di Amb. Gabriele CHECCHIA, Presidente del Comitato Strategico.
Sullo sfondo della perdurante tragedia ucraina per la quale una soluzione diplomatica continua ad apparire remota, gli orrori perpetrati da Hamas lo scorso 7 ottobre sul suolo israeliano a ridosso della Striscia di Gaza ( immagini di violenza al di là dell’immaginabile, difficili da dimenticare)hanno aggiunto un‘ulteriore nota di drammaticità a un quadro internazionale già denso nubi e dalle implicazioni geo-politiche ramificate e, allo stato, solo in parte prevedibili. Un contesto geo-politico che, anche per le più o meno evidenti interconnessioni tra le diverse aree di crisi, non può non far tornare alla mente quello scenario di “terza guerra mondiale combattuta a pezzi” profeticamente evocato da Papa Francesco. Non vi è dubbio che – anche senza parlare delle perduranti tensioni nell’Indo-Pacifico, il mondo stia vivendo una delle sue fasi più cupe e pericolose dalla fine del secondo conflitto mondiale con il riemergere di vecchie ferite ( come quelle legate al conflitto israelo-palestinese ) che erano parse alla maggioranza delle dirigenze occidentali non più di stringente attualità e progressivamente riassorbibili grazie a una modifica in senso positivo, che sembrava in atto, degli equilibri medio-orientali: dagli Accordi di Abramo a una possibile normalizzazione delle relazioni tra Israele e l’ Arabia Saudita custode delle due Sacre Moschee.
Tutto questo sembra ora appartenere al passato, a fronte della lacerazione profonda di tali incoraggianti dinamiche come quella prodotta, appunto, dalla feroce incursione dei militanti di Hamas nel territorio dello Stato ebraico lo scorso 7 ottobre. Un giorno già carico di simboli ,collocandosi a 50 anni esatti dall’inizio della guerra dello” Yom Kippur”, che più d’uno ha già definito l’11 settembre di Israele. Tanti interrogativi gravano sull’episodio: dai motivi all’origine dell’impreparazione mostrata nell’occasione dai solitamente efficienti apparati di sicurezza e di intelligence israeliani al grado di coinvolgimento nella preparazione e messa in atto del sanguinoso raid di attori regionali tutti appartenenti al cosiddetto “asse della Resistenza” , in primis la Repubblica Islamica di Iran e Hezbollah, al peso rivestito nella sottovalutazione del rischio-Hamas dal sordo contrasto da tempo in atto tra Netanyahu e settori importanti del “deep state” israeliano .
Hamas, metodo e follia
Occorre tentare di comprendere quali motivi possono avere indotto Hamas a un’operazione di tale natura proprio ora e con tali efferate modalità . E’ mia sensazione che il movimento islamista abbia inteso perseguire con la stessa tre principali obiettivi, verosimilmente d’intesa o su ordine ( troppo presto per dirlo ma non da escludere..) del suo grande sponsor regionale: l’Iran degli ayatollah, con la dirigenza di hezbollah che da Teheran strettamente dipende almeno per le scelte strategiche .Il primo motivo – come da più parti si è voluto sottolineare – è quello di far deragliare il processo di graduale riavvicinamento tra Tel Aviv e Riad cui ho sopra accennato. Un positivo sbocco di tale percorso diplomatico ( che la dirigenza del Regno sembra peraltro almeno a oggi, ed è dato positivo, avere deciso di congelare ma non definitivamente gettare alle ortiche ) avrebbe infatti comportato un significativo rasserenamento del clima complessivo nella regione: con correlato ridimensionamento degli spazi di manovra di un regime come quello iraniano, che proprio nei contrasti tra Israele e il mondo arabo- musulmano ha trovato, dal 1978 a oggi, terreno fertile per portare avanti la propria opera di destabilizzazione in chiave anti-israeliana e anti-occidentale nell’area .L’arresto , auspicabilmente temporaneo, del processo in questione non può d’altra parte – rilevo per inciso – non risultare gradito a Mosca e Pechino: vale a dire altre due componenti chiave, con l’Iran di Khamenei, del fronte delle autocrazie. Nel primo caso, per i vantaggi oggettivi che il Cremlino può sperare di trarre dall’apertura per Washington di un “secondo fronte “ mediorentale proprio nel momento in cui la compattezza nel sostegno in seno al Congresso all’Ucraina aggredita comincia a mostrare qualche segno di cedimento. Nel caso della Repubblica Popolare