La fine della Seconda Guerra mondiale vide il sistema industriale dell’Europa continentale a pezzi, vuoi per effetto dei bombardamenti, vuoi per l’invio forzoso dei macchinari in Germania, fatto dalle truppe tedesche di occupazione. In particolare, i danni riportati dall’industria della difesa erano notevoli, ma soprattutto divenne apparente in alcuni paesi, già durante la co-belligeranza, che si era generato un divario (oggi si direbbe un “gap”) impressionante nella qualità degli armamenti, tra alcune nazioni europee e gli Stati Uniti.
Infatti, gli Stati Uniti e in parte la Gran Bretagna avevano sviluppato rapidamente nuovi sistemi, perfezionandoli e mettendoli in linea in tempi estremamente brevi, rispetto a quanto fatto dall’Asse, che alla fine della Guerra aveva in laboratorio molte novità rivoluzionarie, senza peraltro aver potuto renderle pienamente operative; gli USA, soprattutto, erano riusciti a produrre i nuovi sistemi in numeri impressionanti e in tempi oltremodo ridotti, tanto da sbalordire gli osservatori italiani, quando essi entrarono in contatto con la realtà della “grande Logistica” alleata.
Ad esempio, quando fu catturato, un giovane ufficiale di Marina, che poi diventerà uno dei più importanti manager dell’industria della Difesa – Gustavo Stefanini – osservò: “Vinceranno gli Inglesi”, avendo potuto notare “quale macchina bellica, quale organizzazione, quanti mezzi e uomini potesse dispiegare il nemico” 1. Il giovane prigioniero non sapeva quanta parte di un tale enorme disponibilità di mezzi fosse dovuta agli USA.
In effetti, la superiorità alleata era basata su di una rapida industrializzazione dei sistemi esistenti in laboratorio all’inizio del conflitto e sulla loro continua evoluzione, più che su scoperte rivoluzionarie, la strada tentata invece dai Tedeschi, tanto che i vincitori useranno le scoperte tecnologiche di questi ultimi – molte delle quali nel 1944 erano troppo di avanguardia per essere sfruttate sul campo – e faranno così progredire i loro sistemi d’arma nel corso dei successivi vent’anni.
Le due potenze anglofone avevano quindi un vantaggio enorme su quelle europee, le cui industrie – incluse quelle di una Francia che era diventata uno dei campi di battaglia principali contro il Nazismo – erano più o meno nella stessa situazione disastrosa del 1815, quando il Blocco Continentale le aveva portate alla paralisi. Essendo la maggior parte di loro in condizioni simili a quelle italiane, useremo la storia del nostro sviluppo nel campo dei sistemi della Difesa come esempio valido per tutti i paesi medio/piccoli del Continente.
Il periodo dell’immediato dopoguerra fu anche caratterizzato dagli effetti del Trattato di Pace, che proibiva alle potenze sconfitte qualsiasi produzione bellica, ma perfino nazioni come la Francia e il Belgio incontrarono enormi difficoltà nel riprendere la produzione di sistemi di difesa, negli anni successivi. Questo era dovuto, in particolare, alla costituzione della NATO, e in particolare alle massicce donazioni da parte degli Stati Uniti di loro armamenti, dismessi alla fine della guerra e posti in “naftalina” perché eccedenti, anche se ancora nuovi; queste donazioni saturarono il mercato, e crearono una dipendenza dall’industria americana.
Questa situazione, infatti, era economicamente molto vantaggiosa per gli USA, dato che gli altri paesi dovevano ricorrere a loro per acquistare materiali di ricambio (il cosiddetto “After Sale”), ma era politicamente un vero e proprio “Boomerang”, visto che creava disoccupazione e inflazione nei paesi compratori: essi infatti dovevano ricorrere alle loro limitate riserve di valuta pregiata per comprare queste parti di ricambio, e il costo era tanto maggiore quanti più mezzi erano stati ricevuti, talvolta gratis, e quindi non avevano fondi da dedicare alla ripresa della loro produzione industriale nel settore.
