Il ritorno di Trump

Di Simone Zuccarelli, Direttore del Programma Transatlantico


Dopo gli accadimenti del 6 gennaio 2021 e lo scontro sui risultati delle elezioni di pochi mesi prima, molti commentatori, diversi esperti e policy-maker avevano dato per conclusa la parabola politica di Donald Trump. A questo, poi, si sono aggiunti quattro processi e il classico stile divisivo del magnate newyorkese, ulteriormente accentuatosi nei quattro anni di Joe Biden alla presidenza. Anche nell’ambito della destra statunitense diversi erano coloro che ritenevano necessario, qualora la speranza fosse stata quella di tornare alla Casa Bianca nel 2025, sostituire Trump o con figure più moderate, come Nikki Haley, o sì vicine alle posizioni del tycoon ma meno compromesse, come Ron DeSantis. Ancora una volta, come nel 2015 e nonostante il 2016, Trump è stato sottovalutato: non solo ha sbaragliato la concorrenza repubblicana, ma ha condotto una campagna elettorale quasi perfetta e ha ottenuto la vittoria più ampia a livello di collegio elettorale per un repubblicano dai tempi di George H.W. Bush, arrivando a conquistare, a differenza che nel 2016, anche il voto popolare, oltre che Camera e Senato. L’elezione rievoca la storia stessa di Trump: arrivato al successo verso la fine degli anni Ottanta, nel 1987 pubblica il suo primo best seller, The Art of the Deal, nel quale dipinge il suo peculiare stile negoziale e le ragioni dietro la sua ascesa. All’inizio del decennio successivo, tuttavia, l’impero costruito da Trump sembrava prossimo al collasso, distrutto sotto i colpi della recessione. In pochi anni, però, il futuro Presidente riesce a invertire la tendenza e nel 1997 pubblica The Art of the Comeback, un presagio di quanto riproposto alle elezioni dello scorso anno. La vittoria lo ha reso il secondo Presidente statunitense dopo Grover Cleveland a servire per due mandati non consecutivi, in uno dei più grandi comeback nella storia politica americana.

Capire le ragioni della vittoria di Trump per comprendere l’America
La sorpresa per tale risultato storico è arrivata soprattutto nel Vecchio Continente; questo perché, in aggiunta alla sottovalutazione, raramente in Europa c’è una comprensione profonda delle dinamiche statunitensi e, in generale, quanto avviene oltre Oceano viene filtrato attraverso un certo sistema mediatico che, come noto, non ha mai particolarmente visto con occhio positivo Donald Trump – ma anche i repubblicani in generale. Tuttavia, i segnali premonitori per questo risultato erano numerosi e nemmeno troppo difficili da individuare.

1. Il rapporto tra Trump e il GOP. Innanzitutto, nonostante il calo della sua popolarità seguìto ai fatti del 6 gennaio, Trump ha mantenuto una solida presa sul Partito Repubblicano, sempre più orientato verso un approccio conservatore classico, in parte di matrice europea, a scapito del tradizionale approccio reaganiano delle passate decadi (in merito si veda, ad esempio, l’irrigidimento sul tema immigrazione e il progressivo abbandono dell’internazionalismo e della retorica wilsoniana in politica estera). Il primo elemento poco studiato e compreso è proprio questa profonda trasformazione in corso, che ha poi un impatto sia a livello domestico che nelle scelte di politica estera. Gli elettori repubblicani, sempre più alienati rispetto a una certa direzione presa in Occidente e rispetto alla progressiva radicalizzazione di una parte della sinistra americana, hanno iniziato a reagire virando verso “destra”. C’è però un elemento essenziale da comprendere. L’errore più comune che viene fatto quando si tenta di interpretare il rapporto tra Trump e molti suoi elettori, infatti, è pensare che esso sia un legame di tipo quasi religioso-messianico, dove il leader riceve la fiducia cieca dei sostenitori in quanto visto come profeta. In realtà, la stragrande maggioranza di questi elettori segue Trump perché in lui ha riconosciuto un soggetto che parla con la loro stessa voce e non ha paura di rendersi inviso a tutto quel sistema mediatico e politico che, da decenni, è maggioranza negli Stati Uniti. Qualora Trump dovesse abbandonare questo approccio e ammorbidire la sua retorica buona parte dei suoi sostenitori si dileguerebbe: l’errore, dunque, è ritenere Trump una causa delle trasformazioni in atto più che una conseguenza.