cinese, per il colpo di freno che il ritorno di un clima di relativa freddezza tra Tel Aviv e Riad inevitabilmente comporta per l’avanzamento di quel progetto di collegamento multi-modale tra l’India, il Mediterraneo e l’Europa lanciato su iniziativa di Modi al recente G20 di Delhi, con il sostegno del Presidente Meloni, quale efficace alternativa alla “ Via della seta” così cara a Pechino. Progetto alternativo di collegamento tra l’Oriente e l’Europa ( la cosiddetta “Via del cotone”) che avrebbe dovuto trovare proprio in uno Stato ebraico finalmente in pace con la potenza saudita uno dei principali snodi operativi e logistici. Il secondo motivo sta nell’obiettivo perseguito da Hamas con il suo devastante attacco a Israele: accreditarsi come unico credibile rappresentante della causa della Palestina in seno alla lacerata dirigenza palestinese, a tutto scapito di una Autorità Nazionale Palestinese ( ANP) da relegare(nella visione di Hamas) alla Cisgiordania e già da tempo oggetto di una pesante campagna di delegittimazione a opera dei movimenti palestinesi più radicali: dalla “ Jihad islamica” allo stesso Hamas. Il terzo motivo nella strategia di Hamas mi sembra essere quello di una delegittimazione agli occhi delle masse islamiche (dall’Indonesia, al Marocco alla stessa Turchia ) delle dirigenze arabe moderate. In un’ottica di radicalizzazione dello scontro con lo Stato ebraico e i suoi alleati occidentali funzionale non tanto agli interessi della causa palestinese – della qualche ritengo che la dirigenza di Hamas poco si curi se non in chiave strumentale – quanto, piuttosto, a quelli della Fratellanza mussulmana della quale Hamas è comunque una costola e della teocrazia sciita iraniana .Né prova tra l’altro l’ondata di assalti registratasi in questi giorni alle rappresentanze diplomatiche israeliane e /o americane in vari Paesi dello scacchiere medio-orientale ( dal Libano alla Giordania), ancor più dopo l’asserito bombardamento da parte israeliana ( è la tesi che continuano a sostenere Hamas e affiliati ) del Baptist Hospital di Gaza City , nonostante le prove che stanno affiorando da fonti attendibili di una esclusiva responsabilità della jihad islamica per l’accaduto.
Gli sforzi diplomatici
Gli sviluppi di queste ultime ore confermano la gravità del momento. E’ gravità testimoniata a livello politico, in primo luogo, dalla densa visita a Tel Aviv lo scorso18 ottobre, con rilevanti risvolti simbolici, dello stesso Biden con tre principali obiettivi in buona parte parte raggiunti: 1) quello di confermare il forte e trasversale sostegno di Washington allo Stato ebraico in uno dei momenti più drammatici (se non il più drammatico) della sua storia; 2) quello di convincere Netanyahu ( amico di vecchia data del Presidente statunitense anche se con momenti di rapporti difficili) a porre in essere una reazione alle atrocità commesse da Hamas in linea con il diritto bellico e umanitario e, soprattutto, a non avventurarsi in una nuova occupazione di Gaza; 3) quello di ottenere , ciò che è poi avvenuto ma non era scontato prima dell’arrivo di Biden , una disponibilità di Netanyahu a garantire infine l’accesso dall’Egitto via valico di Rafah di assistenza umanitaria per la popolazione di Gaza : da tenere ben distinta – come il Presidente USA ha opportunamente tenuto a sottolineare – dai terroristi di Hamas e Jihad islamica .Altrettanto rivelatore è poi il discorso alla Nazione tenuto, on tutta la “gravitas” del caso, dal Presidente Biden dallo Studio Ovale al suo rientro a Washington. L’allocuzione gli ha consentito , in un accorto equilibrio, di ribadire i punti qualificanti della posizione sua e della sua Amministrazione: dalla certezza che sia ormai in atto un alleanza oggettiva in chiave anti-americana e anti-occidentale tra Putin e Hamas in quello che definito “asse del male” ( “vogliono annientare le democrazie. Hamas e Putin rappresentano minacce differenti ma hanno questo in comune”) al convincimento che, su tale sfondo, gli Stati Uniti siano oggi più che mai la “the indispensable Nation“; alla necessità di “battere ogni strada per riportare a casa gli ostaggi ( tra i quali, si dice, tra i 10 e i 12 americani con la doppia nazionalità);e di assistere in ogni modo possibile la popolazione palestinese vittima essa