Islamico, governate da apparti amministrativi, giudiziari e sociale.
Un impressionante numero di giovani, uomini e donne, decideranno di intraprendere la hijra (emigrazione, ndr) per raggiungere i territori del Califfato spinti dal desiderio di vivere secondo la sharia.
Molti di questi giovani hanno deciso di raggiungere il Califfato per poter combattere nelle milizie jihadiste e contribuire al completamento del progetto califfale, così, dopo un breve indottrinamento religioso e un più attento e duraturo addestramento militare, gli aspiranti mujaheddin sono stati impiegati sul campo di battaglia. Fonte di preoccupazione, quindi, è rappresentata anche da quell’importante numero di foreign terrorist fighter che, acquisito un importante back ground operativo possono e, in taluni casi hanno fatto rientro nei Paesi di origine e qui, magari, pianificare e condurre azioni criminali.
Parallelamente, va aggiunto che diversi aspiranti mujahid non sono riusciti a raggiungere i territori dello Stato Islamico ma, evidentemente, il desiderio di combattere il jihad sempre molto forte li ha spinti a rispondere all’appello del primo portavoce del Califfato, . Questi, infatti, tramite la rivista ufficiale Dabiq sensibilizzò, chiunque e in qualsiasi modo, a colpire la popolazione dei kuffar.
Così, al-Adnani sottolineò l’importanza di conquistare Roma precisando che «[…] nella lingua del Profeta Muhammad […] indicando la capitale italiana […] si fa riferimento ai cristiani in Europa e alle loro colonie nello Shams (Paesi dell’Oriente, ndr)[…]». Altrettanto interessante ai fini della propaganda jihadista, la successiva dichiarazione che al-Adnani propone sottolineando, in questo caso, che il progetto di combattere e sconfiggere la cristianità sarebbe stato, invero, un progetto a lungo termine, tant’è, dichiarerà che «[…] Se non saremo noi a farlo, ci riusciranno i nostri figli o i nostri nipoti, vendendo sui mercati degli schiavi i figli di Roma […]».
L’Occidente, secondo il progetto jihadista dello Stato Islamico, va colpito e questo è un appello al quale ogni credente deve rispettare, ovvero, «[…] Ogni musulmano deve uscire dalla propria casa, trovare un crociato e ucciderlo […]». Sempre al-Adnani diviene ancor più pragmatico nelle proprie dichiarazioni indicando, altresì, chi e come colpire: «[…] Se puoi uccidere un miscredente americano o europeo – specialmente un malvagio e sozzo Francese – o un Australiano, o un Canadese, oppure ogni altro miscredente che fa la guerra, inclusi i cittadini dei Paesi che sono entrati in una coalizione contro lo Stato Islamico, fa’ affidamento su Allāh e uccidilo in ogni modo o maniera possano esserci. Schiaccia la sua testa con una pietra, o sgozzalo con un coltello, o investilo con la tua vettura, o precipitalo da un luogo elevato, o soffocalo, o avvelenalo […]».
L’appello di al-Adnani riprende il noto principio del cosiddetto jihad diffuso, teorizzato anni prima da Abu Musab al-Suri, certamente uno dei influenti ideologi di al-Qa’ida. Egli asserì, infatti, che «[…] il singolo può aderire alla lotta senza necessariamente dover creare un gruppo o una rete, ma conducendo un lungo indottrinamento ed addestramento pratico personale, non più svolto nei campi di addestramento ma tra le mura domestiche […]». Questo passaggio, oltre ad esplicare in modo chiaro e completo, il concetto di “nizam la tanzim”, che in lingua araba significa “sistema non organizzazione”, difatti pone in evidenza l’importanza dell’auto-addestramento e i vantaggi di natura operativa qualora il singolo sia intenzionato ad entrare in azione. Pratica, che con lo Stato Islamico, ha assunto enorme importanza dimostrando, al contempo, quanto è difficoltoso per le autorità di polizia individuare in tempo una minaccia di questo genere.