2. Il riallineamento interno. Il secondo indicatore è stato il profondo riallineamento occorso nell’ultima decade in certi Stati americani storicamente democratici. L’esempio perfetto è l’Ohio, che negli ultimi otto anni si è spostato decisamente verso destra, soprattutto grazie alla conquista da parte del Partito Repubblicano di una fetta importante dell’elettorato democratico, quella composta dai cosiddetti blue-collar, operai, spesso specializzati, che rappresentano una componente rilevante in molti Stati della Rust Belt. Negli ultimi trent’anni, infatti, mentre il consensus politico virava verso la necessità di cavalcare la globalizzazione, i blue-collar hanno progressivamente perso posti di lavoro: le loro aziende hanno delocalizzato e l’arrivo di mano d’opera a basso costo ne ha depresso i salari. Mentre i repubblicani rimanevano totalmente schierati a favore del libero commercio, i democratici si sono progressivamente concentrati su temi culturali come l’aborto e i nuovi diritti, favorendo politiche migratorie decisamente lasche. In conseguenza di ciò, sempre più lavoratori attivi in certi settori si sono sentiti abbandonati dalla classe politica ma l’arrivo di Trump ha cambiato completamente la scena: con il suo richiamo alla necessità di recuperare i forgotten men and women, con il suo istinto protezionista e con i suoi modi da uomo del popolo ha rapidamente conquistato quella fetta di elettorato. Non è un caso, dunque, se l’Ohio dal 2016 ha cessato di essere uno swing state ed è diventato una roccaforte del GOP.

3. L’impopolarità di Biden e lo spostamento a sinistra dei democratici. Il terzo indicatore era la profonda impopolarità del Presidente Biden, percepito come inaffidabile sia sui principali temi domestici – economia, immigrazione e sicurezza sopra tutti – che in politica estera. Non è questa la sede per analizzare nel dettaglio tali aspetti, ma è indubbio che l’elettore medio americano negli ultimi quattro anni ha visto l’economia scivolare nella spirale inflazionistica, l’immigrazione andare fuori controllo, grandi città diventare ancora meno sicure e una serie di rilevanti tentennamenti ed errori nella gestione della politica estera – dall’Afghanistan all’Ucraina passando dal Medio Oriente. Naturalmente Trump ha cavalcato ed esacerbato le mancanze dell’Amministrazione uscente, ma un altro errore spesso ripetuto è ritenere che la sua retorica da sola sia la causa del progressivo irrigidimento dell’elettorato repubblicano. Oltre al fatto che, in realtà, è più una reazione allo spostamento verso sinistra dei democratici (come visto sopra e come rappresentato anche nel grafico qui riportato), tale valutazione non tiene conto del fatto che le questioni sulle quali Trump ha incentrato la campagna elettorale incidono effettivamente nella realtà statunitense e milioni di cittadini ne sono toccati, a volte profondamente. Cercare di liquidare tutto come semplice artifizio retorico, come inganno delle masse, è un errore che non aiuta a comprendere quanto sta avvenendo nel Paese. L’incapacità di Kamala Harris di condurre una campagna elettorale all’altezza delle sfide che stanno segnando la realtà americana, o comunque non sufficientemente convincente per apparire più adatta di Trump a governare il Paese, è un’altra ragione che ne ha segnato il fallimento. Trump non ha guadagnato voti solo tra le donne – a dispetto di una certa considerazione generale sul suo conto e del fatto che l’avversaria apparteneva a tale categoria – ma anche tra i giovani e le minoranze. È chiaro, dunque, che questo non può semplicemente essere frutto di una specie di allucinazione collettiva; al contrario, i guadagni elettorali di Trump in quasi tutti i raggruppamenti elettorali principali mostrano quanto il suo messaggio e le soluzioni da lui proposte siano state in grado di incontrare un favore ampio e non solo limitato al classico elettorato repubblicano.