stessa di Hamas ; all’esigenza che Israele reagisca in maniera proporzionata e compatibile col diritto internazionale umanitario ( “ non possiamo essere come i terroristi”); da ultimo all’esigenza , da sempre a lui cara, di tenere viva nonostante le apparentemente insuperabili difficoltà del momento la soluzione dei “due popoli, due Stati”. In piena sintonia, merita rilevare, anche su tale ultimo aspetto con quanto auspicato nei giorni scorsi a chiare lettere – e con accenti di forte vicinanza non solo a Israele ma anche alle sofferenze del popolo palestinese – dal Presidente Meloni al Consiglio europeo straordinario e dal Ministro Tajani in una recente intervista , nonché dallo stesso Segretario di Stato vaticano, Cardinale Parolin “ ( “ è la soluzione prevista dalla Comunità internazionale . Ultimamente è sembrata ad alcuni , sia da una parte che dall’altra, non più realizzabile . Per altri non lo è mai stata. La Santa Sede è convinta del contrario e continua a sostenerla”).
Gestire la crisi
Non può stupire che in situazione fluida come quella sopradescritta ( e col rischio concreto di un’entrata in campo a supporto di Hamas delle milizie hezbollah , ciò che obbligherebbe la dirigenza israeliana a distribuire le proprie forze di difesa/ IDF tra il fronte sud , quello di Gaza, e il fronte libanese a nord) la diplomazia internazionale – Stati Uniti in primis – si sia immediatamente attivata ai più alti livelli per impedire che la crisi assuma contorni ancora più larghi potenzialmente ingestibili, specie ove le dinamiche di azione- reazione dovessero finire col coinvolgere lo stesso Iran. Un Iran dalla postura aggressiva come testimoniato tra l’altro da recenti dichiarazioni di quel Ministro degli Esteri, Hossein Amir – Abdollaian, al termine delle sue visite nei Paesi dell’area politicamente più vicini a Teheran ( Iraq, Siria e Libano). Dichiarazioni secondo le quali se Hezbollah si unisce allo scontro “questo costituirà un enorme terremoto per Israele”.Non è del resto un caso che, proprio in concomitanza con il citato attivismo iraniano, la Casa Bianca abbia deciso il rischieramento al largo delle coste israeliane delle porterei Ford e Eisenhower, affiancate dai rispettivi gruppi navali in una chiara logica di deterrenza nei confronti di mosse avventate da parte del regime degli ayatollah.E’ quanto ha del resto detto a chiare lettere Blinken nel corso del suo denso periplo nella regione all’indomani dell’incursione di Hamas: Israele (per rassicurare quella dirigenza sull’incrollabile sostegno di Washington pur accompagnato da un fermo invito alla dirigenza israeliana a una reazione in linea con il diritto bellico e a lasciar passare dal valico di Rafah gli aiuti umanitari)Arabia Saudita, Qatar, Giordania , Bahrein , Egitto ed EAU . Il dispiegamento nella regione dei nostri due più grandi gruppi di battaglia per portaerei, ha dichiarato il Segretario di Stato-,“ non è inteso come una provocazione (ndr: nei confronti di Teheran) è inteso come un deterrente “. E nessuno, ha aggiunto con riferimento a possibili iniziative di hezbollah a partire dal sud del Libano,“ dovrebbe far nulla che possa aggiungere carburante al fuoco in nessun altro posto”. L’obiettivo americano è chiaro: bloccare l’”escalation” prima cha la crisi possa generare un terremoto in tutto il Medio Oriente. Anche se i risultati si sono rivelati purtroppo, almeno sinora ,inferiori alle aspettative visto che la posizione dei Paesi arabi visitati ha mostrato non poche discrepanze con quella segnata nell’agenda statunitense. C’è chi ha definito la visita di Blinken (lui stesso di religione ebraica) “missione impossibile” dovendo tra l’altro convincere gli alleati del Golfo a non criticare lo Stato ebraico mentre questi gli chiedono di frenare Israele e arrivare a un cessate il fuoco. Tutto questo accade mentre Mosca sta tentando di posizionarsi come leader del movimento contro il “neocolonialismo” pur apparendo anche Putin preoccupato della possibile estensione del conflitto israelo-palestinese ad altri fronti come , stando a fonti stampa, emergerebbe dall’intensa serie di telefonate da lui avuta in questi giorni con vari leader della regione: dall’egiziano Al Sisi, al siriano Assad, all’iraniano Raisi al leader dell’Autorità palestinese Abu Mazen.