E’ evidente come a questi appelli abbiano, di fatto, risposto mujaheddin o lone actor, che a seguito di intensi percorsi di auto-radicalizzazione e addestramento individuale, magari supportati da una miriade di manuali diffusi da appositi canali web radicali, siano riusciti non solo a creare piccole ed efficaci cellule ma anche a compiere attacchi terroristici.
L’efficacia delle sessioni di auto-addestramento, alle quali va aggiunta la determinazione dei jihadisti, è purtroppo dimostrata dai diversi modus operandi adottati per portare a termini azioni terroristiche semplici o particolarmente sofisticate.
Basti pensare, ad esempio, alle cosiddette operazioni combinate che hanno insanguinato Parigi il 13 novembre del 2015, agli attacchi multipli di Bruxelles del 22 marzo 2016; contestualmente, vanno citate le azioni di lone actor come Anis Amri che a Berlino, il 9 dicembre del 2016 a bordo di un tir rubato ha arrotato diverse persone uccidendole o quella del 2 novembre del 2020, dove Abu Dujana al-Albani ha aperto il fuoco all’indirizzo di inermi cittadini. A queste vanno aggiunte le azioni più recenti, probabilmente ispirate dagli attacchi di Hamas sul popolo israeliano e che hanno riacceso un forte spirito di emulazione, ovvero, l’accoltellamento mortale di un docente di storia in una scuola francese (Arras) il 13 ottobre 2023 per mano di un giovane di origine cecene.
Il successivo 16 ottobre, invece, un cittadino di origine tunisine, già attenzionato come soggetto radicalizzato, armato di Kalashnikov ha seminato il panico a Bruxelles uccidendo due persone. Azione jihadista poi rivendicata dallo Stato Islamico che ha glorificato l’operazione di questo soldato del drappo nero il quale, poco dopo l’attacco mortale, ha postato un video dove ha dichiarato “[…] amiamo chi ci ama e odiamo chi ci odia. Viviamo per la nostra religione e moriamo per la nostra religione […] Vostro fratello si è vendicato in nome dei musulmani […]”.
Ebbene precisare che tra i jihadisti rei di aver compiuto le suddette azioni o, di averne pianificate altre, non sempre erano coinvolti foreign terrorist fighter rientrati in Occidente, quindi, in possesso di un addestramento operativo autodidatta, tipico esempio di homegrown terrorist.
I cosiddetti fattori di spinta e attrazione (push and pull factors) che hanno favorito i processi di avvicinamento di molti giovani a ideologie jihadiste-salafite, nonché, l’avvio di veloci percorsi di radicalizzazione possono risultare di diversa natura.
Nella maggior parte dei casi coloro che hanno deciso di intraprendere la hijra per raggiungere il Califfato sono accomunati dal desiderio, vissuto talvolta come una necessità, di lasciare il corrotto Occidente o, i Paesi considerati kuffar, per poter vivere in una società in cui godere di uguali diritti e non essere vittima di atteggiamenti discriminatori. Condizioni queste che hanno determinato, per molti, l’assenza di un’identità personale, sociale o generazionale con la quale poter appartenere ad una società che troppo spesso diviene adottiva. Un’identità ritrovata, quindi, nella nuova, accogliente e paritaria collettività, quella del Califfato. Il raggiungimento dei suoi territori diviene per tanti, una sorta di riscatto personale, ma anche un luogo dove poter vivere serenamente senza essere vittima di discriminazione etnica o di fede tanto sofferta per colpa dei kuffar.
E’ la comprensione di questi fattori e circostanze che possono contribuire alla prevenzione e mitigazione della minaccia in argomento e, come detto, si tratta di un rischio attuale e che rimarrà tale nonostante più volte sia stata dichiarata la sconfitta di al-Qa’ida e dello Stato Islamico.
Proclami, evidentemente, smentiti dalle cronache attuali.