Come osservò uno storico, “un sistema del tipo laissez-faire lavora inevitabilmente a vantaggio del paese (che si trovava) nella posizione di maggiore competitività – in questo caso gli Stati Uniti, intatti e superproduttivi – ed a detrimento di quelli meno attrezzati per competere. Solo le successive percezioni americane sul doppio pericolo di un diffuso scontento sociale in Europa e di una crescente influenza sovietica consentirono il rilascio di fondi per una sostanziale ricostruzione industriale del mondo libero” 2.
Per effetto della crescente minaccia sovietica, oltre ai fondi, che favorivano la costruzione di armamenti in loco, venne rivisto il Trattato di Pace, prima nei confronti dell’Italia e poi della Germania, togliendo il divieto di produzione bellica alle due nazioni. Tutto questo permise agli Europei una serie di iniziative: il primo passo fu quello delle produzioni su licenza, che diedero il tempo ai progettisti di assimilare le nuove tecnologie, per poi tenerne conto nei loro futuri progetti.
Il secondo passo fu infatti l’inizio di alcuni sviluppi dei nuovi armamenti in Europa – come l’obice da 105/14, il cannone da 76/62 e l’aereo caccia-bombardiere G-91 in Italia. Va detto che, specie nel campo dell’elettronica, i componenti di base rimanevano americani; quindi molti sistemi cosiddetti “Europei” in realtà non erano che assemblaggi di parti provenienti da oltreoceano, sia pure secondo concetti ed idee talvolta innovativi.
La NATO favorì questo processo, indicendo una serie di concorsi, nei quali le industrie vincitrici avrebbero fornito tutti i paesi alleati: questo consentiva di mantenere la standardizzazione degli armamenti, un fattore essenziale in un’alleanza, senza il quale non sarebbe stato possibile operare con efficacia, di fronte a una pletora di armi aventi caratteristiche diverse.
Inoltre, per ribadire questo requisito, l’Alleanza aveva stabilito una serie di standard cui tutte le armi ed i vari sistemi dovevano adeguarsi. Si trattava di un’opera ardua ma essenziale, talvolta con esiti curiosi, come nel caso degli standard della corrente elettrica, che doveva essere sulle navi pari a 110 Volt 60 Hertz, mentre l’Europa si stava orientando verso la corrente a 220 Volt 50 Hertz, più sicura contro il rischio di elettroshock. Fu anche difficile, per gli Europei, mantenere il sistema metrico decimale negli standard, che rischiava di essere assente del tutto, visto che gli armamenti USA erano costruiti in pollici e piedi!
Nel campo però dei sistemi principali, come quelli missilistici, esisteva ancora un predominio USA, con le conseguenze negative che abbiamo visto: gli altri Alleati, infatti, erano costretti a ricorrere agli USA, non avendo le risorse finanziarie per sviluppi complessi e costosi, che richiedevano massicci investimenti per un numero elevato di anni, quando poi potevano ordinare solo un numero limitato di esemplari. Se ne accorse, in particolare, la Gran Bretagna, che dovette rinunciare, alla fine degli anni 1960, a sviluppare molti progetti ambiziosi, decidendo di ricorrere anche lei all’alleato americano, per le tecnologie nucleari ed i missili intercontinentali, oltre a chiudere la produzione di bombardieri strategici, divenuti troppo costosi da sviluppare, rinunciando così a questo tipo di capacità.
Col tempo, però, i costi crescenti di sviluppo diventarono troppo onerosi anche per gli USA, dato che era sempre più difficile ammortizzare i costi di ricerca e sviluppo “spalmandoli” su un numero adeguato di esemplari prodotti; per questo la NATO decise di sostituire la politica degli appalti-concorso degli anni precedenti, del tipo “chi vince prende tutto”, proponendo una serie di “Sviluppi Cooperativi”
Secondo il nuovo approccio le nazioni che decidevano di partecipare entravano in un Comitato Direttivo, e per il suo tramite finanziavano un progetto, ne sorvegliavano l’andamento, e alla fine, se soddisfatte, acquisivano un certo numero di sistemi realizzati. La suddivisione degli oneri finanziari tra nazioni era proporzionale al numero di esemplari che si intendeva acquisire, e la stessa proporzione valeva per la suddivisione delle attività costruttive tra le industrie dei paesi partecipanti.