Gli sforzi italiani
In questo quadro così confuso e per molti versi drammatico il nostro Governo si sta muovendo bene. L’immediata forte vicinanza a Israele e al suo popolo, cosi come il chiaro riconoscimento del suo diritto a difendersi, manifestata da Giorgia Meloni nel corso del suo colloquio telefonico con Netanyahu, è stata infatti seguita il 10 ottobre dalla partecipazione della stessa Meloni alla riunione “virtuale” in formato Quint ( Stati Uniti, Italia, Regno Unito, Francia , Germania ) promossa da Biden . La riunione si è conclusa con una Dichiarazione congiunta di appoggio a Israele e al suo diritto all’autodifesa nonché di forte condanna del terrorismo di Hamas che i leader hanno opportunamente tenuto a ben distinguere dalle “legittime aspirazioni del popolo palestinese” precisandosi che Hamas non le rappresenta offrendo ai palestinesi “null’altro che terrore esangue”.La partecipazione di Giorgia Meloni al vertice Quint – in un contesto per giunta così grave e denso di incognite – conferma infatti, seppur ve ne fosse bisogno, la credibilità goduta dal nostro Presidente del Consiglio e dal nostro esecutivo a livello internazionale con buona pace di quanti periodicamente la pongono in dubbio. La coerenza dell’azione del nostro governo ha poi trovato ulteriore espressione nella pressoché contestuale visita nella regione ( Egitto , Israele , Giordania e poi Tunisia ) del Ministro Tajani in un’ottica volta , da un lato, a ribadire ai suoi interlocutori israeliani il messaggio di solidarietà veicolato da Giorgia Meloni al premier Netanyahu; dall’altro, a contribuire – con tutto il peso e il prestigio di cui gode il nostro Paese nell’area- agli sforzi internazionali per la liberazione degli ostaggi, la de-escalation del conflitto , il sostegno alla popolazione civile palestinese e per pervenire più in generale a una stabilizzazione dell’area. Il tutto in una cornice concettuale che Tajani ha voluto ben precisare in una sua recente intervista al Messaggero della quale credo meriti riportare il passaggio saliente: “ stare , come l’Italia, con Israele non significa essere contro la Palestina o il popolo palestinese. Anzi loro sono vittime di Hamas , che li usa come scudi umani: Israele ha detto loro di uscire, i terroristi impongono direstare . Noi diciamo no al terrorismo, alla malvagità , alle immagini raccapriccianti che abbiamo visto. Ma ovviamente siamo al lavoro per arrivare a una stabilizzazione definitiva dell’area del Medio Oriente”.Se questa è allo stato, e a grandi linee, la cornice entro la quale si sta muovendo la diplomazia internazionale più difficile appare prevedere quali sviluppi potranno verificarsi sul terreno nei giorni a venire, in una fase nella quale non è ancora chiaro se e quando Israele lancerà la più volte annunziata offensiva di terra . E quali conseguenze tale offensiva potrà innescare tanto a Gaza, così fittamente popolata con cunicoli e tunnel dalle ramificazioni ben conosciute dai militanti di Hamas, quanto nelle aree a ridosso di Israele .