4. Un sostegno più diffuso. Infine, a differenza del 2016 e del 2020, in questa tornata Trump, oltre a essere stato in grado di ampliare sensibilmente il suo bacino elettorale, è stato capace di convincere importanti figure pubbliche – alienate dalla traiettoria presa dal Partito Democratico – a sostenere la sua campagna. Tra questi, diversi ex democratici che, per varie ragioni, hanno deciso di abbandonare la loro storica collocazione politica, come Tulsi Gabbard e Robert Kennedy Jr., nipote del Presidente che porta il suo cognome, che hanno già ricevuto la chiamata a servire nell’Amministrazione entrante. Inoltre, rilevante è stato il supporto di Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo che, dopo aver comprato Twitter, ha lanciato una battaglia per il free speech e, soprattutto, si è detto deciso a «distruggere l’ideologia woke». Insieme a Musk, diversi miliardari – come Peter Thiel, l’uomo dietro l’ascesa del prossimo Vicepresidente, J.D. Vance –, spesso parte dell’élite della democratica e progressista della Silicon Valley, hanno dato il loro supporto alla campagna Trump. Ulteriore novità è stata la decisione di importanti miliardari operanti nei settori chiave di mass media e social network, come Mark Zuckerberg e Jeff Bezos, di non schierarsi nella contesa politica. Il caso di Bezos è particolarmente rilevante in quanto proprietario di uno dei più rispettati giornali statunitensi, il Washington Post. Per la prima volta dal 1992, infatti, il giornale non ha dato l’endorsement al candidato democratico alla presidenza. Nonostante il turbinio di critiche, incluse quelle provenienti dalla stessa redazione del suo giornale, Bezos è stato inamovibile. Il magnate americano, del resto, ha compreso quello che molti altri, anche ritenuti fini analisti, non hanno: la fiducia nei media è crollata, ed è crollata soprattutto tra l’elettorato repubblicano; questo non perché divenuto vittima della retorica populista o della disinformazione, talvolta di origine esterna, ma perché i media mainstream sono tendenzialmente schierati con i democratici e, quindi, non imparziali come invece dichiarano di essere. Il risultato è che i repubblicani si informano sempre più su media alternativi e ciò contribuisce, tra le altre cose, ad alimentare la già rilevante polarizzazione nel Paese, oltre che la diffusione di notizie parzialmente o interamente false. Comunque, lo sganciamento di milioni di americani dai media mainstream ha reso molto più difficile per questi veicolare una certa narrativa e avere un impatto sulle elezioni. Bezos si è reso conto che «[t]he Washington Post and the New York Times win prizes, but increasingly we talk only to a certain elite. More and more, we talk to ourselves». Il fatto che un gran numero di persone abbia smesso di ritenere credibili i media mainstream costituisce un problema per la tenuta del sistema democratico. L’unico modo di riacquistare credibilità non è solo fare giornalismo il più possibile esente da bias, ma anche mostrarsi imparziali nella pratica e non solo nelle dichiarazioni. Lo stesso ragionamento fatto, più di recente, anche da Mark Zuckerberg, che ha deciso di riportare META alle origini, invertendo la traiettoria progressista presa negli ultimi anni.

Il tema non può essere estinto in poche righe e diversi altri aspetti significativi potrebbero essere trattati, ma questi quattro punti sono già più che sufficienti a illustrare le ragioni dietro la vittoria di Donald Trump. Ciò che più è rilevante sottolineare è che rispetto al 2016 il Presidente eletto ha maggiore esperienza governativa e difficilmente commetterà nuovamente tutta una serie di errori che ne hanno limitato o compromesso l’azione in occasione del suo primo mandato, a partire dalla scelta delle figure che serviranno nella nuova Amministrazione. Forte del mandato ricevuto, Trump ha riempito e sta riempiendo le caselle più importanti con persone a lui fidate e in linea con la sua visione del mondo e dell’America. A differenza del 2016, infatti, molte nomine di primo piano non sono espressione dell’establishment del Partito e ciò lascia presagire la volontà di portare serie trasformazioni sia in politica interna che estera.