Finché esisterà un’ideologia capace di attirare un importante numero di sostenitori o simpatizzanti, un’organizzazione jihadista non potrà mai essere considerata, definitivamente, sconfitta.
E’ altrettanto vero, inoltre, che le considerevoli sconfitte sul piano militare, operativo, subite dal network qaedista e dallo Stato Islamico non vanno interpretate, quindi, come un loro completo annientamento. Così, il venir meno di una realtà territoriale e proto-statuale come quella del sedicente Califfato non corrisponde, chiaramente, alla sua sconfitta.
Come ogni organizzazione terroristica che ha subito una forte destrutturazione, anche al-Qa’ida e al-Dawla al-Islamiyya hanno operato un tattico ripiegamento verso aree o Paesi meno ostili dove poter riorganizzare i propri apparati; pertanto, riattivare i necessari canali di finanziamento e supporto, affinché, nuovi adepti possano confluire nell’organizzazione magari anche attraverso alleanze con aggregazioni che perseguono medesimi obiettivi ideologici ed operativi.
Inoltre, va ribadito come queste organizzazioni non abbiano di fatto subito una sconfitta sul piano ideologico e, a dimostrazione di quanto appena asserito, è l’elevata e costante crescita del numero di sostenitori, simpatizzanti e aspiranti mujahid.
Fatale è sottovalutare la minaccia jihadista che ha dimostrato, più volte, di essere caratterizzata da una fantasia e determinazione troppo spesso assente nell’agire di appari di intelligence e sicurezza.
Ed è proprio la creatività dimostrata dalle organizzazioni jihadiste, nel pianificare e condurre attacchi terroristici, che ci deve spingere a perfezionare procedure di contrasto ad azioni criminali i cui modus operandi si dimostrano sempre più sofisticati.
Si pensi, ad esempio, all’impiego criminale di una tecnologia dual-use particolarmente accessibile ed economica come quella rappresentata dai droni commerciali.
I recenti combattimenti tra l’esercito russo e ucraino hanno costretto quest’ultimo a impiegare droni commerciali, opportunamente modificati, anche qui con estrema facilità, affinché potessero essere utilizzati in missioni di bombardamento delle postazioni e truppe avversarie. Le immagini diffuse dall’esercito di Kyiv dimostrano quanto efficace sia il loro impiego.
Evidentemente, anche Hamas ha compreso la potenzialità di questa tecnologia, così, le Brigate Izz al-Din al-Qassam hanno ampiamente impiegato droni per bombardare le postazioni israeliane e favorire, nelle prime fasi dell’operazione, l’attraversamento dei confini territoriali.
Ma appare doveroso puntualizzare che l’impiego di droni commerciali per finalità belliche poc’anzi descritte, è stato per la prima volta realizzato dallo Stato Islamico nel corso delle operazioni di conquista territoriale in Iraq e Siria. Infatti, la brigata aerea al-Bara’ bin Halak del Califfato ha impiegato questi droni non solo per bombardare le truppe nemiche, ma anche per compiere dedicate missioni di spionaggio e ricognizione.
Evidenze giudiziarie nazionali ed estere, nonché, il risultato di operazioni di intelligence hanno permesso di certificare come la nascita dello Stato Islamico abbia, in qualche modo, riacceso un particolare interesse nella galassia jihadista a compiere azioni terroristiche impiegando aggressivi non convenzionali.
Così, il cosiddetto terrorismo CBRNe (Chimico, Biologico, Radiologico, Nucleare ed esplosivo) rappresenta ulteriore fattore di rischio per la sicurezza nazionale, ma più precisamente, l’allert è riferito al rilascio intenzionale di aggressivi chimici e biologici.
Se da una parte si ritiene improbabile che un’organizzazione terroristica possa compiere un’azione di questo genere, magari per l’impossibilità di acquisire il giusto know-how o il materiale necessario alla sua realizzazione, dall’altra non si può escludere del tutto.