Non era un sistema perfetto, dato che si basava sul presupposto che i paesi partecipanti non “barassero” sui numeri, ma il suo carattere pragmatico consentì una serie di progetti di successo; un altro neo era che un certo numero di componenti, specie quelli che venivano dagli USA, erano delle “Black Boxes” e quindi non si potevano riparare in loco, ma dovevano essere spedite negli USA per essere rimessi in funzione, con infinite complicazioni burocratiche, date le norme di contabilità vigenti in Europa.
Naturalmente, in sede di progetto, mentre gli USA cercavano di inserire prestazioni di avanguardia, fino al punto di destare il sospetto che loro gonfiavano le capacità dell’avversario – l’Unione Sovietica – i cui sistemi erano il bersaglio dei progetti cooperativi, gli altri paesi cercavano di contenere questa tendenza, altrimenti le loro industrie non sarebbero state in grado di produrre parti tecnologicamente significative. In effetti, queste ultime stentavano a reggere il passo con le corrispondenti imprese americane, pur sobbarcandosi i costi notevoli dell’acquisto di “know-how” da oltre oceano.
Va detto che i sistemi che venivano prodotti in cooperazione, come pure quelli acquistati negli USA, erano anche soggetti a una serie di miglioramenti nel tempo, in modo evolutivo, per tenerli al passo vuoi con i progressi tecnologici, vuoi con le evoluzioni della “Minaccia” – vere o presunte che fossero.
Questi miglioramenti rendevano i sistemi sviluppati in tal modo una fonte di esborsi senza fine di valuta pregiata, dato che uscire da questo ciclo significava la perdita completa di operatività del sistema acquistato, per la cessata produzione delle parti di ricambio del vecchio tipo. I paesi europei ricorsero a ogni possibile trucco, incluso l’acquisto di parti di ricambio dismesse dagli USA, ma con questo non facevano che ritardare l’ineluttabile dismissione di questi sistemi, un fatto che li rendeva oltremodo insoddisfatti.
In questa situazione di crescente irritazione, da parte degli Alleati europei, si ebbe oltretutto, negli anni 1980, una specie di rottura delle relazioni industriali, per effetto della decisione del Congresso USA di limitare la cessione di tecnologie “sensibili” agli Alleati, a meno di deroghe stabilite caso per caso, su propria decisione.
Questo era un tentativo, neanche troppo nascosto, di imporre le produzioni americane, e costringere gli Alleati a spendere di più a beneficio dell’industria USA; questi allora si resero conto di dover seguire altre strade, e diedero inizio a una serie di collaborazioni europee. Si può dire quindi che furono gli USA a sviluppare autonomamente l’industria europea della difesa, costringendo i paesi a collaborare tra loro, per mancanza di alternative all’accettazione della produzione americana, diventata troppo costosa.
La prima fase di questo fenomeno consistette in sviluppi congiunti, mediante accordi diretti tra industrie, più che tra governi. Spesso, industrie di un paese si consorziavano con quelle di un altro per competere contro altre industrie nazionali, alleatesi con altre ditte estere. Questo consentì un rapido, ancorché disordinato, sviluppo dell’industria degli armamenti europei, in alcuni settori di “nicchia”, con produzioni che spesso erano all’avanguardia nel loro campo.
Il settore nel quale gli sforzi comuni tra Europei ebbero il massimo sviluppo fu inizialmente quello dell’industria aeronautica, con esiti piuttosto soddisfacenti, come nel caso del Tornado e poi dell’EFA, ora chiamato “Thyphoon”; rimaneva comunque un margine sufficiente per produzioni nazionali, specie nel campo delle costruzioni navali e dei sistemi a corto raggio, dove ognuno continuava a produrre i propri mezzi e cercare di venderli all’estero.
Anche per l’Italia, gli anni 1970 furono un momento di notevole espansione dell’industria della difesa, grazie alle “Leggi Promozionali” varate dal Parlamento: dovendosi rinnovare tutta la linea di mezzi delle Forze Armate – specie dell’Esercito e della Marina – il numero di sistemi da acquisire era relativamente elevato, e questo garantiva l’ammortamento degli oneri di sviluppo. La validità dei mezzi prodotti, insieme al fatto che il nostro paese poneva poche limitazioni di tipo politico, incoraggiò numerosi acquirenti esteri, con benefici risultati per le nostre industrie.