Riflettori su Iran e Siria
Sotto tale profilo individuo, in prospettiva, due ordini di problemi. Il primo è quello delle quasi certe reazioni che un’operazione di terra a Gaza comporterebbe da parte degli sponsor di Hamas nella regione: Iran in primis o direttamente ( con un suo attacco missilistico a Israele ma mi sembra poco probabile) o iniziative mirate a opera di Hezbollah -grazie al suo vasto e diversificato arsenale ben più imponente di quello di Hamas – contro obiettivi nel nord di Israele ( e già si sono registrate inquietanti avvisaglie ) se non contro la stessa Tel Aviv alla portata, almeno stando ai dirigenti di hezbollah, dei missili della milizia sciita. Ma da monitorare attentamente credo sia anche il quadrante siriano , in particolare le zone del Paese a ridosso delle strategiche alture del Golan, occupate da Israele nel 1967 ( al termine della“guerra dei Sei Giorni” ) e “annesse” dallo Stato ebraico nel 1981. In Siria il regime degli Ayatollahpuò infatti contare sulla perdurante lealtà di Bachar Assad e del suo regime così come sull’ormai solido radicamento e libertà di manovra del “Partito di Dio “ ( appunto hezbollah) nelle zone a ridosso del Golan che la formazione sciita potrebbe tentare , su richiesta iraniana, di strappare a Israele con Damasco già pronta a rivendicarne nuovamente il possesso. Problemi seri di gestione dell’ordine pubblico potrebbero però scaturire per Israele da un’eventuale operazione di terra anche in Cisgiordania e nella parte araba di Gerusalemme , con non impossibili azioni violente contro i “coloni” e le forze di sicurezza israeliane da parte della componente palestinese e , in taluni casi, arabo-israeliana. Ne deriverebbe tra l’altro la necessità per Tel Aviv di rischierare parte delle IDF appunto in Cisgiordania ( oltre che, per i motivi di cui al precedente paragrafo, nel nord e nord-est del Paese) con conseguente riduzione delle forze mobilizzabili per giungere alla eradicazione di Hamas e delle decine di migliaia di suoi combattenti.
Il futuro di Gaza
Il secondo ordine di problemi , dando per certa un’operazione di terra e qualora essa abbia abbia successo, è come gestire Gaza “il giorno dopo” .Poco plausibile apparendomi una nuova diretta presa di controllo e gestione della Striscia da parte di Tel Aviv, sia alla luce delle pregresse esperienze in materia che dell’appello ad astenersi da una scelta di tale natura rivolto da Biden e da Blinken ai loro interlocutori israeliani. Sarà certamente necessario un periodo di raffreddamento delle tensioni , prima di ritornare alla presa in esame, se mai ciò avverrà, di una soluzione politica equa e sostenibile nel lungo periodo come quella sin d’ora apertamente auspicata da Giorgia Meloni e da Antonio Tajani oltre che dalla Casa Bianca e altre capitali occidentali. Le ipotesi allo studio per tale fase di “decantazione”/stabilizzazione sono molteplici e in parte sovrapponibili. Esse vanno dall’idea di dar vita per Gaza ( impresa che appare invero ardua) a un“protettorato “ sotto egida onusiana sulla falsariga del modello a suo tempo adottato per il Kossovo, fino al dispiegamento nella Striscia di una forza composta per lo più di Paesi arabi ( è quanto prospettato tra gli altri dall’ex Primo Ministro Ehud Barak, il cui peso è ancora di un certo livello all’interno dell’establishment israeliano ) in grado di cedere a termine il controllo della Striscia all’ANP di Abou Mazen ( “ è un’idea bella a anche se non so se fattibile”, ha dichiarato Barak al quotidiano “El Pais”) ; alla costituzione di una “coalizione di volenterosi” – del genere di quella messa in piedi dalla Comunità internazionale in Afghanistan dopo l’11 settembre – che riunisca ad esempio USA, UE, Arabia Saudita e Autorità Nazionale palestinese ( è quanto prospetto, ad esempio, dallo storico israeliano Yuval Noha Harari).E’ chiaro che si tratta solo di ipotesi da vagliare , quando sarà, alla prova dei fatti. Ipotesi certo ragionevoli per una via di uscita politica al dramma in atto – e il conseguente rilanciodi formule come quella dei “due popoli, due Stati” che potrebbe però difficilmente prescindere ,secondo la maggioranza degli analisti, da un ricambio ai vertici sia in seno a Israele che alla Autorità Nazionale palestinese .