Tecnicamente è stato dimostrato che un attacco chimico può essere condotto con finalità terroristiche e, per tale motivo, si fa cenno all’attentato compiuto dalla setta religiosa giapponese Aum Shirinkyo il 20 marzo del 1995. La setta ha provocato il rilascio intenzionale in ambiente di gas Sarin, più precisamente, all’interno di un convoglio della metropolitana di Tokyo provocando la morte di 12 persone e l’intossicazione di circa altre seimila.
Anche al-Qa’ida ha dimostrato un particolare interesse nei confronti del terrorismo CBRN, considerato come l’unico strumento in grado di annientare la malvagità sulla faccia della Terra e consentire, la restaurazione della religione islamica come unica fede del nuovo mondo. Una visione apocalittica, quindi, che ha spinto Osama bin Laden a realizzare l’utopico progetto Seif Allah (La Spada di Allah, ndr). Il saudita, infatti, era intenzionato ad impossessarsi dell’arsenale nucleare del Pakistan e poi utilizzarlo per distruggere i Paesi miscredenti. Nonostante i vari tentativi e vista l’impossibilità di realizzare quanto agognato, l’organizzazione qaedista ha tentato così di acquistare materiale radioattivo per il confezionamento di dirty bombs. Inoltre, al-Qa’ida ha dimostrato medesimo interesse anche nei confronti di aggressivi biologici e chimici, qui dimostrato da diversa documentazione relativa ad esperimenti condotti nei campi d’addestramento afghani per verificarne gli effetti su organismi viventi.
Frutto di questi esperimenti, la famigerata Enciclopedia del Jihad, composta da ben undici manuali che, oltre ad affrontare tematiche di natura religiosa, fornisce precise informazioni ed istruzioni su come sintetizzare miscele esplosive, confezionare ordigni o creare veleni da impiegare in attacchi terroristici.
Manuali e video tutorial che hanno ispirato e supportato anche aspiranti mujahiddin dello Stato Islamico, come nel caso del cittadino palestinese Alaji Amin che, nel novembre del 2018, è stato arrestato dalla polizia italiana poco prima che portasse a termine un’azione terroristica.
Questi, era intenzionato ad immettere della ricina, sostanza nociva da sintetizzare seguendo le istruzioni di manuali precedentemente scaricati da siti web radicali, all’interno delle riserve idriche del comune dove viveva. Ad allertare le autorità di sicurezza il giuramento di fedeltà, la bay’a, che il giovane palestinese aveva prestato al Califfo Abu Bakr al-Baghdadi e, di norma, ciò avviene poco prima che un jihadista decide di entrare in azione.
Qualche mese prima, giugno 2018, in Germania viene arrestato il cittadino tunisino Sief Allah. In questo caso, l’aspirante mujahid, era intenzionato a far deflagrare nella città di Colonia un ordigno esplosivo capace di diffondere della ricina in ambiente. L’anno precedente il tunisino aveva tentato di compiere la hijra verso il Califfato, ma è stato fermato dalle competenti autorità.
Ebbene, la situazione di estrema precarietà che le regioni subsahariane stanno vivendo oggi sta favorendo un flusso migratorio verso l’Europa di un importante numero di persone e, evidentemente, ciò potrebbe rafforzare il rischio di infiltrazione terroristica.
Anche le regioni balcaniche, oggi più che mai, oltre a rafforzare le già forti azioni di propaganda e proselitismo jihadista può, di fatti, favorire un flusso migratorio che anche qui rischia di essere infiltrato da parte di organizzazioni ed aggregazioni terroristiche.
Un ulteriore impulso al terrorismo jihadista, come già accennato, è dato dall’aggressione di Hamas nei confronti di Israele che potrebbe, quindi, rafforzare il radicalismo islamico come accaduto in passato. Si è già testimoni del clima di avversione nei confronti di Israele, particolarmente incoraggiato dal regime iraniano, che spesso scaturisce manifestazioni violente elevando la preoccupazione internazionale.