Queste esportazioni erano essenziali, dato che – come osservò sempre l’Ingegner Stefanini – i ricavi rendevano “possibili le nostre ricerche e gli sviluppi. La Marina infatti, come la nazione tutta, dispone di ben pochi soldi. Quando patrocina uno sviluppo, di massima fornisce la guida del programma, l’uso delle sue infrastrutture (balipedi, bersagli, ecc.) e solo un’aliquota di finanziamento, quasi sempre molto esigua, e talvolta nemmeno quella. L’industria deve autofinanziare gli sviluppi e ammortizzarli sulle esportazioni” 3.
Questa esigenza portò, specie in Italia, ad una ricerca di commesse da parte di paesi non allineati, in concorrenza con altre nazioni europee, con conseguenti colpi bassi – clamoroso fu, ad esempio, lo scandalo ANGHESSA, un imprenditore “che (in realtà) era un agente francese” 4 – e portò a concludere affari non sempre rivelatisi fruttuosi, a causa degli embarghi che spesso venivano decretati dalla comunità internazionale nei confronti di questi paesi, il che costringeva ad interrompere le forniture e causava l’inevitabile interruzione dei pagamenti, da parte delle nazioni committenti, come nel caso della Libia e dell’Iraq.
Mentre alcuni paesi continuarono questa politica di esportazione senza restrizioni, altri, come l’Italia, arrivarono alla conclusione che queste attività dovessero essere regolate, in quanto le implicazioni politiche dovevano essere esaminate a priori. Fu quindi varata, nel luglio 1990, una legge (nota sia come “Legge FORMICA”, sia con il suo numero progressivo, essendo la 185 ͣ della legislatura), che pose severe limitazioni; queste limitazioni, poi furono in parte attenuate, nel giugno 2003.
Va detto che, già dal 1982, i proventi dell’esportazioni di armamenti si erano sensibilmente ridotti: il mercato internazionale si era infatti saturato, vuoi a causa delle massicce cessioni di armamenti da parte dell’Unione Sovietica, vuoi per l’ingresso di nuove nazioni produttrici, a prezzi competitivi, come la Cina; sta di fatto che i prodotti forniti dalle due potenze erano di qualità inferiore rispetto a quelli occidentali, e le guerre del Golfo lo dimostrarono ampiamente.
Rimanevano quindi due strade, alle industrie occidentali: la prima era quella di competere per ottenere commesse da altri paesi alleati, specie quelli che mantenevano consistenti strumenti militari – le vendite negli USA dei cannoni da 76/62, delle pistole Beretta e delle navi cacciamine dell’Intermarine di Sarzana ne sono gli esempi più significativi per l’Italia – oppure produrre in sede europea, insieme ad altri paesi, incrementando il tipo di collaborazioni che la NATO aveva incoraggiato.
Data la difficoltà di estendere questa collaborazione con gli USA, al di là di quei mezzi e sistemi che dovevano essere prodotti per forza solo insieme a loro – il Joint Strike Fighter ne è l’esempio più recente – i governi europei, nel costituire la Politica Comune di Sicurezza e Difesa, vollero che in tale ambito fosse inserita un’Agenzia, preposta a sovraintendere a progetti collettivi europei.
Il 12 luglio 2004 fu quindi emanata un’Azione Comune da parte del Consiglio dei Ministri europei, in cui venne costituita l’Agenzia di Difesa Europea (EDA), con il compito di “supportare gli Stati Membri e il Consiglio nel loro sforzo di migliorare le capacità di difesa europea nel settore delle gestione delle crisi e per sostenere la Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD, ora CSDP) com’è ora e nei suoi futuri sviluppi” 5.