Il rischio più grande
Tutte tale ipotesi verrebbero naturalmente a cadere – per lasciare spazio a scenari imprevedibili e ancora più inquietanti- ove lo scontro in atto tra Israele e Hamas dovesse, per qualsiasi motivo, finire col coinvolgere altri attori di peso della regione e non solo. Attori quali la già citata Repubblica Islamica di Iran, gli Stati Uniti e la stessa Russia di Putin della quale a nessuno sfuggono gli stretti legami sviluppati con Teheran in relazione al conflitto in Ucraina nel segno di una comune avversione all’Occidente e ai valori di cui i nostri Paesi sono espressione . Senza dimenticare la “variabile” Turchia: Paese membro della NATO e con un esercito potente ma con una opinione pubblica in larga maggioranza sensibile alle ragioni di Hamas . E un Presidente , Recep Tayyp Erdogan, spintosi ad accusare Israele di star “rasentando il genocidio” con le operazioni avviate nella Striscia di Gaza e che notoriamente aspira alla “leadership” del mondo sunnita anche cavalcando , con spregiudicatezza se non cinismo , lacausa palestinese .E’ su tale complesso e mutevole sfondo che si è svolta al Cairo la Conferenza per la Pace promossa dal Presidente egiziano Al Sisi. Un appuntamento – al quale ha opportunamente partecipato Giorgia Meloni, tra i pochi leader europei presente con gli omologhi di Grecia e Spagna e del Presidente del Consiglio europeo Charles Michel – conclusosi come era nelle previsioni senza una Dichiarazione finale .Troppo grandi le distanze tra i Paesi europei e i Paesi arabi partecipanti. : dallo stesso Egitto alla Giordania presente col re Abdullah, al Sultano dell’Oman, allo stesso Abou Mazen. Un vertice , in sostanza , delle buone intenzioni. Grandi assenti Israele e l’Iran e con gli USA rappresentati soltanto dall’Incaricato d’affari dell’ambasciata , il che ha ulteriormente indebolito le possibilità di una reale svolta diplomatica .Presenti comunque anche Russia e Cina: per la prima il viceministro degli Esteri; per Pechino l’inviato per il Medio-Oriente. Il nostro Presidente del Consiglio – che ha avuto al Cairo due bilaterali, una con Al Sisi e una con Abou Mazen- ha tenuto a veicolare due importanti messaggi in sintonia con quelli trasmessi ai vertici israeliani dal Presidente Biden in occasione della sua recente visita a Tel Aviv. Il primo: obiettivo di Hamas era il processo di normalizzazione di alcuni Paesi arabi con Israele. Hamas non difende la causa palestinese ma la “jiyhad” islamica , vogliono creare uno scontro di civiltà , ma non lo deve diventare perché non lo è. Il secondo: Israele è pienamente legittimato alla sua esistenza e alla difesa dei confini ma la reazione non può mai essere motivata da sentimenti di vendetta , dove fondarsi su ragioni di sicurezza , commisurando la sua forza e tutelando la popolazione civile.
Lo stesso messaggio ha tenuto ha trasmettere nel corso della sua successiva tappa a Tel Aviv (dove ha avuto una conversazione telefonica col presidente Herzog e un incontro di quasi un’ora con Netanyhau) con una significativa postilla : “Occorre lavorare per scongiurare una guerra di religione, per un’iniziativa politica che contempli la soluzione di due popoli e due Stati, con una tempistica definita e concreta, perché i palestinesi hanno diritto a uno Stato e a governarsi da soli in libertà e gli israeliani hanno diritto all’esistenza e all sicurezza”. Nessuno può prevedere che piega prenderanno gli eventi nei prossimi giorni, se non nelle prossime ore…., tante essendo le variabili in gioco. Si può solo sperare (“spes contraspem” avrebbe detto Paolo di Tarso) che il sottile filo di dialogo tra l’Occidente, del quale Israele a più di un titolo è parte, e il mondo arabo moderato non si spezzi e che possano prima o poi ricrearsi le condizioni perché il percorso politico-diplomatico delineato dal nostro Presidente del Consiglio possa ritrovare linfa e ragione di esistere.
Analisi pubblicata su Charta Minuta