Ovviamente, questa nuova Agenzia ha dovuto iniziare lentamente, vuoi per il clima di accesa competizione tra le industrie dei vari paesi – in qualche caso di proprietà governativa, in altri fortemente appoggiata ai massimi livelli dello Stato – vuoi per la necessità di elaborare una strategia comune dei mezzi, un processo che si è consolidato solo dopo il 2007. Alcune collaborazioni sponsorizzate dall’EDA sono già iniziate, altre sono ancora a livello di negoziati preliminari, per cui ci vorrà ancora del tempo, prima di vedere quanto l’Agenzia saprà incidere sull’industria europea degli armamenti.
Nel frattempo, due nuove tendenze si sono imposte, e stanno influenzando tutto il complesso industriale occidentale nel settore: la prima è la cosiddetta “Rivoluzione degli Affari Militari (RMA)”, e la seconda è la “Difesa Antimissile”, che vanno viste in dettaglio, per le loro implicazioni sulla stessa struttura industriale dell’Occidente.
La RMA nasce dall’utilizzo massiccio di tecnologie informatiche per le operazioni, fondamentali per diffondere informazioni a livello orizzontale – in modo da fornire ai decisori di ogni livello un quadro completo della situazione – e per ottenere sia una maggiore sinergia e concentrazione della potenza offensiva, sia una più elevata velocità di esecuzione della manovra, grazie a un efficace coordinamento tra le varie forze per mezzo dei sistemi informatici, in modo da concentrare gli attacchi e creare un tale shock da piegare la volontà avversaria.
Da questi tipi di sfruttamento delle potenzialità dell’informatica si è passati a prevedere il suo uso, insieme ad altri sistemi elettronici, per un complesso di azioni, vuoi per fini difensivi vuoi offensivi: è nata così la “Information Warfare (IW)”, definita come “ogni azione mirata a demolire, distruggere e inquinare l’informazione avversaria e le sue funzioni, proteggendo la propria informazione da analoghe iniziative e sviluppando la propria attività informativa militare” 6.
La IW comprende, secondo alcuni, ben sette settori: “Command and Control Warfare, Intelligence Based Warfare, Electronic Warfare, Psychological Warfare, Hacker Warfare, Economic Information Warfaree infine la Cyber Warfare” 7. Per tutti questi tipi di operazioni, servono sistemi informatici collegati orizzontalmente, a rete, e capaci di ricevere ed elaborare una notevole massa di informazioni, oltre che resistere ad attacchi miranti a renderla inoperante.
Le implicazioni per l’industria sono senza dubbio notevoli, e i grandi progetti avviati dalle nazioni, dalla NATO e dall’UE hanno attratto l’attenzione dei manager, date le notevoli cifre in gioco: la competizione che si è scatenata, in questo settore, rischia peraltro di scardinare la rete di collaborazioni che si era finora creata, tra le industrie dei vari paesi.
Ma si tratta di una vera rivoluzione? Per definizione, una RMA ha luogo quando si verifica “un cambiamento rilevante della natura del warfareche risulta dall’applicazione innovativa della tecnologia unita a cambiamenti radicali nella dottrina militare e nei concetti operativi, tali da alterare fondamentalmente il carattere e la condotta delle operazioni” 8.
In effetti, mentre lo sviluppo tecnologico legato all’IW ha ampliato alcuni settori di attività industriale in misura enorme, rispetto al passato, non altrettanto è avvenuto sul piano dottrinale, dato che le discussioni in materia non hanno portato finora a conclusioni sufficientemente condivise: l’IW in effetti, mira a massimizzare l’impiego dei mezzi disponibili, agendo da “Moltiplicatore di Forza” oltre che fronteggiare minacce informatiche e agire contro i sistemi di comando e controllo avversari – quando essi esistono. Quindi essa è un modo per facilitare le operazioni, piuttosto che un’innovazione di tale portata da imporre drastici cambiamenti nel modus operandi militare.
L’enfasi in ambito NATO ed UE è per ora limitata agli aspetti di elaborazione delle informazioni e di difesa da attacchi informatici, tanto che l’Alleanza ha inserito quest’ultima attività nel suo recente Concetto Strategico. A livelli nazionali, invece, viene dato spazio anche alle attività di tipo offensivo, almeno in alcuni paesi, con il risultato di imponenti progetti di ricerca e sviluppo.
Tutte le industrie del settore della difesa e sicurezza occidentali, ma in particolare quelle con esperienza di costruzione dei sistemi di comando e controllo, sono quindi coinvolte in quest’attività, il cui fine è di mantenere una superiorità tecnologica sugli altri; l’importanza di questa espansione di attività viene indirettamente confermata dal fatto che la Cina stia impegnando un notevole numero di persone e fondi in abbondanza per reggere la sfida con l’Occidente, in questo campo.
Mentre nell’ambito della IW le industrie occidentali tendono a operare da sole, o in piccoli gruppi, cercando di ottenere commesse significative in concorrenza tra loro, altrettanto non avviene per la seconda tendenza importante, quella della “Difesa Antimissile”; in questo settore, gli USA hanno un’esperienza ventennale, che risale al progetto “Space Defense Initiative (SDI)” dell’epoca Reagan.
Se è vero che anche allora alcune industrie europee furono in grado di partecipare agli sviluppi preliminari, sia pure in ambiti limitati, sta di fatto che gli sviluppi degli ultimi due decenni sono tutti avvenuti o negli USA su base nazionale, oppure hanno visto cooperazioni transatlantiche, come nel caso del progetto MEADS. Non a caso la NATO è riuscita a ritagliarsi un ruolo anche in questo settore, agendo da coordinatore e sponsor di un sistema di comando e controllo alleato, che dovrebbe essere gestito dalla sua struttura militare, in quanto sistema di difesa collettiva, analogamente a quanto avviene per la Difesa Aerea.
Al di fuori degli USA, l’unica iniziativa importante europea in questo campo, sia pure ancora a livello preliminare, è la proposta francese per un sistema anti-missile europeo, che dovrebbe sorgere dall’evoluzione dei sistemi missilistici a medio raggio già prodotti dalla Francia insieme all’Italia e alla Gran Bretagna. Per incamminarsi lungo questa ardua strada, peraltro, l’unica possibilità è costituita dalla costituzione di un vero e proprio “Partenariato Strategico” tra le industrie europee del settore.
Per spiegare di cosa si tratti, basti pensare al motto dei Moschettieri, coniato da DUMAS: “Tutti per Uno e Uno per Tutti”; si tratta quindi di superare un tipo di rapporto basato su collaborazioni mirate – e quindi localizzate – per arrivare a un livello di collaborazione orizzontale che, pur non implicando riassetti né societari né tantomeno proprietari, consenta un livello di collaborazione, incluso lo scambio di informazioni, a vasto raggio tra più d’un gruppo industriale.
Questa è la trasformazione che si rende necessaria, e che negli USA è già in atto, almeno nel settore della difesa anti-missile; il problema degli Europei è che le stesse industrie che stanno concorrendo ferocemente per ottenere commesse per l’IW dovrebbero creare questo partenariato, nel campo della difesa anti-missile.
La prima reazione sarebbe di scetticismo, ma bisogna considerare che i fatti della vita sono più potenti della volontà dell’uomo: quando si tratta di galleggiare o di andare a fondo, si è disposti a ingoiare più di un rospo, dimenticare gli screzi passati e partire nella giusta direzione: non è da tutti, ma è necessario, se l’Europa vuole essere un alleato – e non un cliente – degli Stati Uniti.
In conclusione, il futuro dell’industria della sicurezza e della difesa è inevitabilmente legato a questo nuovo tipo di associazione. Solo il tempo dirà se questa sarà attuabile; indubbiamente, ciò costituirebbe un passo ulteriore verso la costruzione dell’Europa, come la sognarono i Padri fondatori.
[1] L. MARAGNANI. I Ragazzi del 76, Ed. UTET, 2010, pag.19.
[2] P. KENNEDY. The Rise and Fall of the Great Powers. Ed. Fontana Press, 1988, pag. 463-464.
[3] L. MARAGNANI. Op. cit. pag. 63.
[4] Ibid. pag. 179.
[5] Vds. Sito “www.eda.europa.eu”
[6] A. LOCATELLI. Tecnologia Militare e Guerra. Ed. Vita e Pensiero, 2010, pag. 49.
[7] Ibid. pag. 50 (Nota a piè di pagina)
[8] Ibid. pag. 25.